Come alcuni ebrei scamparono all’Olocausto continuando a vivere a Berlino

A Berlino alcuni ebrei sfuggirono all’Olocausto grazie all’eroismo di chi mise a rischio la propria vita per salvarli.

Quando Adolf Hitler salì al potere, il 30 gennaio 1933, a Berlino vivevano 160.000 ebrei. Al termine della Seconda guerra mondiale solo in pochi riuscirono a scampare alla persecuzione nazista, si pensa infatti che i sopravvissuti ammontino a poche centinaia. È comunque lecito chiedersi come riuscirono a salvarsi considerando gli omicidi a tappeto perpetrati dagli aguzzini nazisti. Gli ebrei non potevano camminare liberamente per strada, prendere possesso di una casa o acquistare cibo al mercato. Molte persone, non ebree, sacrificarono la propria vita per aiutarli.

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L’esperienza di Erik Perwe raccontata nel libro “The Last Jews in Berlin” di Leonard Gross

Questi ebrei riuscirono a scampare alle persecuzioni grazie all’aiuto e al sostegno di altre persone, quasi sempre non ebree, che misero in pericolo la propria vita pur di proteggerli. I pochi ebrei berlinesi scampati all’Olocausto riuscirono a sopravvivere nascondendosi e acquistando cibo al mercato nero. Questo grazie a quei pochi oggetti che furono in grado di recuperare prima di dover lasciare casa. A tal proposito, Leonard Gross ha scritto un libro dal titolo “The Last Jews in Berlin”. Il libro segue le vicende di alcuni ebrei berlinesi che i tedeschi non riuscirono a catturare e a deportare nei campi di sterminio. Buona parte del merito si deve a Erik Perwe, capo di una congregazione della Chiesa di Svezia a Berlino. Perwe si prese cura di loro, li nutrì e li nascose. Nel libro vengono riportate alcune toccanti conversazioni tra Perwe e la moglie. C’è un passaggio in particolare in cui la moglie chiede a Perwe cosa facesse per aiutarli. Lui le risponde che poteva dargli da mangiare, ospitarli o inviare lettere per loro. Ciò, tuttavia, non era sufficiente ad alleviare le sofferenze delle povere vittime. Lui, allora, li abbracciava condividendo le loro lacrime. In un secondo passaggio del libro spiega le motivazioni alla base del suo impegno. Motivazioni che sembrano nascondere un forte credo religioso. Nel suo diario scrive infatti: “Dio chiama. Devo obbedire.”

A Berlino il museo degli “eroi silenziosi”, uno dei meno conosciuti della capitale.

Berlino è rinomata per la bellezza dei suoi musei. Ve ne sono oltre 180. Ce n’è uno, però, che sembra essere poco rinomato: il museo dedicato agli Stille Helden, ossia gli “eroi silenziosi“. Il museo, nei pressi di Potsdamerplatz, è un simbolo della resistenza contro la Shoah. Al suo interno c’è anche il nastro di cotone sul quale Ilse Rewald, ebrea sopravvissuta allora venticinquenne, scrisse le iniziali e gli indirizzi delle persone disposte a nasconderla. Nastro che la ragazza cucì sulla fodera di una gonna. Annotare queste informazioni su carta, infatti, sarebbe stato molto più rischioso. Al tempo delle deportazioni Ilse si salvò grazie a Kähte Pickardt e alla figlia Ursula. Tra gli ebrei salvati ce ne sono anche di famosi. Tra questi Hans Rosenthal e l’attore Michael Degen. «I motivi che spinsero questi normali cittadini a rischiare la vita sono disparati», ha spiegato lo storico Johannes Tuchel, che dirige il museo. Il giovane Rosenthal fu nascosto da tre vecchie signore che conoscevano sua madre. Degen venne salvato da una coppia di vecchi comunisti. Nel caso di Ilse ad aiutarli furono tedeschi che avevano un marito o una moglie ebrei (i matrimoni misti venivano tollerati caso per caso, non sempre)». Ovviamente non era affatto facile nascondere ebrei nelle proprie abitazioni. Buona parte delle case berlinesi erano infatti costruite in legno e il più impercettibile scricchiolio avrebbe destato sospetti tra i vicini. Era difficile anche dar loro del cibo perché sprovvisti di tessere annonarie. Un’odissea atroce terminata solo nel 1945 e che, oggi più che mai, merita di essere ricordata ogni giorno.

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Foto di copertina: © Pixabay, CC0

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