Il tradizionale brunch domenicale di Berlino: più quantità che qualità?

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Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Quanti di voi non sono rimasti affascinati, almeno una volta, dal mistero che avvolge l’amato e odiato brunch domenicale?

Io mi colloco senza dubbio in cima alla lista nonostante il mio peccato originale sia l’happy hour. In Italia, moda in voga nei primi anni duemila a Milano, di happy non ha poi molto. Nella maggior parte dei casi infatti è sinonimo di gomitate e spintonamenti in pieno stile concerto di musica ska. In ogni caso, il brunch ha negli anni surclassato il suo predecessore. Il perché è da ricercarsi non nel suo significante bensì in ciò che indica. Se il primo è una sorta di cena, il secondo consiste in una colazione-pranzo-aperitivo. Tutto ciò ovviamente accade se si tratta di un brunch con la “b” maiuscola.

Il brunch

A Berlino mi è capitato di provarne svariati, sia da turista che nelle vesti di berlinese d’adozione. A partire dal meno caro della storia nel 2009, per l’incredibile cifra di 2,50€, ad alcuni più attuali e di gran lunga meno economici. Nel corso degli anni, questa mia passione si è rivelata interessante poiché non solo mi ha offerto un’interessante panoramica culinaria, ma anche spunti per un’insolita osservazione sociologica.

Mi domando come io stessa, accecata dall’apparente abbondanza di questi buffet, abbia mai potuto esserne una sostenitrice. Del resto, chi non aspetta altro che gustare fredde uova strapazzate spugnose o incredibilmente liquide in accoppiata con bacon carbonizzato? Siate sinceri, quante volte vi siete chiesti. Ma possibile che non esista la remota possibilità di trovare delle fette che conservino ancora un minimo della loro identità suina anziché sembrare delle protezioni in gomma salva-portiere? Chi, ammettetelo, non vede l’ora di doversi puntare la sveglia della domenica mattina per evitare di arrivare troppo tardi e dover elemosinare un po’ di salmone africano, unico superstite del buffet a seguito della razzia di camerieri impazienti di finire il turno?

Il buffet

Qualcuno ribatterà che, al contrario, ci siano diversi alimenti particolarmente stuzzicanti in queste tavole magistralmente imbandite. Ebbene, vi concedo il beneficio del dubbio, tuttavia sovente ho l’impressione che quelli esistano solo nei racconti entusiastici di amici che farebbero di tutto pur di convincere le loro vittime a darsi appuntamento per un brunch perché evidentemente non hanno altro da fare.

Dimenticavo. Che dire dei pomodori dal sapore neutro accompagnati da bocconcini di mozzarella tedesca Zottarella che di tutto sanno, fuorché di latte? Poi ancora: le verdure. Solitamente concepite per essere grigliate, per uno strano scherzo del destino si ritrovano invece ad essere semi crude. A nuotare tristemente in un mare di olio di semi di girasole e spezie che di mediterraneo hanno solo il disegno sulla loro confezione. Ma è ora di essere seri. C’è qualcosa che vi consiglio caldamente di evitare come la peste: i mai lavati o perlomeno sciacquati funghi ripieni, (tras)portatori sani di bacillus turingensis, per restare in tema. Gli spinaci ed il gorgonzola che spesso li accompagnano sono molto invitanti. Sforzarsi di non cadere nel tranello se non volete rimpiangere la vostra inseparabile settimana enigmistica strategicamente posizionata sulla lavatrice sarà quindi cosa buona e giusta.

Non solo cibo

La lista delle prelibatezze è piuttosto lunga e il rischio che sembri quella della spesa o lo sfortunato menu di un ristorante in un universo parallelo è elevato quindi mi soffermerei, ora, sull’impronta sociologica di questi appuntamenti conviviali. Intanto, se avrete una sfrenata voglia di organizzare un brunch nel ristorante che preferite insieme ai vostri ospiti, state sicuri che il cameriere col quale parlerete al telefono vi risponderà empaticamente con un laconico: «Eh sì, però c’è il tavolo da venti». Prendetelo come un assioma: succederà e voi, ovviamente, sarete piazzati accanto ad un’allegra e silenziosa comitiva.

I tedeschi e il brunch

Una volta arrivati comunque troverete prevalentemente coppie, sia sole che in gruppi. Queste si dividono in diverse tipologie.
Gli annoiati, che non pronunciano verbo e che trascorrono il tempo fra un boccone e un messaggio su whatsapp. A loro si aggiungono i piccioncini, i quali scambiano bar e ristoranti per ambienti dove manifestare la loro intesa sessuale fra una manciata di prezzemolo al gusto di fagiolino e l’immancabile fetta di Brie con mirtilli rossi. Questi sono i personaggi dinnanzi ai quali sorge puntualmente l’annoso quesito: ma al momento hanno gli operai in casa o che?

Un posto speciale meritano inoltre le famiglie accompagnate dai loro teneri Zwerge (“nani”) che si incontrano in gruppi per fronteggiare, appunto, gli scatenati cuccioli d’uomo. Dall’alto dei loro seggioloni-troni, bimbi di età compresa tra i due e i quattro anni governano il loro regno inforcando impavidi posate che nelle loro manine sembrano essere le spade di Game of Thrones. Attorniati dai loro genitori-servitori, alternano abbuffate che neanche alla cena dopo un terzo tempo di rugby, a ultrasuoni che nel migliore dei casi farebbero passare l’istinto materno alla più appassionata delle puericultrici e, nel peggiore, riportano alla mente il trailer de l’Anticristo di Alberto De Martino.

Come non citare poi gli avventurieri che si sono dimenticati di fare la spesa entro sabato sera e ignorano l’apertura domenicale dell’Edeka di Friedrichstraße? Loro si riconoscono al primo sguardo. Creano piatti che sembrano vere e proprie opere d’arte moderna, rispetto alle quali i miei sono la merenda pomeridiana sul divano, mentre Mark Lenders e Oliver Atton giocano la loro partita (della durata di novanta giorni, non minuti). E, vi assicuro, il che è tutto dire.

E ancora…

A tale proposito grande solidarietà dovrebbe essere rivolta a chi si incontra per puro errore in questi circhi conviviali. Lei, puntualmente a dieta, inorridita da simili buffet e amante delle insalate monotematiche. Lui, amante del cibo, costretto a odi sulle verdure grigliate oltre che a mute imprecazioni verso se stesso per aver invitato ad un brunch tale Yordanka al posto del suo amico Jorg. Maledetta rubrica del telefono.

Infine, una menzione d’onore se l’aggiudicano le aristocratiche nonnine tedesche di Frohnau, che fanno uno strappo alla regola abbandonando il loro maritino per qualche ora, (nel caso in cui, ovviamente, non siano già vedove da decenni) e si incontrano agghindate in pompa magna per una partitina a bridge preceduta dal Sonntagsbraten (pranzo domenicale). La parola brunch per loro infatti non esiste o, per le più moderne, indica un profumo. Inglese.

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Immagine di copertina: Ratatouilledennis.pope85CC BY 2.0

Daniela Pititto

La lingua tedesca e la Germania sono la mia grande passione da quando ero una teenager sfigata con l'apparecchio fisso ai denti. Da allora sono cresciuta, vado dal dentista solo ogni 6 mesi e mi occupo di comunicazione aziendale e PR. Segni particolari: parlo (anche) al contrario. Sogno particolare: poter gustare i veri panzerotti pugliesi anche in Germania.

6 Responses to “Il tradizionale brunch domenicale di Berlino: più quantità che qualità?”

  1. Jessica Gardenal

    Bell´articolo, che condivido. Aspetto con impazienza quello sui centri estetici.

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    • Daniela Pititto

      Grazie Jessica! Mi sono divertita molto a scrivere questo pezzo e non vedo l’ora di dedicarmi a quello sui centri estetici 🙂

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  2. Giovanni

    Sapersi destreggiare in un racconto di tradizioni e culinaria è un vero cimento. Se poi lo si fa con un’arguta ironia diventa un opera artistica.
    Complimenti.

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  3. Raffa

    Vabé… un po’ come gli aperitivi Milanesi che sono famosi (almeno il 98% di essi) solo per la quantità del cibo e del ghiaccio nel cocktail che per la qualità che offrono. Cmq i bocconcini “Zottarella” spaccano troppo col loro nome: prox volta che passo per Berlino o Frankfurt devo comprarli 😉

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  4. Stefi

    Non so dove tu abbia fatto colazione, e mi chiedo (ma forse sono io fuori dal mondo) perché si debba fare del facile sarcasmo su abitudini che non ci appartengono.

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  5. Fiore

    SInceramente son andata all'”einstein” e ho mangiato da dio. Brunch domenicale favoloso anche se non così economico. direi che non si può generalizzare così tanto

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