Il Kino International, il nostalgico cinema delle serate di gala di Berlino Est

Maggio 1945: la guerra è finita da pochi giorni e tutto ciò che rimane di Berlino sono solo cumuli di macerie e scheletri di edifici. La città inizia lentamente a rendersi conto del durissimo prezzo pagato per essere stata la capitale del Terzo Reich e capisce quanto sarà complicata e lunga la ricostruzione, che coinvolgerà non soltanto le forze alleate e l’Armata Rossa, ma i cittadini stessi.

La prima urgenza riguarda proprio quest’ultimi: decine di migliaia di persone non hanno più una casa nè un semplice luogo coperto sotto cui ripararsi. La realizzazione di edifici a scopo abitativo sarà l’obiettivo degli anni subito successivi alla Seconda Guerra Mondiale e uno dei quartieri designati per i nuovi palazzi sarà Friedrichsain, al confine sudorientale del centro cittadino.

Il Kollektivplan, piano di sviluppo urbanistico ideato dall’architetto Hans Scharoun, che prevedeva la costruzione di abitazioni circondate da ampi spazi verdi, è la linea guida che si decide di seguire per la ricostruzione ma, con il passare degli anni, le prime ombre della Guerra Fredda cominciano ad allungarsi su Berlino: le differenze politiche, ideologiche e persino architettoniche fanno sì che un piano comune di ricostruzione della città diventi irrealizzabile. La ricostruzione di Berlino Est è quindi affidata ad un gruppo di architetti, invitati a seguire l’esempio architettonico delle grandi città dell’Unione Sovietica: nel 1951 inizia lo costruzione del primo tratto della Stalin Allee (l’attuale Karl-Marx Allee), da Strausberger Platz a Frankfurter Tor.

La seconda fase di costruzione della Karl-Marx Allee, dal 1959 al 1965, riguarda gli spazi compresi tra Strausberger Platz ed Alexanderplatz. In un momento storico in cui l’obbiettivo era prendere le distanze dal periodo stalinista non si realizzano più edifici dal carattere monumentale (anche a causa della carenza di materiali e degli eccessivi costi), o richiami al Classicismo Socialista, o Zuckerbäckerstil (stile a torta nunziale), bensì si sviluppano tecniche e metodologie costruttive che permettano costruzioni su grande scala in cui gli edifici residenziali assumono un design sostanzialmente industriale.
Secondo il piano di conversione della Karl-Marx Allee nell’asse principale di sviluppo di una nuova città, era importante alternare i fronti dei palazzi residenziali con “momenti di pausa” dal punto di vista architettonico-urbanistico; tutto questo sia per interrompere la ripetizione seriale che regola le facciate, creare volumi distinti, più bassi, circondati da piazze pedonali sia, sul piano sociale, per inserire nel quartiere spazi pubblici ricreativi, formativi e/o propagandistici che si affacciassero sulla via di rappresentanza. Ne sono un esempio il Cafè Moskau, la gelateria Mokka Milch Eisbar e il Kino International, un grande cinema destinato a proiettare le pellicole di successo prodotte nella DDR.

Il Kino International fu completato nel 1963 su progetto degli architetti Josef Kaiser e Heinz Aust ed è uno degli esempi che dimostrano il tentativo di rottura con il passato. Per gli architetti era importante sottolineare la funzione dell’edificio seguendo in esso una delle regole fondamentali dello stile Bauhaus: le sue linee, soprattutto la facciata, denotano una chiara razionalizzazione delle forme, un attento uso distintivo dei materiali principali come vetro, acciaio e cemento, impiegati proprio per le loro proprietà tecnico-strutturali.

Su una base rivestita in pietra poggia un volume curvo in cemento chiaro, le cui facce sono scolpite con immagini della vita quotidiana del nuovo giovane socialista: gruppi di giovani che ballano, studiosi e studenti con la colomba della pace, trattori e aerei che spargono pesticidi sui campi , soldati e lavoratori intenti ad eseguire il loro dovere. Intorno al cinema lo spazio è vuoto, l’edificio deve essere a sè stante, un oggetto di richiamo: è arretrato rispetto alla strada e l’ingresso che occupa l’intera facciata è coperto dallo sbalzo del volume superiore contenente le sale di proiezione.

Diversamente da quanto accaduto per la costruzione degli edifici circostanti, con il Kino International non si badò a spese: l’esperienza per gli spettatori (la capienza era di 600 posti) doveva essere unica ed i progettisti optarono per una sala ad anfiteatro declinante verso lo schermo. Anche dal punto di vista acustico il Kino International era all’avanguardia dato che fu appositamente sviluppata una tecnologia di diffusione del suono normalmente utilizzata per gli studi di registrazione: le pareti furono riempite con pannelli isolanti e la decorazione delle stesse, in listelli di legno, garantiva agli spettatori un ascolto perfetto. Lo stesso soffitto della sala, ondulato come un velo, era funzionale alla propagazione del suono. In poche parole, dal punto di vista tecnico, il Kino International non aveva niente da invidiare ai nuovi cinema che, negli stessi anni, venivano costruiti a Berlino Ovest con investimenti molto più alti.

Tutta questa attenzione ai dettagli è facilmente spiegabile: il Kino International non era un semplice cinema, ma la sala di riferimento per le grandi anteprime delle pellicole prodotte dalla DEFA (la casa di produzione cinematografica della Germania Est). In particolare, quando i film proiettati erano di un certo rilievo politico, la sala si trasformava in una piccola succursale del SED (Partito di Unità Socialista della Germania Est), i cui rappresentanti avevano a disposizione ben 8 file di posti con più spazio per distendere le gambe.

Prima di ogni première, i politici evitavano la ressa del foyer principale e si rilassavano in una sala a parte oggi rinominata, non senza una buona dose di ironia, Honecker Lounge. Nel corso degli anni, con l’innalzamento della tensione tra NATO e Patto di Varsavia, al Kino International furono apportate alcune modifiche; cosa sarebbe successo se una guerra termonucleare fosse scoppiata durante una proiezione? Immaginando la più catastrofica delle risposte, nel sottosuolo del cinema fu aggiunto un bunker riservato alle alte cariche dello stato, raggiungibile in pochi secondi dalla sala principale con un ascensore privato.

Il Kino International ha ospitato in grande stile (nel 1980 fu addirittura dotato dell’impianto Dolby) le anteprime per Berlino Est fino al 1989; l’ultima pellicola proiettata fu Coming out di Heiner Carow, il primo (e ultimo) film a tema omosessuale realizzato nella DDR. In un paese in cui l’omosessualità era appena tollerata ma non accettata nè riconosciuta, il film di Carow era un forte segno che qualcosa stava cambiando… E l’attesa del cambiamento non durò che poche ore: Coming out fu proiettato proprio la sera del 9 Novembre 1989. In quello stesso momento, pochi chilometri più a nord, a Bornholmer Straβe, il Muro di Berlino si apriva per la prima volta dopo 28 anni.

Oggi il Kino International resta uno dei cinema che più mantengono l’ atmosfera storica e, nonostante i tanti cambiamenti che stanno avvenendo a Berlino, è tuttora un punto di riferimento per le anteprime e una delle sale principali della Berlinale; è spesso utilizzato anche per ospitare eventi privati e feste universitarie. Sono molte quindi le occasioni per potersi sedere in una delle poltroncine del foyer in attesa di una proiezione, guardare fuori dall’enorme finestra e immaginare com’era tutto diverso quando il mondo era diviso in due.

Testo a cura di Francesco Somigli – Informazioni architettoniche e foto a cura di Elena Vellani

Kino International

Karl-Marx-Allee 33,

10178 Berlino

http://www.kino-international.com/

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Francesco Somigli

Autore freelance, narratore di storie e ideatore del progetto Ohneort in cui esplora e racconta la rete metropolitana di Berlino. Collabora con Berlino Explorer con tour guidati alla scoperta della capitale tedesca.

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