La storia vera dietro il film L’onda e perché tutti dovremmo vederlo

L’onda è il film tedesco che racconta il male in ognuno di noi, pronto a travolgere come un’onda le libertà individuali, le relazioni umane e la nostra stessa umanità.

Il film tedesco L’onda (Die Welle, 2008), da cui prossimamente nascerà una serie firmata Netflix (ne abbiamo scritto qui), racconta un esperimento sociale immaginario condotto in una scuola superiore tedesca, ma ispirato a una storia realmente accaduta. Per un seminario un professore ricostruisce in prima persona insieme ai propri allievi le dinamiche tipiche della nascita di un’autocrazia e del totalitarismo. Le conseguenze dell’esperimento sono terribili. L’onda è assolutamente da vedere. Come scrive Paolo Mereghetti: «Il film ha un ritmo che conquista e alcuni momenti di forte impatto emotivo». In particolare l’attualità della storia e delle sue implicazioni sono innegabili: «Il film fa […] paura per la verità delle situazioni e sembra cronaca odierna: oggi più di ieri e meno di domani» afferma Maurizio Porro (Corriere della Sera, 27/02/2009). Di seguito ci proponiamo di tracciare alcuni collegamenti con opere ed eventi che hanno fornito l’ispirazione per la trama del film e di sviscerare alcune problematiche che oggi più che mai appaiono come importanti spunti di riflessione. Come dice Roberta Ronconi, «con gentilezza e senza costrizioni, cercate di far vedere L’onda a tutti i vostri conoscenti sotto i vent’anni. Ma anche a quelli di età superiore la visione può suggerire non poche riflessioni. Per alcuni, devastanti» (Liberazione, 27/02/ 2009).

Screenshot dal trailer Youtube del film L’onda

La trama

1. L’ambientazione

Anni duemila, una scuola superiore come tante altre, una cittadina tedesca come tante altre. Il professore Rainer Wenger (Jürgen Vogel), appassionato di pensiero anarchico, si trova costretto a tenere il proprio seminario sull’autocrazia, mentre il seminario sull’anarchia cui ambiva viene affidato a un altro. Una circostanza apparentemente insignificante, ma che si rivela come vero motore della vicenda. Di fronte allo scetticismo e all’impertinenza dei suoi allievi – «non potrebbe mai tornare il totalitarismo in Germania, lo conosciamo fin troppo bene» dice uno dei ragazzi – il professor Wenger decide di utilizzare una strategia poco ortodossa, ma estremamente efficace: ricreare, per una settimana, una realtà sociale autocratica all’interno della classe.

2. Le regole del “gioco”

Il primo passo è elencare alcune caratteristiche tipiche dei regimi autocratici: ordine, disciplina, rispetto dell’autorità, omologazione. Le nuove modalità di comportamento vengono subito applicate dai partecipanti al seminario. Il capo designato è l’insegnante stesso: da quel momento la sua parola è legge. Per di più egli si dimostra in grado di guadagnarsi la stima degli studenti, mostrando come alcune imposizioni apparentemente arbitrarie abbiano un fondamento. Tenere una postura corretta, ad esempio, non è una costrizione gratuita: è utile per la schiena e per poter parlare con voce più chiara e ferma. Inaspettatamente i ragazzi cominciano a osservare le regole imposte anche al di fuori dell’aula e della scuola. Il nuovo saluto, l’uniforme (una camicia bianca e un paio di jeans) cominciano a diffondersi. Le regole sono semplici: ci si aiuta a vicenda, ognuno è parte di «un corpo unico» e si rispetta le decisione del capo senza discutere. Gli effetti sono immediati: motivazione, spirito di squadra, attaccamento agli obiettivi preposti. La squadra di pallanuoto comincia a giocare con maggiore intesa e vince le partite. Persino gli emarginati cominciano a venire protetti dai propri compagni contro gli abusi dei prepotenti esterni alla nuova organizzazione.

3. Il fenomeno “onda”

Il fenomeno comincia così a ingrandirsi e a diventare complesso: all’interno del gruppo nascono posizioni radicali e un’opposizione aperta e violenta verso qualsiasi individuo che non faccia parte dell’Onda o non si adegui alle sue leggi. Questo è il caso delle uniche due ragazze che non vogliono partecipare all’esperimento. Le loro motivazioni sembrano inizialmente dettate da un semplice narcisismo: in particolare una delle due dice di non volersi vestire come tutti gli altri, di conseguenza viene fatta passare per una vanitosa che non vuole mischiarsi con il resto della classe. In realtà quella iniziale e (forse superficiale) volontà di mantenere una propria libertà individuale sarà proprio la scintilla che spingerà la ragazza a riflettere con distacco sulle conseguenze che L’onda sta provocando tra i suoi coetanei. La giovane cercherà di farlo capire al proprio ragazzo, Marco, ingenuamente felice dei risultati dell’Onda. Persino il professore mostra fino all’ultimo un atteggiamento ambivalente, sospeso tra la consapevolezza e l’incoscienza del fascino che il potere esercita su di lui e della pericolosità delle dinamiche da lui avviate. Le conseguenze non si faranno attendere: azioni temerarie e sciocche, risse contro gli anarchici e una tragedia finale.

Trailer italiano del film L’onda di Dennis Gansel.

Un esperimento realmente accaduto: le fonti di ispirazione dell‘Onda

1. Nel 1967 in una scuola superiore di Palo Alto, in California, il professore Ron Jones riscontrava gravi difficoltà nello spiegare ai suoi studenti che cosa fosse il totalitarismo. Gli alunni non capivano come milioni di tedeschi avessero abbracciato le posizioni estreme del regime nazista, in particolare lo sterminio degli ebrei. Jones decise dunque di sperimentare un diverso tipo di approccio didattico, utilizzando sui ragazzi gli stessi strumenti impiegati dalla propaganda nazista: disciplina, spirito di corpo, riti, simboli, canti. Il nome del gruppo era The Third Wave (tradotto “La terza onda”, che in un maremoto o uno tsunami è sempre l’onda più grande e terribile). Il risultato fu un’esplosione di fanatismo e violenza. Le ragioni del disastro, teorizzò poi il professore, vanno cercate nel fatto che «molti di quei ragazzi non avevano una comunità, una famiglia di riferimento, un senso di appartenenza». Dell’accaduto si parlò pochissimo, le fonti disponibili sono quasi esclusivamente il giornalino della scuola e il diario dello stesso Ron Jones.

2. Gli scritti di Ron Jones ispirarono un libro intitolato The Wave, scritto da Todd Strasser nel 1981, da cui nello stesso anno fu realizzato un omonimo speciale TV.

3. Negli anni precedenti all’esperimento di Palo Alto si erano tenuti altri due importanti esperimenti sociali che probabilmente influenzarono la scelta di Jones. Il primo è l’esperimento di Stanley Milgram che nel 1963 pubblicò i risultati allarmanti di una ricerca sull’obbedienza da lui condotta tra gli studenti dell’Università di Palo Alto. Il secondo è l’esperimento nella università di Stanford condotto da Philip Zimbardo nel 1971. Lo scienziato ricreò le dinamiche sociali di una prigione, con carcerati e secondini. Gli inquietanti risultati si possono oggi leggere nell’Effetto Lucifero (edito nel 2008 da Cortina) e vedere nei film Das Experiment (2001) e nel rispettivo remake The Experiment (2010).

Una riflessione sul totalitarismo e sulla facilità di conversione

Come scrive Roberto Nepoti, il film «centra in pieno il nocciolo della genesi dei regimi; più che una precisa ideologia, [sono sufficienti] alcuni simboli di appartenenza: un nome, un’uniforme, un simbolo, un saluto» (la Repubblica, 27/02/2009), ovvero le manifestazioni più semplici e immediate dell’ideologia, che invece è ancora vaga e indefinita. Non c’è bisogno di un credo ben strutturato, che al contrario potrebbe risultare controproducente per la fidelizzazione. Ciò che importa è solo la manifestazione esteriore di comunanza, unità e forza e non da ultimo l’identificazione di un nemico.

La dinamica amico-nemico fu elaborata da Carl Schmitt, filosofo tedesco del Novecento nonché uno dei primi teorici del nazionalsocialismo. L’idea, qui semplificata, prevede che i gruppi sociali si fondino su un discrimine ancestrale e semplice: la distinzione da tutto il resto. Per delineare la propria identità, i gruppi sociali devono infatti distinguersi dagli altri e per farlo è necessario opporsi al resto, considerato come diverso e quasi sempre come nemico. La realtà sociale acquista così chiarezza ed efficacia: stai con me o contro di me. Allo contempo si rinsalda così l’affiliazione incondizionata alla comunità (in tedesco Gemeinschaft, parola che erroneamente viene tradotta nella versione italiana del film con ‘unità’). La comunità in uno Stato totalitario diventa preponderante rispetto alle singolarità dei componenti. Il fine è unico, il corpo vivente della comunità è uno solo, mentre la libertà individuale risulta sempre sacrificabile. Come scrive Tonino De Pace, «il dissenso forte e motivato [all’Onda] divide anche gli affetti già nati all’interno della classe, dimostrando come le dinamiche di gruppo possano intervenire anche sui sentimenti annullandoli».

Marco (Max Riemelt), uno dei protagonisti della pellicola tedesca L’onda.

 

La seduzione e la banalità del male

La facilità con cui ognuno di noi cade vittima delle dinamiche tipiche delle società autocratiche è innegabile. Per questo e per altro si rimanda in particolare ai libri di Hannah Arendt, soprattutto La banalità del male (1963), dove la filosofa difende la tesi originale per cui i nazisti erano in gran parte persone normalissime. Il rischio del contagio del male riguarda ognuno di noi. La seduzione avviene attraverso frasi semplici, l’illusione di forza provocata dal cosiddetto “effetto gregge” e dalla semplicità di sottostare passivamente a un’autorità precostituita. Da sottolineare è inoltre il ruolo della musica nei regimi autocratici e di conseguenza anche nel film: «È uno dei mezzi con cui tutti i governi autarchici cercavano di conquistare le simpatie dei loro elettori e attirarli in una sorta di paesaggio incantato, dove ci si divertiva, si stava bene. Sparati a mille sullo schermo i suoni synth-pop di Heiko Maile”, scrive ancora Roberta Ronconi (Liberazione, 27/02/2009).

Le parole del regista sul significato del film

In un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore, il regista Dennis Gansel si è espresso riguardo al romanzo di Strasser: «Abbiamo cambiato molto, al di là della decisione di ambientarlo nella Germania contemporanea: in particolare, abbiamo “stravolto” inizio e fine del romanzo, per dare più forza alle immagini e rendere meglio la fine tragica che attende i ragazzi dell’Onda». Per il regista il fascino del totalitarismo è di natura psicologica: «Nell‘Onda ci sono musiche, colori, divertimenti e feste di gruppo esattamente come allora il nazismo, cercando il consenso attraverso manifestazioni di grande impatto visivo, cinema di propaganda e radio. Oggi sicuramente ci si servirebbe di Facebook e MySpace». Anche l’effetto del film sugli stessi attori è degno di nota: «Sentivo che L’onda rappresentava qualcosa di cool per loro, soprattutto dopo aver scoperto che quel particolare saluto avevano incominciato a usarlo anche fuori dal set. Non che si siano fatti condizionare dalle pressioni psicologiche del film, ma durante la pausa pranzo, gradualmente, chi aveva interpretato i ragazzi coinvolti ne L’onda tendeva a sedersi insieme, separato dagli altri: curioso, se non inquietante». Alla domanda sulle sue preoccupazioni circa la possibilità che il totalitarismo torni in Germania, Gansel afferma che è «un dibattito ancora molto vivo. Personalmente mi pongo la domanda dalle scuole elementari: se la risposta è affermativa, che ruolo potrei avere? Non credo che oggi possa verificarsi di nuovo, ma temo un governo autoritario, come quello russo». L’antidoto migliore? «Più che insegnare la democrazia ai giovani, bisognerebbe viverla quotidianamente» sostiene il regista. «Solo così si può evitare una nuova Onda e un Quarto Reich».

Il giovanissimo attore Frederick Lau (nel film Tim Stoltefuss), che interpreta uno dei più appassionati ammiratori delle nuove regole imposte dal professor Rainer Wenger alla classe.

 

L’ottimismo (?) del finale

La legittima critica di alcuni recensori del film è di una sottile, ma fondamentale forma di ottimismo. Dal film emerge la tesi per cui i ragazzi giungono al tragico finale perché insicuri e sradicati. Scrive Roberto Escobar sul Sole 24 Ore: «Se [regista e sceneggiatore] avessero letto Milgram e Zimbardo o se ricordassero la storia del loro (e del nostro) Paese, saprebbero che il totalitarismo non è una patologia, una affezione che minaccia uomini e donne ‘malate’. Al contrario, sono gli uomini e le donne ‘normali’ i candidati all’‘idem sentire’, e alla violenza fanatica che ne viene». Ricordiamo dunque la nostra Storia e l’insegnamento di Hannah Arendt: non c’è niente di straordinario o anormale nel totalitarismo, che piuttosto è un fenomeno di massa. Il male corrompe chiunque e in particolare le persone cosiddette “normali”. Anche se è evidente che le relazioni sociali aiutano a rafforzare l’individuo e a difenderlo da propaganda e dinamiche di gruppo, non nascondiamoci dietro all’illusione che gli unici vulnerabili alla seduzione del totalitarismo siano soltanto gli emarginati e i più fragili.

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Foto di copertina: screenshot dal trailer Youtube del film L’onda.

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