Berlino ai tempi dell’Isis, tra psicosi da attentati, facce diffidenti in metro e sprazzi di umanità

Ieri Berlino, per l’ennesima volta dopo gli attentati di Parigi dello scorso 13 novembre, è stata risvegliata da un allarme bomba. Stavolta è toccato a Pankow, per fortuna con il solito pacco sospetto che poi si è rivelato un falso allarme. Tra strade sbarrate, metro chiuse, artificieri, retate nelle moschee e intervento della Bundeswehr nella lotta all’Isis, la tensione resta alta. Molti ci pensano due volte prima di acquistare il biglietto di un concerto, altri rinunciano ai consueti mercatini di Natale e in generale evitano gli assembramenti di folla.

La limitazione della libertà di movimento e di azione indotta nel mondo occidentale è forse la vittoria più grande dell’Isis. Più dei morti ammazzati, delle bombe, dei servizi segreti tenuti in scacco. L’autocensura inflitta a uno stile di vita fondato sull’autodeterminazione, pur con tutti i suoi limiti di consumismo, omologazione, frammentazione sociale, è una pagina triste, che ci allontana da una composizione delle ferite della modernità e approfondisce soltanto le trincee immaginarie amico-nemico. Troppo comode a molti, che si chiamino Abu Bakr Al-Baghdadi, Matteo Salvini, Marine Le Pen o Donald Trump.

«Per strada tante facce non hanno un bel colore, qui chi non terrorizza, si ammala di terrore», recitava una vecchia canzone di Fabrizio De Andrè, Il bombarolo. Non posso fare a meno di pensarci, varcando la soglia dell’S-Bahn che prendo ogni mattina. Facce plumbee, sguardi diffidenti, tutti isolati dietro le proprie cuffie e le proprie paure. D’altra parte, per chi sale come me a Hauptbahnhof, vedere spesso poliziotti con il mitra spianato di certo non aiuta a rasserenare gli animi. Prendo posto nel vagone, e mi scopro mio malgrado a farne una rapida ricognizione. Non sono una persona incline al panico, e conosco perfettamente l’inutilità di questa operazione. Eppure non posso esimermi dal chiedermi se, dietro qualche viso apparentemente distratto, possano celarsi abissi di odio, oppure quanto sarebbe stupido morire durante una corsa in metro, e se sarei pronto. Non provo ansia, è solo la constatazione di uno scenario tutto sommato improbabile, ma possibile in ogni istante.

Non credo di essere stato l’unico, in questo mese, cui siano passati per la testa pensieri simili. Forse è solo autosuggestione, ma a volte mi pare di intuirlo dai commenti che sento in giro, dalle mascelle serrate, dagli sguardi sospettosi di fronte a una barba un po’ più folta o ad una carnagione olivastra, non importa che magari dietro vi si celi un cittadino tedesco perfettamente integrato. Ripiombiamo nell’homo homini lupus hobbesiano, nonostante la tanto decantata civiltà. Homo homini lupus, nonostante le nostre carte democratiche, le nostre cravatte firmate, i nostri iPad supersottili che sono parte del problema, perchè è il sonno della giustizia sociale che genera mostri, prima ancora del fondamentalismo religioso. Homo homini lupus, perchè basta un attimo fragile, e finiamo di nuovo nello status naturae, solo con più rotaie e cemento: animali razionali in un mondo irrazionale che temono per la loro sopravvivenza.

Per fortuna la routine quotidiana, ogni tanto, rompe l’ordinario e regala inattesi sprazzi di umanità. Per fortuna, nell’ultimo mese, sui mezzi berlinesi ho visto anche un ragazzino spaurito, baffetti neri e cappuccio calcato sulla testa, cercare a tarda sera il Lageso di Turmstrasse, e un donnone indicargli con fare materno la fermata giusta. Ho visto, davanti a un döner a Hauptbahnhof, dei tizi un po’ alticci sulla cinquantina che cantavano abbracciati Suspicious mind di Elvis, mentre il commesso turco li filmava con il loro telefono, partecipe e divertito. Ho visto con una simpatica signora una valigia lasciata incustodita da una ragazza sportasi dall’S-Bahn, probabilmente per controllare meglio dove scendere. Non è esplosa, ci è solo finita addosso alla prima curva e ne abbiamo riso insieme.

Ho colto, scendendo dal TXL, lo sguardo vivace e limpido di un uomo di una certa età, che mi ha fissato e mi ha regalato un gran sorriso, senza alcun motivo. Ho ricambiato con il mio, il migliore che mi venisse fuori in una grigia mattina berlinese. Saranno i neuroni specchio che si attivano, o forse aveva semplicemente ragione Terenzio quando scriveva «sono un uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo». Era vero 2.200 anni fa, nella Roma degli Scipioni. Resta vero oggi, a Berlino ai tempi dell’Isis.
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Photo: HG Stock Interior © Matthew Black – CC BY-SA 2.0

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Gianpaolo Pepe

Laureato in filosofia politica e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

2 Responses to “Berlino ai tempi dell’Isis, tra psicosi da attentati, facce diffidenti in metro e sprazzi di umanità”

  1. Nella

    Articolo ben scritto e davvero bello. Complimenti!

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