L’artista cinese Ai Weiwei lascia Berlino: «Il tedesco lingua troppo difficile»

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Dopo tre anni di esilio in Germania, l’artista e attivista per i diritti umani Ai Weiwei dice addio a Berlino.

Dal 2015, quando aveva lasciato la Cina per problemi con il governo, Ai Weiwei viveva a Berlino nel quartiere di Prenzlauer Berg, dove ha aperto anche il suo atelier nell’ex birreria Pfefferberg. Nonostante il suo studio rimarrà a Berlino, l’artista ha deciso di andarsene. Il motivo principale? L’ostacolo della lingua.

La decisione di lasciare Berlino

Come riporta DW, Ai Weiwei ha annunciato la sua decisione di lasciare la città durante un evento a Berlino, citando tra i motivi della scelta le difficoltà con la lingua tedesca e la necessità trasferirsi in un posto dove ci sia più sole. «Ho scelto Berlino otto o nove anni fa, prima di essere incarcerato dalle autorità cinesi. Era una città che mi piaceva molto per la sua apertura mentale. (…) Berlino mi ha offerto un periodo per rimettermi in carreggiata e grazie al mio studio sottoterra e per via della mia non conoscenza della lingua tedesca, la città mi ha aiutato a sviluppare l’intimità necessaria per il mio lavoro. Il mio studio a Berlino sarà sempre la mia base. Non ci rinuncerò mai», queste le parole dell’artista riportate dall’agenzia dpa. Ai Weiwei ancora non ha rivelato la sua prossima destinazione, ma sicuramente non sarà la Cina, suo Paese d’origine nonché terra da cui è fuggito nel 2015 dopo la prigionia.

Il suo impegno come attivista per i diritti umani

Ai tempi aveva scelto di trasferirsi a Berlino per riunirsi alla sua famiglia e per insegnare all’Università delle Belle Arti con un contratto di tre anni che scadrà quest’estate. In questi anni Berlino ha goduto dell’arte e dell’impegno sociale di Ai Weiwei. A febbraio del 2016 l’artista fece rivestire le colonne della Konzerthaus di Gendarmenmarkt con giubbotti di salvataggio arancioni. Si trattava di un’opera commemorativa per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tragico destino dei migranti che ogni giorno muoiono in mare nel tentativo di raggiungere le coste dell’Europa. Il suo impegno per i diritti umani cominciò nel 2009 con un progetto dedicato alle vittime del terremoto del Sichuan. Migliaia di bambini e ragazzi morirono tra le macerie di scuole e università e, come spiega lo stesso Ai Weiwei in un articolo pubblicato da The Guardian, il governo cominciò a censurare qualsiasi informazione riguardo al terremoto. Ai Weiwei decise di coinvolgere più persone possibile per indagare sull’accaduto e raccogliere dati sulle vittime. Nonostante il suo blog avesse un grande seguito, venne chiuso a causa delle accuse di corruzione e negligenza che l’artista rivolgeva al governo cinese. Per la sua opposizione al regime Ai Weiwei fu imprigionato in un carcere segreto per 81 giorni. Durante la prigionia molti musei in tutto il mondo e perfino l’Associazione Pulitzer in Italia lanciarono una petizione a suo favore. Anche dopo la sua liberazione, il governo cinese continuò a controllare ogni suo movimento, finché nel 2015 gli fu restituito il passaporto.

Per maggiori informazioni sull’artista e le sue opere, visitare il sito ufficiale.

Berlino Schule tedesco a Berlino
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Foto di copertina: Ai Weiwei © Alfred WeidingerCC-BY 2.0

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