«Ecco perché, dopo due anni, ho deciso di lasciare Berlino (che però mi manca ogni giorno)»

Le esperienze che ti portano fuori di casa in modo decisivo non sono parentesi a se stanti, non formano semplicemente una parte del famoso bagaglio che ci portiamo dietro, stipate insieme a ricordi d’infanzia, memorie scolorite, volti insostituibili. Queste esperienze sono concentrati di energia e di consapevolezza, che continuano ad irradiarsi costantemente in tutti i giorni che passano da quando hai creduto ingenuamente di porvi fine. Sapevo che lasciare Berlino sarebbe stato difficile, ma pregustavo il sapore e la certezza del già visto e del già noto che mi attendevano a “casa”. E però non credevo che i due anni berlinesi avrebbero cercato di intrufolarsi così prepotentemente nelle mie giornate, tentando di sovrapporre alla prevedibilità del quotidiano i ricordi di ciò che imprevedibilmente è stato e sorprendentemente potrebbe ancora essere, un giorno.

Eppure ero decisa a lasciare Berlino, sicura di quel senso di esaurimento delle richieste da porre a quella città prolifica di risposte e di inaspettate domande. Non solo, ero anche stanca di ciò che in un primo momento aveva costituito la ricchezza di quel luogo inesplorato. Stanca della sua sporcizia e dei quartieri che più che alternativi mi parevano squallidi, stanca della singolarità dei suoi temporanei commedianti, del senso di precarietà che sembra legare tutti a quel luogo pur così magico. Mi innervosiva la ricerca forzata e delirante del divertimento, il senso di colpa di un sabato che si era deciso di non vivere; mi disgustava l’odore insistente e l’olezzo di sudore e birra; mi atterrivano le difficoltà linguistiche e la sicurezza che solo conoscere perfettamente una lingua ti consegna uno strumento di potere. Infine, mi sorprendevano la provincialità e le farneticazioni della comunità italiana; mi facevano ridere quel senso di eccezionalità, la tracotanza, quel malsano desiderio di sentirsi sempre spinti al massimo.

A Berlino si parla sempre di Berlino. Ci si sente uomini scampati al naufragio delle nostre motivazioni che stavamo vivendo nei luoghi d’origine. E quando la tua voglia di cercare e di vedere cose belle è evidentemente esaurita, quando una metropoli di tre milioni di abitanti comincia a sembrarti ovvia e prevedibile, devi saper cogliere il messaggio di fuga. Così sono fuggita senza troppi rammarichi o troppe lacrime, con una pacatezza speculare all’entusiasmo puro e incosciente che aveva animato i miei primi tempi in città.

Eppure. Eppure quando riconosci che la lente con cui filtri quel che ti circonda dipende in larga parte da ciò che vai cercando, dal contesto particolare, dalle domande più generali che ti stai ponendo sul tuo futuro, ti ricordi anche che Berlino non si è mai imbruttita, è sempre rimasta quell’isola di felicità sperduta in una nazione altrimenti poco amata, e in cui hai tanto desiderato arrivare, per capire cosa donasse di così speciale a chi vi metteva piede. Quando riesci a distaccartene, continui sì a vedere le sue piccole storture, ma diventi anche infinitamente nostalgico di ciò che di più profondo Berlino ti dà e ti lascia, così come ogni città che ti fa specchiare dentro di lei. La nostalgia che più viene a colpirti è quella della dimensione dell’incontro, così spontaneo, facile, ricco, che nelle piccole realtà non è mai così vero, immediato e privo di pregiudizi. Lo stupore sta nella facilità con cui, nel magma indistinto delle diverse persone che compongono la città, si rintracciano quelle che ti consentono non solo di vivere al meglio la città, ma anche di arricchire la tua vita. Ti sconforta come nelle piccole realtà ci si emozioni per poco e ci si abbatta per nulla, un nulla che impallidisce al confronto del senso di sfida quotidiana che vivi in una città come Berlino. Ti manca in modo viscerale la sensazione che ci sia tutto per tutti e che non ci sia spazio per dire «ok, è tutto già visto, tutto già fatto».

A Berlino si parla sempre di Berlino, dicevamo. Ma lo si fa anche quando si è lontani, quando non c’è più chi è disposto ad ascoltarti e a darti la sua versione della città. Lei torna sempre alla mente, anche quando sei rientrato nella ordinarietà, nella consuetudine. E ogni volta che torna a parlarti, si ha voglia di trasmettere al mondo quella straordinarietà che si è vista, quel modo semplicissimo e intenso di vivere le giornate e le persone, con la convinzione che i luoghi Altri sarebbero ben diversi se si riuscisse ad ascoltare la lezione suggestiva di quella piccola isola di felicità.

Foto © Chiara Rainò – Berlino Cacio e Pepe Magazine

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Chiara Rainò

Studentessa di Storia contemporanea, arrivo a Berlino nel 2014 per l'ultimo anno di studi dopo 4 anni a Roma. Lascio che una instancabile curiosità mi guidi all'inseguimento di parole, colori, persone e città. Amo l'odore dei libri, le cose semplici, la complicità.

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