Il trionfo dei tanti Trump del mondo e l’incapacità della sinistra di ascoltare chi sta male

«Ricostruire il partito democratico e restituirlo al popolo, perché ha fallito miseramente». Si apre così, con un invito a rivoluzionare la sinistra americana, la to do list post-elettorale di Michael Moore, uno dei pochi spiriti lucidi in grado di prevedere in tempi non sospetti che Donald Trump sarebbe diventato il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Sì, perché il voto americano, prima di essere un trionfo del magnate repubblicano, è stato innanzitutto una disfatta dei democratici. «Sono stati incapaci» – tuona il regista di Bowling for Columbine – «di prestare attenzione alla disperazione dei loro concittadini. Anni e anni di bisogni ignorati, con la rabbia e il desiderio di vendetta che montavano sempre di più. E così è arrivata una star della tv il cui piano era di distruggere entrambi i partiti e dire a tutti: “Siete licenziati!”. No, la vittoria di Trump non è stata affatto una sorpresa».

La resa delle sinistre. Mentre giornalisti e analisti politici continuano a restare ogni volta spiazzati, in Occidente si consolida sempre di più lo stesso pattern, al punto da contagiare “la democrazia più influente al mondo”: le sinistre rinunciano alla comprensione della realtà, scendono a patti con gli araldi della globalizzazione neoliberista e del capitale finanziario e cedono alle destre xenofobe il monopolio del malessere senza più provare a guidarlo, a lenirlo. Nei loro salotti snob e nei loro studi televisivi, scollati dalla miseria del mondo e incapaci di chinarsi su di essa anche solo per ascoltarla, i leader progressisti delle democrazie occidentali si sono trasformati in tecnocrati e amministratori dell’esistente, lasciando così alle forze populiste una voragine di dolore, paura e rabbia pronta per essere sfruttata. È successo con la Brexit, con i successi elettorali di Alternative für Deutschland, con la crescita costante di destre impresentabili o fascistoidi come la Lega Nord, il Front National, l’Ukip, l’FPÖ, Fidesz. Ora che Trump ha vinto, tutti questi sciacalli – da Salvini a Orbán – sperano in un effetto domino sempre più esasperato. E potrebbero essere accontentati, perché nessuno sembra in grado di intercettare il disagio di enormi strati di popolazione impoveriti, che perciò si affidano a una manica di pericolosi outsider e imbonitori, interpreti di una fittizia lotta di classe da destra i cui esiti sono sempre gli stessi: eversione, suprematismo bianco, islamofobia, restaurazione del patriarcato, ripianamento – nel caso di Trump – dei propri affari personali. Alla fine del tunnel, se la storia insegna qualcosa, il maschio bianco spaventato non trova soluzione ai suoi problemi. Accelera solo la catastrofe.

Il voto americano, si diceva, non sembra esulare da questo pattern. Hillary Clinton, pur avendo ottenuto più voti in assoluto, ha riportato una sconfitta rovinosa, maturata nonostante lo schiacciante favore dei sondaggi, l’appoggio dei media e dei fantomatici “mercati”, la naturale avversione di afroamericani, latini, donne e giovani a scegliere uno come Trump. E la cifra del disastro democratico sta tutta qui: l’impopolarissima candidata liberal, potenzialmente prima donna alla Casa Bianca nella storia, non ha sfondato nemmeno presso l’elettorato femminile, le minoranze, i millennials colpiti dalla crisi, che hanno preferito restarsene a casa anziché andare a votare “il meno peggio” e scongiurare la vittoria di Trump. Hillary la guerrafondaia in Iraq, Hillary amica di famiglia dei Trump, Hillary emblema di un partito che «non vede l’ora di flirtare con un lobbista della Goldman Sachs» ha attinto a un bacino elettorale disilluso e “depresso” – come pronosticato da Moore a luglio – laddove Trump ne ha facilmente conquistato uno inferocito, combattivo, motivato a far votare il tycoon a più gente possibile. È il popolo dei “ribelli dell’urna”, che sfuggono ai sondaggi e, nel segreto della cabina, votano i peggiori. Magari senza dirlo, magari solo per avere la gratificante impressione di distruggere il sistema, per vedere che effetto fa abbandonarsi alla pancia e al salto nell’ignoto.

Povera America. Questo popolo, minimizzato dai sondaggi e da chi voleva costringere una realtà esplosiva alle sue lenti da anima bella, è di fatto enorme: in America, come scrive Vito Lops su Il Sole 24 Ore, «il tasso di disoccupazione reale è molto lontano dal 4,9 percento delle statistiche ufficiali. Se si conteggiassero gli oltre 90 milioni di cittadini fuori dalla forza lavoro e che sono fuori dal radar del tasso di disoccupazione, questo sarebbe oggi al 23 percento. Una percentuale non propriamente da “prima democrazia del mondo”. Nel 2008 il numero di cittadini americani costretti a ricorrere ai food stamps (buoni alimentari) erano 28 milioni. Otto anni dopo sono aumentati del 60 percento, oltre quota 45 milioni», con buona pace dell’amministrazione Obama (che pure ha dei meriti come l’Obamacare, ora a rischio smantellamento). Se a ciò si aggiunge il +80 percento fatto registrare da Wall Street dal 2009 ad oggi, conclude Lops, si avrà un quadro di come le politiche americane abbiano alimentato il divario tra ricchi e poveri, indebolito il ceto medio-basso, favorito un modello di sviluppo economico turbocapitalista che «sta mostrando forti limiti di convivenza con la democrazia». Il voto a Trump, in questo senso, può essere letto come la «molotov personale» di disoccupati, precari, periferie rurali e sobborghi metropolitani in cerca di riscatto sociale. Piccola borghesia impaurita e grande capitale si stringono così in un abbraccio mortale, tipico di tutti i grandi successi fascisti. E allora siamo proprio certi – come ancora si ostinano a ripetere i difensori di un ordine ormai saltato – che un candidato come Bernie Sanders non avrebbe fatto meglio della Clinton “perché in America la parola socialista spaventa”? Ma Sanders, se non altro, avrebbe provato a raccogliere quel dolore e quel malessere che agitano l’America profonda, a sottrarre i perdenti della globalizzazione al torbido abbraccio della destra razzista offrendo loro quantomeno un’alternativa. Quell’alternativa si chiama sinistra e, che piaccia o meno ai cantori del post-ideologico, è forse l’unica strada ancora percorribile contro il caos e la dissoluzione delle nostre democrazie.

Foto di copertina: Donald Trump and Hillary Clinton © Gage Skidmore – CC BY-SA 4.0

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Gianpaolo Pepe

Laureato in filosofia politica e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

One Response to “Il trionfo dei tanti Trump del mondo e l’incapacità della sinistra di ascoltare chi sta male”

  1. Ferenz

    Un articolo molto pacato e non-di-parte. Complimenti. Naturalmente sono ironico. Trump non le piace, l’abbiamo capito. Ma in che modo “le sinistre” abbiano una chiave per evitare la “dissoluzione delle nostre democrazie” , questo invece non lo capisco. Trump non ha neppure iniziato a governare, però lei ha già dato per spacciata l’America. Invece i democratici, loro sì, potevano salvare l’America, con quel bel bagno di sangue che hanno causato nel mondo arabo. Vogliamo scommettere su una cosa? Trump sarà uno dei tanti presidenti americani, né meglio né peggio dei suoi predecessori. E comunque non è che Michael Moore sia una gran fonte autorevole da citare in un articolo, anche se questo viene pubblicato nel giornaletto italo-berlinese.

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