Cannes, Fiore di Giovannesi alla Quinzaine, la recensione

Presentato il 17 maggio l’ultimo film italiano in selezione alla Quinzaine, Fiore di Claudio Giovannesi è stato accolto con tiepidi applausi ma anche molto curiosità da parte del pubblico rimasto per l’incontro con il regista a fine proiezione.

Romeo e Giulietta. Protagonista è Daphne (Daphne Scoccia), ragazza finita in carcere per furto aggravato. All’interno del penitenziario minorile incontra Josciua (Josciua Algeri), anche lui dentro per rapina. Scatterà tra i due l’attrazione e un corteggiamento reso difficile dalle ferree leggi del carcere, con scambio di lettere furtive, chiacchiere da una finestra all’altra, attraverso le sbarre che separano il settore maschile da quello femminile. La circostanza è anche però l’opportunità per filmare forme di amore che richiamano l’amor cortese di Dante, quando il desiderio si espletava nella ricerca di sguardi durante la messa – anche qui uno dei pochi momenti in cui maschi e femmine stanno insieme.

Dopo Alì ha gli occhi azzurri (2012) Giovannesi si cimenta nuovamente con una storia d’adolescenza difficile. L’attaccamento per il tema giovanile, nelle parole del regista, deriva dalla convinzione che benché si tratti di criminali, quando l’adolescenza è protagonista vi sia anche di default l’innocenza che in questo caso emerge nella storia d’amore tra i due ragazzi. Durante la Q&A session Giovannesi racconta di aver voluto scrivere una storia d’amore e le migliori storie d’amore sono quelle che trovano ostacoli sul loro percorso. Quale miglior ostacolo se non la separazione forzata che avviene tra maschi e femmine all’interno di un carcere? L’idea nasce dall’esistenza di un carcere minorile a Roma dove erano presenti l’ala femminile e quella maschile, rigorosamente tenute separate, un ossimoro per ciò che è proprio dell’età adolescenziale.

Protagonisti non professionisti. Daphne e Josciua sono entrambi attori non professionisti. Daphne cameriera dal vissuto che la rendeva adatta al ruolo e Josciua ex detenuto emerso in un corso di teatro tenuto dal regista in un carcere di Milano. La scelta dei non professionisti è dettata, secondo Govannesi, dalla ricerca di ridurre sempre più la distanza tra realtà e finzione.

Il carcere come eredità. Il film si sofferma anche sullo stretto attaccamento di Daphne per il padre (Valerio Mastandrea), anche lui con un passato da carcerato, con cui Giovannesi vuole ricordare che, per ciò che ha potuto vedere nei sei mesi di lavoro nel penitenziario giovanile, il carcere minorile è fondamentalmente “ereditario” e un minore che delinque con molte probabilità ha una storia familiare in cui sono già presenti esperienze di carcere.

Nel complesso. Il regista si muove attorno ai suoi protagonisti con una sospensione di giudizio che permette allo spettatore di osservarne la trasformazione emotiva. Inizialmente respingente, Daphne lascia piano piano intravedere parti di sé più vulnerabili. La musica, attraverso l’ostinata ricerca da parte di Daphne di un lettore mp3, accompagna volutamente solo in pochi momenti chiave questo crescendo emotivo in maniera diegetica. Sebbene l’idea sia molto interessante e ben girata, l’impressione è che ci sia un po’ di freno a mano nell’emozione complessiva che il film trasmette. Una delicatezza di osservazione che sembra però navigare un po’ in superficie. Se l’uso di attori non professionisti premia sul lato del realismo dei personaggi, forse questo realismo non è sempre sufficiente a rendere la comunicazione non verbale tale da arrivare in forma piena anche allo spettatore.

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