Noi, i ragazzi della Görlitzer Bahnhof di Berlino

Siamo troppi. Quando io e il mio amico Ben ci piazzammo qui, ricordo che non c’era nessuno. Ci sembrava il posto perfetto: stazione della metro, locali nelle vicinanze, flusso continuo di persone, quartiere giovanile. E sregolato, soprattutto. Cosa chiedere di meglio? Ben si piazzava giusto sotto le scale della metro e accalappiava i primi clienti. A volte ne fermava cinque insieme, come se avesse una rete per tonni. Io, invece, mi appostavo qualche decina di metri più in là, osservavo la situazione, studiavo i possibili interessati, quelli timidi, timorosi, che avevano paura di essere beccati anche solo se buttavano un cicca di sigaretta per terra. Quelli erano i miei preferiti, carne per i miei denti. Quando ero certo di averne scoperto uno, mi avvicinavo tranquillo, come se stessi passando di lì per caso e poi, con un’occhiata, gli facevo capire che sapevo il motivo per cui fosse sceso proprio a Görlitzer, sapevo cosa stesse cercando, e che ero io l’uomo di cui aveva sentito parlare. Con questi tipi era facile trattare. Se la facevano così sotto dalla paura che ti davano i soldi e non controllavano neppure il contenuto della busta. Se la ficcavano subito in tasca, osservandosi intorno con uno sguardo che anche uno sbirro appena uscito dalla scuola di formazione avrebbe giudicato sospetto. Avresti potuto rifilargli l’origano del supermercato e se ne sarebbero accorti solo a casa, mentre cacavano sul cesso. Ma le truffe le fa chi non conosce le leggi del mercato. Chi non pensa da imprenditore. Il cliente si fidelizza, non si frega. Si rassicura, non si raggira. Un cliente così, è un cliente a vita.

Oggi siamo troppi, decisamente troppi. Berlino è una città tollerante, ma pur sempre una città di bianchi, costruita da bianchi, ed abitata soprattutto da bianchi. In questo bianco io e Ben eravamo due puntini invisibili. Questa macchia nera che invece ho davanti è diventata insopportabile anche per me che ne faccio parte. Presto qualcuno verrà a fare pulizia e non lascerà neppure l’alone. Ben me lo ha già detto tre volte che è meglio sloggiare, trovare nuove luoghi, nuove piazze. Ma questa stazione mi piace troppo e non riesco a lasciarla. I treni, soprattutto, mi sono sempre piaciuti. Macchine sicure della loro destinazione. Fredde, precise. Come sono io sul lavoro, ma come non è per niente la mia vita.

Ben non è più contento di stare qui. Ogni giorno è sempre più nervoso e lavora male. Sono mesi che combiniamo poco. La concorrenza è spietata e sciocca. Ragazzini esaltati ed incapaci di farsi amici i clienti. Ne torna uno su venti, mentre la media dovrebbe essere uno su tre. Tra poco qualcuno verrà a sbiancare il nostro culo nero, lo so. Ma non lascerò questo posto. Domani lo dico a Ben che se vuole andarsene, dovrà farlo senza di me. Se ne andrà e lo capisco. Siamo amici, non stupidi. E la vita che ci siamo scelti. E la vita che mi sono scelto: un binario morto, una stazione abbandonata. Un treno che non sa dove andare.

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FOTO © Alper Çuğun CC BY SA 2.0

Gabriele Iaconis

Gabriele Iaconis è nato a Napoli nel 1985. È laureato al corso magistrale di Organizzazione e Gestione del Patrimonio Culturale ed Ambientale presso la Federico II di Napoli. È appassionato di lettura e scrittura e non osa immaginare un mondo senza libri. Ha pubblicato due romanzi: Un motivo in più per guardare il cielo (Boopen LED 2010) e Buenos Aires (Homo Scrivens 2012) nonché racconti in varie antologie. Vive a Berlino dal novembre 2013 e si trova benissimo. Spera di continuare a scrivere e leggere il più possibile.

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