I tre Re Magi, il bellissimo racconto sul Natale nella Germania del dopoguerra

Wolfgang Borchert (1921-1947) è uno dei maggiori esponenti della corrente letteraria tedesca Trümmerliteratur o letteratura delle macerie, ovvero quel movimento nato nel secondo dopoguerra che racconta la Germania ridotta appunto in macerie e i superstiti della guerra alle prese con una gravissima situazione di povertà resa ancora più difficile dal clima rigido. La forma prediletta dagli scrittori di questa corrente è la Kurzgeschichte (racconto breve), una sorta di short-story che secondo il modello anglofono mantiene l’inizio in medias res e il finale aperto, quindi di fatto una frammentarietà del racconto che risulta l’unico modo possibile per parlare della tragica realtà attuale. Inoltre il linguaggio è estremamente asciutto, privo di qualunque abbellimento letterario, mentre le frasi sono brevi e coincise per aumentare il senso del frammentario.

Tra le Kurzgeschichten più conosciute ricordiamo Geschäft ist Geschäft (Gli affari sono affari) di Heinrich Böll e Die Küchenuhr (L’orologio da cucina) e Das Brot (Il pane) di Borchert. Qui sotto proponiamo una traduzione italiana di Die drei dunklen Könige (I tre Re Magi oscuri) dello stesso Borchert, che oltre ai consueti temi della fame e del freddo ne introduce uno nuovo: il Natale. E racconta cosa voleva dire passare una festa simile in quel periodo storico, magari quando una giovane coppia aveva appena avuto un bambino. Allora, l’ideale dei Re Magi non poteva che cambiare. E viene raccolto da tre ex soldati che dalla guerra hanno riportato menomazioni fisiche o traumi psicologici e per la famiglia hanno solo doni poveri, ma assolutamente ben accetti: un asinello di legno per il bambino e una sigaretta per il padre. Mentre un mezzo sorriso sul viso del neonato fa nascere una nuova speranza…

Se volete leggere il racconto nell’originale tedesco lo trovate qui.

I tre Re Magi oscuri

Camminava tentoni nella periferia buia. Brandelli di case si stagliavano contro il cielo. Mancava la luna e il selciato era spaventato per quei passi tardivi. Quando trovò un vecchio steccato, gli diede un calcio finché un asse marcio emise un sospiro e si staccò. Il legno aveva un profumo umido e dolce. Se ne tornò indietro tentoni attraverso la periferia buia. Non c’erano stelle.
Quando aprì la porta (e pianse, la porta) incontrò gli occhi azzurro pallido di sua moglie. Venivano da un viso stanco. Il suo fiato nella stanza era bianco tanto era freddo. Un odore umido e dolce si sparse intorno. Piegò il ginocchio ossuto e spezzò il legno. Il legno sospirò. Se ne portò un pezzo al naso. Ha quasi il profumo di una torta, rise piano. No, gli disse la moglie con gli occhi, non ridere. Dorme.
L’uomo mise il pezzo di legno umido e dolce nella piccola stufa di lamiera. Il fuoco si ravvivò e gettò una manciata di luce calda nella stanza. Che cadde chiara su un visino tondo e vi rimase un istante. Quel viso aveva appena un’ora, ma aveva già tutto ciò che ci voleva: orecchie, naso, bocca e occhi. Gli occhi dovevano essere grandi, lo si vedeva nonostante fossero chiusi. ma la bocca era aperta e respirava lieve. Naso e orecchie erano rossi. E’ vivo, pensò la madre. E il visino dormiva.
Ci sono ancora fiocchi d’avena, disse l’uomo. Sì, rispose la donna, per fortuna. Fa freddo. L’uomo prese un altro pezzo di legno umido e dolce. Ora ha avuto il bambino ed è lì che gela. Ma lui non aveva nessuno da prendere a pugni. Come aprì lo sportello della stufa, cadde ancora una manciata di luce sul viso addormentato. La donna disse sottovoce: guarda, sembra un’aureola, vedi? Un’aureola! pensò lui e non aveva nessuno da prendere a pugni.
In quel momento degli uomini si presentarono alla porta. Abbiamo visto la luce, dissero, dalla finestra. Vogliamo sederci dieci minuti.
Ma abbiamo un bambino, disse loro l’uomo. Non dissero più nulla, ma entrarono lo stesso nella stanza, il fiato dalle narici usciva come nebbia e camminavano alzando i piedi. Poi la luce cadde su di loro.
Erano tre. Con tre vecchie divise. Uno aveva una scatola di cartone, un altro un sacco. E il terzo non aveva più le mani. Congelate, disse sollevando i moncherini. Poi indicò all’uomo la tasca del cappotto. C’era tabacco e carta velina. Si fecero delle sigarette. Ma la donna disse: no, il bambino. Allora i quattro uscirono e davanti alla porta le loro sigarette erano quattro punti nella notte. Uno aveva i piedi gonfi fasciati. Tirò fuori un pezzo di legno dal suo sacco. Un asinello, disse, ci ho messo sette mesi per scolpirlo. Per il bambino. Così dicendo, lo diede all’uomo. Che cos’è successo ai piedi? chiese l’uomo. Acqua, disse l’intagliatore, per la fame. E l’altro, il terzo? chiese l’uomo, toccando nel buio l’asinello. Il terzo tremava nella sua divisa: oh niente, sussurrò, sono solo i nervi. Abbiamo avuto troppa paura. Poi spensero a terra le sigarette e rientrarono.
Alzarono i piedi e osservarono il visino che dormiva. Quello che tremava prese dalla sua scatola di cartone due caramelle gialle e disse: sono per la signora.
La donna spalancò gli occhi azzurro pallido quando vide le tre figure scure piegate sul bambino. Ebbe paura. Ma il bambino puntò le gambe contro il suo petto e gridò talmente forte che le tre figure scure alzarono bene i piedi e si avviarono verso la porta. Qui fecero ancora un cenno con la testa, poi uscirono nella notte.
L’uomo li seguì con lo sguardo. Strani magi, disse a sua moglie.Poi chiuse la porta. Magi meravigliosi, bofonchiò e guardò se c’erano ancora i fiocchi d’avena. Ma non aveva nessuno a cui spaccare la faccia.
Ma il bambino ha gridato, bisbigliò la donna, proprio forte ha gridato. Allora se ne sono andati. Guarda com’è vivo, disse lei orgogliosa. Il visino aprì la bocca e gridò. Piange? chiese l’uomo.
No, credo che rida, rispose la donna.
Quasi come una torta, disse l’uomo annusando il legno, come una torta. Proprio dolce.
Oggi è anche Natale, disse la donna.
Già, Natale, bofonchiò lui e dalla stufa una manciata di luce illuminò il visino che dormiva.

 

Foto: “ex oriente lux” © dierk schaefer – CC BY SA 2.0

 

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Sara Trovatelli

Dottoranda in traduzione letteraria, traduttrice, amante del buon cibo, dei viaggi e di tutto ciò che è cultura, vive a Berlino dal 2012 dopo essersene innamorata durante una gita lampo ai tempi del liceo.

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