High-tech, biliardino e pisolini pomeridiani: il coworking a Berlino raccontato da chi ci lavora

Vi siete mai chiesti cosa avvenga veramente negli spazi di coworking berlinesi? È arrivato il momento di svelare le misteriose dinamiche di queste realtà che da qualche anno a questa parte spuntano come funghi nella capitale tedesca.

Berlino è la capitale tedesca delle start-up e nella corrispondente classifica europea si attesta al quarto posto dopo Londra, Stoccolma e Parigi. I dati parlano chiaro: ogni anno a Berlino vengono fondate circa 44 mila aziende, numero che corrisponde a una nuova start-up ogni 20 minuti. In questo contesto gli uffici di coworking rispondono perfettamente alle esigenze di startupper, freelancer e telelavoratori come me che non ne vogliono proprio sapere di lavorare a casa. Questi spazi condivisi rappresentano il terreno fertile per scambiarsi il know how, cucire reti di conoscenze e relazioni professionali. Essi comportano la condivisione non solo degli spazi, ma anche degli interessi, incentivata da eventi di networking organizzati ad hoc sui temi cari alle community. È qui che i potenziali datori di lavoro pescano i talenti più brillanti.

Il coworking a Berlino

Il coworker “seriale” è una persona di età compresa fra i 20 e i 40 anni, uomo o donna, desiderosa di lavorare in un ambiente dinamico e stimolante. Smanettoni nel sangue, grafici per vocazione, questi nomadi digitali prediligono fiammanti Mac ai più tradizionali PC. Gli uffici di coworking sono alla portata di tutte le tasche (o quasi) e le formule di accesso contemplano solitamente varie modalità, tra cui il pass giornaliero per il professionista di passaggio, la flexy desk che prevede dieci o dodici ingressi al mese e la fixed desk con accesso per l’intero mese. Le scrivanie predisposte per l’una o l’altra formula sono contrassegnate con adesivi colorati. A Berlino chi decide di frequentare questi luoghi nella speranza di conoscere gli indigeni o praticare il tedesco, rimane generalmente deluso. Crogiuoli di lingue e culture, è l’inglese la lingua franca di questi luoghi. Ma una buona conoscenza dell’inglese non è l’unico requisito necessario a intavolare una conversazione in un ufficio di coworking berlinese, in cui qualsiasi dialogo viene messo a dura prova da cuffie cool di ultima generazione, che i coworker indossano indefessi.

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© Grazia Ventrelli

Appunti di un’esperienza da coworker a Berlino

Approdata un anno fa a Berlino con valigia e portatile al seguito, priva di reti sociali o conoscenze nella città di adozione e spinta da una notevole dose di entusiasmo e curiosità, ho deciso di buttarmi anima e corpo in questa nuova filosofia di lavoro.

Prima tappa: Moabit (Lübecker Str.). Disposto su due piani in un edificio industriale degli anni ’70, l’ufficio è aperto 24 su 24, 7 giorni su 7 e l’accesso è consentito con un codice segreto. La prima volta che ho varcato la sua soglia sono stata immediatamente rapita dalla presenza di due amache molli e seducenti, collocate in penombra e destinate ad accogliere i coworker vittime di sonnolenza postprandiale. Non c’è più religione, verrebbe da dire. E invece si è pensato anche a questo. Per offrire ristoro non solo al corpo, ma anche all’anima, di lì a pochi metri era stata predisposta una casetta in legno con uno spazio adibito alla preghiera. È qui che a turno ci si rivolgeva all’Altissimo o si telefonava in totale privacy.

Seconda tappa: Friedrichshain (Eldenaer Str.). Aprile, il sole faceva timidamente capolino tra le nuvole. E io misi gli occhi su un vecchio edificio, verosimilmente una ex scuola in mattoni rossi strutturata su quattro piani e adibita a spazio di lavoro condiviso senza un nome meglio specificato. Lo scoprii spulciando il sito Sharedesk.net, un portale che vanta ben 400 spazi di lavoro in 70 Paesi. L’ufficio in questione poteva accogliere al massimo sette persone e la cucina non più di quattro individui alla volta. Intorno al tavolo ci si riuniva talvolta per gustare frutta di stagione o altre prelibatezze offerte da chi aveva la fortuna di rientrare da un viaggio. E poi avveniva l’irreparabile: le stoviglie venivano sapientemente occultate in un armadietto un po’ ammaccato e vuotato a cadenza settimanale. Allora venivano sottoposte a un “selvaggio lavaggio”, a seguito del quale rinascevano a nuova vita e tornavano a brillare. Nelle ore pomeridiane, un lungo divano a quadrettini rossi piazzato sotto la finestra della cucina diveniva puntualmente ostaggio di una coworker, alta e possente, in preda ai disagi causati da un’improbabile pizza all’ananas. Attraversavo la cucina con passo felpato per poi rintanarmi nella mia stanza, attorniata da droni di ultimissima generazione. Subissata da un mare di parole da tradurre a stretto giro, tutt’altro che confortata dallo sguardo torvo dei robottini, sentivo i coworker della stanza accanto discettare su JavaScript, CSS, PHP e tutta una lunga sfilza di acronimi dal significato a me oscuro.

Terza tappa (odierna): Friedrichshain. 320 metri quadrati distribuiti su due piani in un edificio industriale nei Grünberger Höfe ospitano programmatori, fotografi, designer, illustratori. E una traduttrice, io. Ampie vetrate, mattoncini rossi, sala riunioni, cucina, scrivanie spaziose, soffitto scrostato e pavimento vissuto fanno di questo luogo un polo di attrazione assai trendy e una fonte di ispirazione per i creativi giunti da ogni angolo del mondo. Basta volgere lo sguardo di 180 gradi per cogliere stralci di conversazione in inglese, spagnolo e tedesco. Con una rotazione del capo di 360 gradi vi ritroverete in una vera Babele. Un intrico di ghirigori, linee rette, grafici incomprensibili fanno a pugni sui monitor dei Mac. In quest’open space la quiete del pomeriggio viene regolarmente interrotta da un fischio lacerante che invita i coworker a sfidarsi a una partita a biliardino. Piazzato prepotentemente al centro della stanza, il tavolo da gioco viene sballottato a destra e a manca, le braccia si allungano e si accorciano, le sagome dei giocatori ruotano vorticosamente. E la pallina scagliata sulla testa di un malcapitato corriere o di una mente creativa impegnata in una sessione di brainstorming. Dicono che sia la normalità, qui. Dal mio posto di osservazione privilegiato, collocato accanto a un’ampia vetrata, caffè fumante alla mano, contemplo a piccoli sorsi la scena e mi gusto la squisita atmosfera dell’ufficio, specchio della Berlino multiculturale e spumeggiante. E, risparmiata dalla pallina, mi sento fortunata.

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© Grazia Ventrelli

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Foto di copertina © Grazia Ventrelli

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Grazia Ventrelli

Traduttrice di professione, camminatrice per passione. Da gennaio 2016 Berlino è la mia nuova città di adozione che, penna e fotocamera alla mano, ho deciso di scoprire palmo a palmo. Rigorosamente a piedi.

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