Clubbing, finto multiculturalismo, Berlino transgender: intervista a Francesco Macarone Palmieri

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È uscito da qualche mese per le edizioni Manifesto Libri “Tanz Berlin. Oltre il muro del clubbing” di Francesco Macarone Palmieri, un saggio autobiografico che racconta la metropoli berlinese e i suoi mutamenti da una posizione angolare specifica: il clubbing.

Un percorso affascinante nella “Berlino ballata” e una riflessione sulle dinamiche di produzione culturale e di consumo della città, restituite dal suo interno, da uno dei principali agitatori della scena. L’autore, meglio conosciuto nell’ambiente queer internazionale con lo pseudonimo “Warbear”, vive e lavora tra Berlino e Roma come Antropologo Sociale, è dottorando in Urbanistica presso l’Università La Sapienza di Roma, scrittore, curatore e DJ. A Berlino produce un evento bimestrale di cultura queer chiamato “GEGEN” al “Kit Kat”, uno dei club più conosciuti al mondo, all’interno del quale è Resident DJ.

In occasione della presentazione di giovedì 12 marzo presso la libreria Mondolibro, che vedrà anche l’inaugurazione della mostra di Aghia Sophie (trovate alcuni suoi scatti nella galleria in fondo all’articolo), abbiamo chiesto all’autore di approfondire con noi alcuni passaggi chiave del testo. Scavando in profondità nei meandri di un percorso di vita che da personale si fa politico, l'(auto)analisi di Warbear ci rivela il volto impazzito non soltanto di Berlino, ma di tutto l’Occidente post-capitalista.

Partiamo dalla fine. L’ultima parte del libro, con un lungo elenco di motivi per cui venire a Berlino, restituisce un ritratto impietoso della città e dell’umanità decadente che la attraversa, mossa a sua volta da desideri quali “fare clubbing dal lunedì al lunedì”. È la descrizione di una metropoli “povera e non sexy”, dove il reale processo di integrazione è lungo e difficile, a dispetto della sua immagine mediatica. Qual è il tuo rapporto con la città?

Berlino mi è lentamente entrata dentro intorno al 2007, e questo è dovuto al fatto che parte delle mie relazioni produttive ed amicali attraversavano questa città da molto prima di me, fino a produrre la mia presenza lì. Ci sono una serie di elementi che mi hanno portato a riflettere e a fare ricerca attraverso il mio rapporto così faticoso e complesso con questa città, pensandola sempre in un paso doble, come una membrana concava e contemporaneamente convessa, che ha sempre investito sui processi migratori e sulla cultura della differenza, consapevole della ricchezza che questa transizione porta. Questo vale per la Berlino città aperta degli inizi del ‘900, dove già ai tempi una cultura e una politica di genere e orientamento sessuale venivano abbracciate da Schöneberg alla città tutta, per la Berlino della ricostruzione e dei gastarbeiter, per la Berlino ovest della resistenza alla DDR dove venivano dati 300 marchi e l’esenzione al servizio militare creando un flusso di artisti, tossici e debosciati, per le transizioni est-ovest/ovest-est post caduta del muro. Ora, se in tali attraversamenti risiedeva un senso politico del diritto, oggi questa dinamica si è ribaltata, ovvero l’idea della diversità come ricchezza viene creata ad hoc da enti multinazionali che muovono la politica usando multiculturalismo e diritti sociali come ottimo strumento di marketizzazione e vendita della città ad un capitale cosmopolita. Tale marketizzazione si basa su delle narrazioni che appunto promuovono il life-style “Arm aber Sexy” di Berlino come spazio del possibile, fino a farti dire “Io sto perdendo il mio tempo dove sono”, “Questa è la mia possibilità per investire su una migliore qualità della vita”, “Devo emanciparmi dall’oppressione che il contesto sociale in cui sto vivendo mi produce” e via discorrendo. Una volta fatta questa scelta, poi ti trovi a fare i conti con una realtà che rischia di essere estremamente lontana dalla proiezione che queste narrazioni ti hanno prodotto. Nella scarto tra proiezione e realtà si gioca la partita economica ed esistenziale di Berlino. È quello il momento in cui o metti in gioco il tuo desiderio e il tuo progetto di vita, capendo come applicarlo a questa macchina capitalista impazzita, oppure verrai risucchiato, tritato e buttato.

Nella short novel “Vita e morte di un Social Bottom” descrivi il prototipo di una nuova forma di emigrazione, quella degli “easyjetsetter”, che atterrano in città attratti dal ‘sogno berlinese’ fino allo scontro mortale con la burocrazia tedesca. Quanto c’è di te stesso o delle persone che conosci nel personaggio che descrivi?

Il Social Bottom sono io. Il mio primo libro intitolato “Free Party” uscì per la casa editrice Meltemi più o meno dieci anni fa e parlava di raves e controculture digitali in Italia negli anni novanta. La scrittura lì era saggistica ed il registro molto complesso in realtà serviva a nascondere le mie paure nella capacità performativa di rappresentare un oggetto di studio così complesso, anche se io ero pienamente coinvolto nella scena. Mi ci sono voluti dieci anni per usare la prima persona singolare. Ad un certo punto si è scatenato in me il desiderio di una presa di responsabilità, di una politica della fragilità, di un’esposizione totale al lettore. Da lì la scelta dell’autobiografia e del romanzo come strumenti etnografici. E non solo, perché il mio obiettivo era anche quello di far scivolare il lettore dalla narrazione a momenti analitici. La cosa divertente è che il libro nasce esattamente al contrario di come l’ho composto. Ogni anno scrivevo una nota su Facebook che mi permettesse un’auto-analisi della mia condizione esistenziale a Berlino. La seconda nota che scrissi si intitolò “Vieni a Berlino” e, più che una scrittura, fu una vomitata talmente forte emotivamente da toccare i nervi scoperti di tanta gente, soggetti migranti e non solo. Il testo diventò virale. La gente se lo passava e soprattutto lo inviava a chi decideva di trasferirsi. Da lì decisi di costruirci un racconto intorno e, chiacchierando con dei miei amici, uscì fuori il concetto di “Social Bottom” ovvero del nuovo migrante schiavo delle scene, intrappolato nella fabbrica della felicità in un mondo dell’entertainment. Il personaggio è la tipizzazione di un nuovo migrante che viene dalla Calabria e che rimane proprio incastrato dal meccanismo che ho spiegato sopra. Il suo profilo socio-antropologico l’ho costruito sviluppando i tratti di tutti i fallimenti esistenziali che ho vissuto intorno a me, di tutta la gente senza arte né parte, allo sbando, inseguendo un’utopia morta prima di nascere. Tale Frankenstein mi compone come soggetto, il che può sembrare anche cattolico e probabilmente in parte lo è, ma la sublimazione della colpa in masochismo permetterà al nostro eroe di ribaltare la sua cometa esistenziale in una traiettoria possibile. Non anticipo nulla. A voi la lettura.

Ripercorrendo la nascita e l’evoluzione di alcuni tra i club berlinesi più importanti per la tua formazione, a partire dal famoso Berghain, analizzi nel libro anche il loro impatto sulla città a livello politico e urbanistico, oltre che economico, e la forte impronta queer che li caratterizza. Puoi farci qualche esempio?

Di esempi ce ne sono moltissimi. Lo stesso Berghain, prima Ostgut, nasce da un club di cruising fetish gay chiamato Lab.Oratory e diventa la nuova porta di Brandeburgo. Qui io fondamentalmente voglio dire due cose: una, che l’identità gay e lesbica diventa un ottimo strumento di mercato perché “Queers entertain better” e questo lo chiarisco nel libro con la storia della disco music. Il senso dello stare insieme e del divertirsi ma soprattutto dell’essere comunità aperta, molteplice ed autogestita è sempre stato una caratteristica spontanea alla queerizzazione del mondo da parte della comunità lgbt. Dall’altra, il discorso che facevo sul tema dei diritti come esca al consumo e alla vendita di Berlino si ricalca esattamente in forma microscopica nel clubbing berlinese. Se nelle società strettamente eteronormative, la donna è il prezzo di scambio per la vendita di un contenuto (le donne entrano gratis, gli uomini pagano per due), in un panorama come quello berlinese l’omonormatività per assurdo diventa dominante ed è il soggetto gay a produrre risorsa. Questo significa che la presenza gay diventa metro di qualità di un servizio che in questo caso è la festa. GEGEN ha provato a rompere questa politica identitaria e speculativa mettendo in crisi le categorie sempre dialettiche che oppongono un’idea di party “safe” perché contiene una gayness al suo interno, e la sua susseguente idea eterofobica, come se la logica eterosessuale non fosse un orientamento ma solo una esclusiva forma di potere e dominio dell’uomo sulla donna. Contemporaneamente, la nostra è una festa di chiara matrice femminista e queer ed è proprio per questo che ci interessa mettere in crisi non solo l’eteronormatività ma anche l’omonormatività e come essa si traduce in mercato. Concludo dicendo che spezzo una lancia in favore del servizio d’ordine del Berghain e del team che Sven Marquardt ha tirato su. Secondo me la porta del Berghain è lo spazio più democratico che esista. Questo significa che tutti possono essere rimbalzati senza distinzione di ruoli, estrazioni sociali, generi, orientamenti, etnie o ricchezze. È una questione di groove e i türsteher del Berghain hanno imparato a respirarlo nella mente delle persone, attraverso un contatto empatico che dura l’arco di un respiro. E questo vale per Beyoncé come per il coatto del Brandeburgo. Se Felix The Housecat non ha il groove non entra (leggi qui il nostro articolo su questo episodio). Se il proletario di Schöneweide ce l’ha, entra. Punto. Che poi ci sia una messa in produzione dell’hype che tale meccanismo crea sul piano dell’esclusività, questo fa parte del discorso di cui sopra.

Come interpreti il processo di sdoppiamento del Pride in corso negli ultimi anni, dapprima con la nascita del suo antagonista queer “Transgenialer” (TCSD) nel 1997, fino allo smembramento del 2014, con la città attraversata da ben 4 cortei?

Mi piace che ci siano quattro Pride perché mi piace che Berlino venga attraversata da simbolismi differenti e contemporaneamente credo che questa sia la follia di una meccanica dialettica per la quale al bianco si deve opporre sempre il nero senza avere la capacità della coesistenza nella differenza. Tali meccanismi poi riguardano praticamente tutta la sfera occidentale, in cui le dinamiche di omonormatizzazione si sono ormai sedimentate. Fare un Pride è questione di poteri sulla città sempre rispetto al tema dei diritti. Ci sono degli enti economici privati – dai mercati immobiliari alle linee aeree, alle compagnie viaggi etc – interessate a mostrare che Berlino è una città della tolleranza, perché una città tollerante è una città vivibile e una città vivibile può aumentare il suo prezzo, dato che in un’economia di mercato solo se consumi acquisisci i diritti. Quindi per assurdo siamo arrivati a un punto per il quale l’accesso ai diritti avviene attraverso il consumo. Ciò si vede perfettamente nel gay village di Schöneberg, dove per prendere un appartamento, se sei gay, di alta estrazione sociale, bianco, con una civil partnership alle spalle, con alta professionalità, avrai sicuramente più possibilità di accedere ai servizi del quartiere di altri soggetti sociali sempre gay però magari turchi, magari donne, magari transgender, solo per citare gli esempi più semplici. Ora, oltre alla ricostituzione del razzismo, del nazionalismo, del classismo, della misoginia e dell’omofobia stessa all’interno della comunità lgbt, la domanda che emerge è: oltre a tale follia omocentrica, delle risorse prodotte dal “consumo” dei diritti chi ne gode? Di fondo i gruppi di pressione che investono sui Pride per orientarli. E cosa produce la loro critica? Esattamente il loro opposto. Ecco allora emergere il Transgenialer (che peraltro è anche scoppiato per dinamiche linguistiche troppo lunghe da affrontare qui). In un certo senso è come guardarsi allo specchio per vedere l’immagine opposta. Può questo tipo di correttezza politica, che è sempre alla ricerca di una coerenza negativa, produrre un cambiamento reale delle dinamiche di potere all’interno della città? Io ne dubito ma mi piace attraversare e godere del molteplice.

Già agli inizi del ‘900 Berlino era all’avanguardia in tema di diritti omosessuali, concentrando iniziative di carattere politico, sociale e culturale, fino alla tragica ascesa del regime nazista e alla dura repressione di gay e lesbiche. Oggigiorno, Berlino sembra tornata ad essere un paradiso per ogni tipologia di dissidenza sessuale. È davvero la città più libera del mondo?

Sì e no. Sì: perché i diritti sono stati conquistati con lotte e sangue, e quindi ti capita di prendere l’autobus di notte e trovarci solo donne. E questa emozione ti libera perché senti di vivere in una società più egalitaria. No: perché la società egalitaria alla fine è solo per chi se la può permettere e senti che gli stessi diritti vengono usati per questa compravendita, oltre al fatto che le risorse prodotte non vengono equidistribuite da una gestione politica della società ma capitalizzate da chi gestisce i mercati, muovendo i soggetti politici e sociali per i propri interessi privati. E soprattutto ad oggi la differenza, l’individualismo, la diversità rappresentano un plusvalore ancora più alto dell’uguaglianza stessa. I concetti di “classe creativa” e “hipsterism” rappresentano proprio il tema della diversità come pilota dei mercati. Fatevi una bella passeggiata su Kottbusser Damm e lo vedrete con i vostri occhi.

Presentazione del libro
Giovedì 12 Marzo 2015 alle 20
Libreria Mondolibro
Torstraße 159, Berlino

le foto sono di © Aghia Sophie

 


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Simona Dell'Aquila

Con la crisi dei 30 anni alle porte, decido di scappare a Berlino, che tutti dipingevano come ‘la mia città’ e dove non ero mai stata, per sfatare il mito, cambiare prospettiva e raggiungere una qualche forma di autonomia. Dopo rimbalzi continui di casa in casa, passeggiate infinite alla conquista dei quartieri, tour veg-astronomici, pedalate eroiche, serate che finiscono all’alba con bruschi risvegli al capolinea della metro... dopo qualche mese sono ancora alla ricerca di un buon motivo per non restare. E per imparare il tedesco.

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