Donne d’onore a Berlino: Ombretta Ingrascì le racconta in una conferenza

Ombretta Ingrascì è una giovane donna minuta e sorridente, dagli occhi vispi e di un verde intenso. Si trova a Berlino per presentare il suo ultimo libro, Confessioni di un padre (Melampo, 2013), la lettera che il pentito Emilio Di Giovane indirizzò alla figlia raccontandogli la ndrangheta (disponibile a Berlino alla libreria Mondolibro).

È facile notare che Ingrascì è una professoressa: dopo essere stata presentata, inizia rapidamente a parlare, entrando subito in medias res di quella che è una vera lezione universitaria. L’approccio di genere al fenomeno mafioso: da anni Ingrascì se ne occupa, fin dalla sua laurea in Lettere Moderne con una tesi sulle donne e la mafia, tema che ha approfondito durante il dottorato in Storia all’Università di Londra. Attualmente è docente di Sociologia della Criminalità organizzata presso l’Università degli Studi di Milano ed è ricercatrice presso RiSSC, Centro studi sulla sicurezza e la criminalità. È stata nominata inoltre nell’aprile del 2013 membro del Comitato antimafia del Comune di Milano presieduto da Nando dalla Chiesa.

È importante, secondo la professoressa Ingrascì, mantenere un approccio di genere nello studio delle mafie, così come è fondamentale che vi siano provvedimenti di natura culturale contro la criminalità organizzata, perché l’aspetto in cui la mafia è più sedimentata e quindi diventa più pericolosa è proprio la cultura .

Sotto questo punto di vista, nelle organizzazioni criminali perdurano stereotipi di genere che rimandano a una visione tradizionale e dicotomica delle donne, che fa si che queste ultime siano associate a due immagini opposte: quella di angelo del focolare o quella di boss.

“Ad oggi paradossalmente si rischia di assumere cliché di stampo opposto rispetto alla visione della donna sottomessa e incapace di decidere: le donne boss.”

In realtà, come la studiosa sottolinea, il ruolo delle donne nelle organizzazioni mafiose è un ruolo complesso e non semplice da inquadrare.

“Nella mafia, e nella fattispecie nella ndrangheta calabrese, il ruolo della donna è di duplice natura: una posizione attiva, che è quella in cui le donne assumono un ruolo criminale e una tradizionale di subordinazione. La mafia è l’organizzazione maschile e maschilista per eccellenza: le donne di ndrangheta non possono essere formalmente affiliate come avviene per gli uomini”.

Nonostante questo, in seguito a particolari congiunture storico-sociali la “gender equality” si innesca anche nella mafia: le donne, pur rimanendo formalmente escluse, in sostanza si occupano di attività criminali dai vertici di Cosa Nostra.

Questo processo, che ha inizio soprattutto a partire dagli anni ’70, ha raggiunto il culmine nel 1992, con le stragi che portarono alla morte dei due magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Come spiega la Professoressa, le stragi condussero a un più o meno generale sentimento di disaffezione e all’aumento quindi del pentitismo per cui mancavano uomini che ricoprissero determinati ruoli.

Dall’altro lato stavano aumentando le attività in cui le donne di mafia sono più utili: il traffico di droga, le attività finanziarie. Le donne sono perfette come corrieri o come prestanomi perché hanno una faccia pulita.

Sono perfette perché insospettabili.

Quando gli uomini mancano perché latitanti, in prigione o perché rimangono uccisi, le donne assumono il potere, ma il loro è sempre un potere sostituto e mai originario. Le donne di mafia sono tali perché hanno un cognome mafioso.

Le donne sono inoltre le depositarie del codice d’onore e tramandano attraverso l’educazione dei figli i disvalori di omertà e vendetta.

“Insegnano ai figli a essere uomini d’onore e alle bambine a sottomettersi”.

I ruoli tradizionali di una società patriarcale insomma, che non è difficile ancora oggi rintracciare nel Sud dell’Italia.

Così come nei piccoli centri del Sud Italia le donne si distinguono, ancora oggi e in alcuni casi, per la reputazione che hanno e, ragazze che ostentano libertà sessuale saranno giudicate negativamente; allo stesso modo nelle organizzazioni mafiose le donne considerate “dai facili costumi” perdono ogni credibilità.

Questo perché loro non godono di un’identità in quanto donne: loro esistono in quanto mogli, madri, figlie. In tutti questi ruoli la fedeltà agli uomini della famiglia è un requisito fondamentale.

Si tratta di donne totalmente controllate, abusate e maltrattate dagli stessi parenti: quello che è permesso alle altre donne non è permesso alle donne di mafia.

Per l’Ingrascì e altri studiosi del settore ciò che è avvenuto negli ultimi anni è solo un processo di pseudoemancipazione. La vera emancipazione dalla logica di violenza mafiosa è la collaborazione con la giustizia. Un segnale di certo positivo è che stanno aumentando le donne che collaborano con la giustizia, anche in Calabria, laddove il silenzio e l’omertà sono più impenetrabili che altrove. Questo anche grazie all’azione della Questura di Reggio Calabria che si è distinta in questi anni.

Le storie di donne che hanno deciso di collaborare con la giustizia sono cresciute negli ultimi anni, cosi come quelle che lottano nell’antimafia: Rita Atria, collaboratrice di giustizia che si toglie la vita a 17 anni in preda alla solitudine e all’ isolamento a cui quella vita l aveva costretta. Felicia Bartolotta, la mamma di Peppino Impastato, che non ha mai smesso di lottare affinché i responsabili della morte del figlio fossero arrestati. Lea Garofalo che  decide di raccontare ai magistrati tutto quello che sapeva sulle faida che da anni vedeva contrapposta la sua famiglia a quella dei Mirabelli; viene rapita per le vie di Milano, uccisa presumibilmente dal suo stesso ex compagno e poi sciolta in cinquanta litri di acido.

Donne che hanno compiuto scelte difficili che ogni giorno confermano con coraggio, donne spesso escluse e ripudiate dalle famiglie d’origine.Donne isolate perché non hanno accettato di sottomettersi a logiche di asservimento ed omertà scegliendo la via della legalità e giustizia nella speranza che qualcosa possa cambiare in quelle terre belle e maledette.

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M. Rita Arfuso

Nata molto a sud nella lontana e mitica Calafrica ma pur sempre italiana, tra i vari saltelli per l'Europa arriva a Berlino poco tempo fa ma decide di restarci (il perchè lo sapete già, ve lo ripetiamo ogni giorno). Di lei si può dire che: amerebbe essere vegetariana ma è calabrese e le riesce molto difficile conciliare queste due cose. Amerebbe suonare uno strumento ma si fermò quando, da piccola, il padre le spiegò che i mancini suonano la chitarra al contrario: ci sarebbero voluti troppo tempo e volontà e lui non aveva né uno né l'altra. Infine amarebbe saper cucinare ma le sue prof femministe di Scienze Politiche le hanno insegnato che meglio evitare, non si sa mai.

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