«L’omicidio di mio fratello Domenico a Monaco nel 2013 trattato come un caso di serie B»

Il 28 maggio 2013 moriva a Monaco di Baviera il trentunenne italiano Domenico Lorusso per mano di un omicida di cui ancora non si conoscono volto e generalità. Era un cittadino modello, un ingegnere informatico trasferitosi a Monaco per ragioni di lavoro. L’omicidio fu del tutto immotivato: Domenico venne ucciso solo per aver chiesto spiegazioni a uno sconosciuto che aveva sputato in viso alla sua fidanzata. Le indagini non hanno ancora portato a niente e difficilmente lo faranno, come ci conferma al telefono Paolo, fratello maggiore di Domenico, avvocato penalista a Potenza. «Sono dell’idea che nella prima fase delle indagini il caso sia stato trattato alla stregua di una lite durante l’OktoberfestDa fratello, e non da professionista, penso che se la polizia si fosse mossa tempestivamente forse non sarebbe stato necessario imbastire, come si è fatto in un secondo momento, un’immensa indagine sul DNA dell’omicida e sulle celle telefoniche attive in quel momento nella zona. Non è un segreto che un caso abbia maggiori probabilità di venire risolto nelle prime ore piuttosto che a distanza di anni, specialmente quando il fatto si è svolto in un luogo buio e senza telecamere».

Il fatto. Monaco di Baviera, martedì 28 maggio 2013, ore 22:00. Domenico Lorusso (31 anni) e la fidanzata (28 anni) pedalano sulla pista ciclabile che costeggia il fiume Isar, su Erhardtstraße, nel centro della città, e procedono in direzione del ponte Ludwigsbrücke. All’altezza dell’Ufficio Brevetti Europeo (Europäisches Patentamt) la coppia incrocia un uomo a piedi vestito di scuro. Senza alcuna ragione lo sconosciuto sputa in viso alla ragazza. Domenico non si accorge immediatamente del gesto, poiché precede la fidanzata di qualche metro. Ma appena ne viene informato fa retromarcia in direzione dell’uomo, con l’intenzione di chiedergli spiegazioni. Alla richiesta l’uomo reagisce estraendo un coltello e colpendolo più volte. La fidanzata assiste al fatto a una distanza di circa 50 metri. L’aggressore si dirige a piedi verso il ponte Corneliusbrücke e scompare. Alla vista di Domenico che si accascia, la ragazza si precipita a soccorrerlo. Passanti e automobilisti si fermano per prestare aiuto. Domenico arriva ancora vivo in ospedale, ma muore poco dopo.

Le indagini. Dell’omicida si diffonde un identikit vago, creato sulla base delle dichiarazioni della fidanzata di Domenico e di un testimone: statura media (1,70 m – 1,80 m), cappotto scuro lungo fino alle ginocchia se non alle caviglie, borsa a tracolla scura. La polizia di Monaco di Baviera riesce a isolare il DNA dell’aggressore grazie alle tracce di saliva rimaste sulla guancia della fidanzata di Domenico e al sangue rilevato sul luogo del delitto, diverso da quello della vittima, prova che l’omicida si è ferito nella colluttazione. Nel giugno 2013 la sezione omicidi della polizia istituisce la commissione speciale “Cornelius”, composta da 30 membri, per indagare sul caso. In Germania ogni commissione speciale è composta da professionisti di diversi uffici e ha un’operatività limitata nel tempo, legata ai risultati delle indagini svolte. Come riporta Süddeutsche Zeitung, dopo 6 mesi di intense attività (elaborate 600 indicazioni, seguite 500 piste, prelevati 3.200 campioni di saliva, messa una taglia di 10.000 € sul ricercato e sfruttato il canale televisivo attraverso la trasmissione “Aktenzeichen XY…ungelöst”, corrispondente del nostro “Chi l’ha visto”), la “Cornelius” viene sciolta il 30 novembre 2013. I funzionari di polizia responsabili del caso di Domenico Lorusso si riducono prima a 8 e poi a 6. Uno degli articoli più recenti dedicati alla vicenda, datato 29 novembre 2015, riferisce che per questo caso la polizia giudiziaria di Monaco di Baviera ha condotto il più grande test del DNA nella storia della città: a quella data erano state prese in esame circa 15.000 persone, elaborate 700 indicazioni e prelevati più di 5.500 campioni di saliva. Sono state condotte ricerche anche nelle cliniche psichiatriche e negli ospedali della città, perché si sospettava che l’aggressore fosse affetto da disturbi psichici. In alcune occasioni si è sperato che il caso fosse sul punto di essere risolto, come quando agli inquirenti è stato segnalato un tassista che la sera del 28 maggio 2013 sembra abbia portato nella zona dell’omicidio una persona simile al profilo dell’aggressore. Il tassista però non è mai stato rintracciato. Nell’aprile 2014 un sospettato si è suicidato nella sua abitazione poco prima dell’irruzione della polizia, ma il test del DNA ha escluso che fosse lui il responsabile. Solo a pochi mesi fa risale la notizia di un uomo che, invitato dalla polizia di Monaco a sottoporsi al test del DNA, ha aggredito Markus Kraus, capo della polizia criminale. Anche in questa occasione i risultati del test hanno escluso che l’uomo avesse a che fare con l’omicidio.

Probabile sottovalutazione del caso. Racconta Paolo Lorusso«Nelle interviste rilasciate poco dopo la morte di Domenico credo di aver detto «se fosse stato un tedesco, sarebbe stato diverso», ma riconosco che questa affermazione a caldo era dettata dalla rabbia e dalla scarsa lucidità del momento. Ora, a distanza di tempo, sono molto più cauto nell’esprimere giudizi e quindi, finché non mi verrà dato accesso agli atti, le mie continueranno a essere solo supposizioni. Oggi non credo sia stato un caso di discriminazione razziale. Penso invece che ci sia stato un iniziale pregiudizio investigativo legato alla superficialità e a una sottovalutazione della vicenda, senza conoscerne però le ragioni. Solo leggendo le carte potrò chiarirmi le idee».

Si troverà mai il colpevole? «Già all’epoca, nell’intervista rilasciata a Stern qualche mese dopo la morte di Domenico, ero convinto che non avrebbero mai trovato il colpevole, a meno che questi avesse commesso altri delitti dello stesso tipo. Il giornalista sosteneva invece il contrario: aveva parlato con il capo della polizia di Monaco, secondo il quale c’erano buone possibilità che il caso venisse risolto, ma non è stato così. Oggi da un lato devo ammettere di non avere speranze, dall’altro, nel profondo del mio animo, voglio e devo continuare a sperare».

Paolo e Domenico. «Domenico era il più piccolo di noi quattro fratelli ed era il nostro orgoglio. Sostenevamo tutto quello che faceva, dai viaggi alle decisioni professionali, fino alle esperienze di volontariato. Come ingegnere informatico ha vissuto diverse esperienze all’estero: a New York, Liverpool, Norimberga e Amburgo. A Monaco di Baviera si era trasferito definitivamente dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro da Airbus, ma soprattutto per stare con la sua ragazza che già lavorava lì. Domenico era un tipo mite e sensibile, attento alle esigenze degli altri e attivo nel sociale, molto legato al mondo salesiano. Ha svolto diverse esperienze di volontariato in Africa; in Togo gli stanno persino intitolando un centro di formazione. A Potenza già da tempo esiste una società di calcio che porta il suo nome. Era una persona sorridente, ma introversa e riservata, molto legata alla famiglia. Tornava spesso a trovarci e anche noi andavamo di frequente a Monaco. Domenico ed io avevamo soltanto due anni di differenza. Ho condiviso tutto con lui: viaggi, esperienze e amicizie. Per me era un fratello-amico. E ora mi sento molto solo».

Il rapporto con le autorità di Monaco di Baviera e la partecipazione dei lucani in Italia. «Né la polizia né il Consolato italiano di Monaco ci hanno mai aggiornato spontaneamente sullo stato delle indagini: devo però ammettere che a ogni nostra specifica richiesta hanno sempre risposto in maniera puntuale. Il caso di Domenico ha toccato e coinvolto l’intera comunità di Potenza e per certi versi l’intera Basilicata. Malgrado la nostra famiglia non sia legata alla politica, alcuni parlamentari lucani e il sindaco di Potenza si sono mossi più volte per conoscere lo stato delle indagini. Abbiamo apprezzato molto queste iniziative che ci hanno permesso di rimanere sempre aggiornati sugli sviluppi dell’inchiesta».

I media italiani e tedeschi sul caso Lorusso. «Come famiglia non abbiamo mai cercato l’esposizione mediatica, anzi l’abbiamo sempre evitata. Per avere risposte concrete sull’accaduto abbiamo prediletto il canale istituzionale a quello mediatico. Per quanto riguarda i media italiani, nella fase iniziale la vicenda è stata seguita da vicino solo dalle testate della Basilicata, mentre a livello nazionale c’è stata poca attenzione. Ad eccezione dell’intervista da me rilasciata al Corriere della Sera non c’è mai stata volontà di approfondire. In televisione soltanto il programma “Chi l’ha visto” se ne è occupato, dedicando al caso il finale della puntata del 30 ottobre 2013. Ritengo che il disinteresse sia dettato dal fatto che il caso non fa scandalo: non c’è legame tra vittima e aggressore, non si tratta di discriminazione o xenofobia. Probabilmente i media italiani si aspettavano che la famiglia Lorusso facesse un piagnisteo e rilasciasse interviste dalla poltrona di casa, ma questo è un approccio da edicolanti più che da giornalisti e la dice lunga sul livello delle testate nazionali italiane. I media tedeschi si sono interessati di più al caso, perlomeno nella fase iniziale. La nostra famiglia ha rilasciato tre interviste, a TZ, Stern e Süddeutsche Zeitung. Col passare del tempo l’attenzione è venuta meno. Ormai anche in Germania soltanto di rado vengono pubblicati articoli al riguardo: a meno che non emergano novità, la ricorrenza annuale è l’unica occasione in cui la storia di Domenico viene tematizzata. Ma per fortuna c’è ancora qualcuno interessato alla vicenda: qualche giorno fa mi ha contattato la trasmissione televisiva tedesca “Aktenzeichen XY…ungelöst” per chiedermi di autorizzare una puntata sul caso che dovrebbe andare in onda tra un mese o poco più. Il programma intende riportare l’attenzione pubblica sulla vicenda, coinvolgendo anche la polizia di Monaco. Penso abbiano intenzione di ritrasmettere un filmato sull’accaduto. In Italia invece nemmeno la ricorrenza annuale viene ricordata, se non a livello locale. I casi come quello di Domenico non fanno scalpore e per i media è come se cadessero in prescrizione, anche se sono ancora aperti, irrisolti. E questo per noi è uno degli aspetti più dolorosi.

Non fare calare l’attenzione generale. «Vorrei che i media si occupassero del caso ogni giorno, ma non è così e non lo sarà mai perché quello di Domenico è un caso di serie B, anche e soprattutto dal punto di vista mediatico. Avere i riflettori puntati per me sarebbe sicuramente più doloroso: leggere e parlare di quello che è successo a Domenico equivale a riaprire una ferita, perché la tematizzazione del caso mi obbliga a rielaborare il tutto, ma non mi importa soffrire pur di rispettare la memoria di mio fratello. Ogni qualvolta viene pubblicata una notizia su Domenico torniamo a sperare che qualcosa si muova. Ogni articolo, ogni minuto speso in tv o in radio ci conferma che il caso non è caduto nell’oblio e che c’è ancora la volontà di risolverlo. Preferirei leggere notizie, preferirei essere intervistato, preferirei che i media tedeschi e italiani si occupassero del caso e uscissero dal silenzio. È logorante che non ci siano spiegazioni, che non ci sia nessuno a cui chiedere, che non ci sia un colpevole. Nonostante le iniziative per ricordare Domenico siano numerose, dal progetto in Africa alla squadra di calcio fino alla maratona organizzata a Potenza, quello che gli è accaduto continua a essere una tragedia per tutti, per la famiglia, per gli amici, per tutta la comunità».

Il futuro. «Non vogliamo la pietà e la compassione delle persone né sbandierare il nostro dolore. Considero molto positivo e auspicabile l’intervento dei media nel limite dell’utile e in termini di aiuto alla risoluzione del caso. Sono convinto che i media, tedeschi o italiani che siano, possano aiutare concretamente le indagini anche a distanza di anni. Per questo ho apprezzato l’iniziativa della trasmissione “Aktenzeichen XY…ungelöst”: dopo tanto tempo finalmente si riporta l’attenzione pubblica sulla vicenda. Sono ancora indeciso se recarmi personalmente a Monaco per la puntata. È la prima volta che vengo coinvolto personalmente. Mi auguro che il programma possa indurre chiunque sia a conoscenza di fatti e di circostanze utili all’indagine a rilasciare dichiarazioni. In Italia esistono casi che a distanza di anni sono stati risolti proprio grazie a trasmissioni di questo tipo. Dunque, ben vengano interventi mediatici per impedire alla storia di Domenico di finire nel dimenticatoio. Se tra 10 anni il caso non sarà ancora risolto, da parte nostra ci sarà soltanto rassegnazione».

Nella foto di copertina: Domenico Lorusso.

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Gloria Reményi

Italiana per parte di mamma, ungherese per parte di papà, mi piace definirmi 50/50 a tutti gli effetti. Il mio anno di nascita – il 1989 – ha probabilmente deciso il mio destino berlinese. Mi sono trasferita a Berlino nel 2012 per conseguire la laurea magistrale in "Culture dell'Europa centrale e orientale" e ci sono rimasta. Amo la letteratura, da accanita lettrice e aspirante scrittrice.

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