Cannes 2017, alla Quinzaine il film di Sean Baker sul Florida Project di Walt Disney

Baker prende spunto dal lato oscuro del Florida Project disneyano per mettere in scena la resilienza dei bambini nei confronti del mondo adulto.

Ispirandosi al progetto voluto da Walt Disney, il cosiddetto “Florida Project”, che avrebbe voluto inglobare il distretto di parchi di divertimento a tema in una pianificazione urbana di ampio respiro, il film The Florida Project di Sean Baker è ambientato nei pressi di Disney World e segue le avventure estive di Moonee, una vivace bambina di sei anni, e di altri tre suoi coetanei, Scooty, Jancey e Jack. Moonee, particolarmente precoce per la sua età, vive ai margini della sussistenza con la giovanissima madre Halley che si trova ad inventarsi ogni giorno qualcosa per pagare settimanalmente l’affitto in uno dei tanti motel che costellano il parco dei divertimenti per eccellenza.

La povertà a due passi da Disney World

Il regista Sean Baker accende un riflettore sull’esistenza di numerose famiglie al limite della soglia di povertà che abitano i motel sorti per approfittare di un indotto ormai in calo. I colori sgargianti del mondo disneyano e i nomi fiabeschi delle strutture in cui vivono queste famiglie creano un contrasto stridente con la situazione economica di chi vive in queste zone. A due passi da questi motel ormai fatiscenti c’è poi il mondo che doveva essere di tutte le famiglie, fatto di hotel di lusso e campi da golf. Eppure, attraverso una regia sfrontata e fresca, la spensieratezza che caratterizza Moonee e i suoi sodali sembra relegare tutte le storture del mondo reale e adulto ad un lontano brusio di sottofondo.

Moonee e la spensieratezza delle avventure estivi di un gruppo di bambini

È estate e seguiamo i bambini giocare tra loro e divertirsi anche con una semplice gara di sputi (sebbene poi gli sputi finiscano sulla macchina di una signora poco contenta della bravata). Tutto ciò che vediamo sembra essere in un certo senso a loro misura: dal motel color viola alla gelateria a forma di enorme arancia. Sono liberi tutto il giorno di inventarsi giochi per passare il tempo e sperimentare bravate sempre nuove. Moonee è l’istigatrice di qualsiasi iniziativa, spalleggiata in questo da una madre che vive una libertà di norma socialmente inaccettabile. Moonee si inventa come racimolare i soldi per un gelato e mostra agli altri bambini dei posti da lei già scoperti, comprese le stanze dove non si può entrare, ma dove lei entra lo stesso. Sembrano non esserci confini per lei. Nemmeno quelli imposti dal custode responsabile del motel, un bravissimo Willem Dafoe, che sembra non riuscire, o non volere, mettere seriamente un freno alla loro scorribande. Nonostante il peso della realtà si affacci con un crescendo prepotente, la prospettiva sembra rimanere quella di chi, per quanto precoce, in fin dei conti quei problemi può ancora ignorarli. Il film mette soprattutto in primo piano la resilienza tipica dei bambini nei confronti del mondo adulto.

Dall’iPhone al 35 mm

Se Sean Baker aveva colpito nel segno con il suo Tangerine, girato tutto con un iPhone, ci riesce di nuovo anche con un lavoro tecnicamente meno stravagante. Oltre allo sceneggiatore Chris Bergoch, con cui aveva già lavorato alla precedente pellicola con ottimi risultati, vale la pena citare anche una fotografia e una scenografia che riescono ad esaltare al meglio i colori tipici dell’infanzia e del mondo delle fiabe seppur in una realtà tutt’altro che fiabesca. Menzione particolare va alla scelta degli attori. L’espressività e naturalezza di Moonee, Brooklynn Prince, sono parte del successo del film. Brava anche l’attrice Bria Vinaite che veste i panni della ragazza madre sebbene non provenga dal mondo degli attori professionisti bensì sia stata scelta per la fisicità resa nelle foto del suo account Instagram.

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