Estate

Che sorpresa eh, cara la mia grigia e sporca Berlino.

Sono circondato da quattro mura di un call center, una prigione di vetro e cemento, per gran parte dei miei giorni. La vita scorre così, tra atmosfere basse e livide per gran parte dell’anno. I palazzi di cemento si stagliano fino al cielo, e si riconoscono a vicenda. Le vetrate dei nuovo centri commerciali e dei tristi multisala riflettono il buio assoluto. Alberi come scheletri, sentono sui propri rami il peso di una neve silenziosa e carica di storia. Io sono così, sono come il tempo, mi chiudo in silenzio e aspetto.

Aspetto perché la conosco, perché mi ci riconosco.

E allora è bastato un giorno, così d’improvviso, che il termometro sia salito quasi fino a trenta gradi per scoprire la lucentezza di una città difficilmente spiegabile a parole. Improvvisamente, il sole brucia la pelle troppo bianca, che sensazione strana, penso. Il verde degli alberi demarca contorni poco netti fino all’orizzonte, il canale blu di Kreuzberg con i suoi cigni, bianchi e maestosi, assomiglia un mondo capovolto in cui si riflette un cielo con le sue poche nuvole ovattate. Ma guarda, un sorriso dolce di una ragazza, le sue spalle scoperte e il suo accenno di seno tra una canottiera che sembrava ormai dimenticata in un cassetto buio. Laggiù, i muscoli gonfi di un uomo ormai non più giovane sono a portata d’occhio di sguardi indiscreti e di sorrisi maliziosi. Rinascono i sensi, tutti, troppo a lungo imprigionati all’interno di caldi piumini.

Poco distante, il negozio di vinili può ancora mostrare alla vita di strada la sua immensa collezione d’annata, tra un bootleg in tedesco di Lou Reed e gli occhialoni di Elton John. Barbe bianche o baffetti prepuberali, sono tutti lì, insieme, ad aumentare i volumi dei Marantz. Uno sguardo fuori, il sole acceca. Life on Mars, canta Bowie da uno stereo in lontananza. Cammino contro sole, e arriva lei. Veste nera con velo, gli occhi troppo truccati e impercettibili: una donna turca mi mostra con grazia le sue profonde rughe come scolpite su marmo. Mi accenna un sorriso, io ricambio, e non posso non notare il contrasto tra la cupezza della veste e il ciuffo di prezzemolo e di dolci pomodori rossi nella sua mano. Arriva dal profumato mercato rionale, lungo il fiume. Mi si stringe il cuore, è la nonna di qualcun altro penso, ma potrebbe essere la mia.

Rimango in ascolto qualche istante, e noto con estremo piacere che il silenzio attorno a me è sorprendente, nemmeno una vecchia bici dalla catena leggermente arrugginita può spezzare l’incantesimo. Non una macchina, non un grido, solo segni di estrema civiltà. Nelle orecchie, l’arpeggio inconfondibile di Echoes dei Pink Floyd, versione live a Pompei. Anche lì, nel lontano 1971, il caldo era sorprendente per essere Ottobre. Proprio loro parlarono di un muro una volta, e della sua barbarie. Oggi, mi guardo intorno e vedo una città meravigliosa e imprevedibile, borghese ma ancora anticonformista.

Berlino si veste di nuovo.

E’ arrivata l’estate, Berlino si spoglia di nuovo.

Emiliano Jatosti

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