Legge contro l’apologia al fascismo/nazismo: un confronto tra Italia e Germania

Counterprotester giving one attendee the finger is given a Nazi salute in response. © cc 2.0 File:Nazi Salute

Su Facebook la settimana scorsa è arrivata la proposta del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana per cancellare la legge contro l’ideologia nazifascista.

Il ministro della Famiglia Fontana ha proposto di abrogare la legge Mancino e il ministro degli Interni e vice-premier Matteo Salvini ha annunciato che intende verificare la fattibilità di tale proposta. La legge definisce illegale in Italia qualsiasi tipo di apologia di fascismo. Non si possono difendere o fare proprie né l’ideologia fascista né le politiche antidemocratiche e razziste perpetrate dal regime negli anni ’20 e ’30. Quanti di noi sanno tuttavia come funziona la legge Mancino in Italia? Come si pone inoltre la legislazione italiana rispetto a quella di altri Paesi come la Germania?

La legge Scelba

L’apologia di fascismo, nell’ordinamento giuridico italiano, è un reato previsto dall’art. 4 della legge Scelba (20 giugno 1952), attuativa della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione. La legge in questione, n. 645/1952, sanziona chiunque “promuova o organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

Cosa significa riorganizzare il partito fascista?

Con l’espressione “riorganizzazione del partito fascista” si intende il momento in cui “un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista” (Articolo 1 della legge n. 645/1952).

La legge Mancino

La legge di cui il ministro Fontana ha appunto ipotizzato l’abrogazione, è nata nel giugno del 1993 e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Sono inoltre previste pene contro l’utilizzo di simbologie legate a suddetti movimenti politici. In virtù della legge è vietata, inoltre, la formazione di ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo che abbia come scopo l’incitamento alla violenza sempre per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Da tempo si discute in merito ad una possibile estensione della Legge Mancino ai reati basati sulla discriminazione in base all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

Video Youtube con il testo del post pubblicato su Facebook dal Ministro Lorenzo Fontana.

Le pene previste

La legge prevede la reclusione fino a un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro di chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico. Stessa pena per chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La reclusione da sei mesi a quattro anni invece spetta a chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Nella legge Mancino è poi incluso il divieto di accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche a tutte quelle persone “che vi si recano con questi emblemi o simboli. I trasgressori saranno puniti con la reclusione fino a un anno”.

Il tentativo di abrogare la legge nel 2014

La Lega Nord aveva già proposto nel 2014 un referendum per abrogarla, sostenendo che si tratta di una legge “liberticida”. E i critici della legge Mancino sostengono fra l’altro che essa sarebbe incostituzionale, in quanto in contrasto con l’art. 21 della Costituzione, che garantisce la libertà di manifestazione del pensiero. Sarebbe un po’ come dire che non si può punire l’omicidio o la rapina perché altrimenti si limita la libertà individuale. Oppure dire che non si possono fare intercettazioni ai mafiosi per rispetto della loro privacy. Lo Stato deve continuamente limitare le libertà individuali, in modo che si garantisca l’incolumità e il benessere di tutti i cittadini. Un messaggio d’odio rimane un messaggio d’odio, anche quando viene detto con un sorriso (e falsa gentilezza). Venerdì 3 agosto il ministro Fontana ha scritto: “Abroghiamo la legge Mancino, che in questi anni strani si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano”. Fortunatamente, la proposta del ministro Fontana è stata in poche ore bocciata dal premier Conte e dal ministro e vicepremier Di Maio. Anche Salvini si è smarcato.

Le motivazioni per il ‘no’ del governo

A parte il presidente del Consiglio, il quale ha spiegato che sono “sacrosanti gli strumenti legislativi che contrastano la propaganda e l’incitazione alla violenza e qualsiasi forma di discriminazione razziale, etnica e religiosa”, le motivazioni del rifiuto di Di Maio e Salvini sono sembrate, a chi scrive piuttosto deludenti. Non una parola sul fatto che la legge è importante o utile. Di Maio infatti si è infatti limitato a discorsi del tutto benaltristici, dicendo che non è la legge Mancino a dover essere cancellata, bensì le pensioni d’oro. Salvini addirittura apre alla possibilità teorica dell’abrogazione: “Se mi chiedete se faremo una proposta di legge o una raccolta di firme per abolire la legge Mancino dico di no. È un’idea ma sicuramente non è una priorità per la Lega e il governo, che ha al centro della propria azione lavoro, tasse e sicurezza”. Da parte del governo e delle istituzioni ci si dovrebbe aspettare una reazione ben più decisa.

Non si può essere tolleranti verso gli intolleranti

Come i criminali vengono arrestati perché non rispettano le regole di convivenza civile necessari per la sopravvivenza degli individui e della comunità, così non si può tollerare coloro che non accettano o riconoscono le leggi democratiche. Leggi che si ergono contro qualsiasi tipo di odio e conseguente discriminazione di tipo etnico, nazionale o religioso. Leggi che proteggono il pacifico svolgimento della discussione e delle deliberazioni democratiche. Poiché infatti essi non si riconoscono nella legislazione costituzionale e dunque non accettano “le regole del gioco” non possono essere ammessi al gioco stesso, ovvero la discussione pacifica della democrazia.

Come vanno le cose in Germania

Se diamo un’occhiata al modello tedesco potremmo rimanere sorpresi nel realizzare che l’NPD (Nationaldemokratische Partei Deutschlands), ossia il partito neonazista, non è mai stato dichiarato illegale, nonostante la Corte Suprema federale tedesca abbia riconosciuto il perseguimento di obiettivi anticostituzionali dello stesso. L’idea è di combattere l’antidemocraticità, la xenofobia e la dittatura con la libertà di espressione. La legge tedesca comunque consente la messa al bando di un partito a condizione che rappresenti una minaccia per il libero ordine democratico. Potrebbe però sembrare che l’NPD ricada in questa categoria di partiti “pericolosi”. Tuttavia giudici della Corte Suprema hanno motivato il loro provvedimento sostenendo la mancanza di indicazioni univoche sulla concreta messa in pratica delle propaganda nazifascista dell’NPD.

Germania: libertà di espressione ma forti limitazioni

Non bisogna però farsi ingannare: la Germania rimane un Paese fin troppo attento allo sviluppo di determinati estremismi, tanto a destra quanto a sinistra. I gruppi neonazisti e xenofobi sono rinati, soprattutto nell’Est, ma non possono esibire né richiamarsi direttamente a svastiche o altri simboli del regime, pena il loro scioglimento. I termini evocativi come Führer (duce/conducente/guida) o Vaterland (“terra patria”) sono stati sostituiti (in questo caso da Leiter, per i conducenti di mezzi, e da Heimat). In più di mezzo secolo, i governatori tedeschi non hanno mai autorizzato nel Paese la pubblicazione di copie del Mein Kampf non commentate. Questo per evitare speculazioni commerciali e strumentalizzazioni del saggio. “In tutte le edizioni devono essere espresse chiaramente le enormi assurdità del testo, che hanno provocato conseguenze fatali”, hanno dichiarato i governatori bavaresi, annunciando la futura pubblicazione. Insomma, se anche si lascia vivere l’NPD, la censura contro ogni tipo di riferimento al regime nazista è molto forte.

Il codice penale tedesco punisce anche i comportamenti tenuti non in pubblico

In Germania, l’apologia di nazismo è punita dal codice penale con pene fino a tre anni di carcere. Neppure tra le mura domestiche i comportamenti sono liberi. Nel 2010 a Berlino un uomo è stato arrestato dalla polizia, su segnalazione dei vicini. Il motivo: aver addestrato il cane Adolf ad alzare la zampa destra come facevano i gerarchi di Hitler.

Berlino Schule tedesco a Berlino
Berlino Schule tedesco a Berlino

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Photo Cover: © Evan Nesterak – Nazi Salute – cc 2.0 

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