Marx avrebbe definito Sergio Marchionne una Charaktermaske

Cosa succede se tutti – nessuno escluso, neppure Sergio Marchionne – diventiamo maschere di carattere del modo di produzione e di vita in cui siamo immersi

Uno degli aspetti più drammatici della vicenda Marchionne – pensavo oggi leggendo dell’ex amministratore delegato Fca che si diceva stanco degli infernali ritmi professionali cui era sottoposto, o che dichiarava  «Chi comanda è solo» – è che questo modo di produzione, come scriveva Karl Marx, rende tutti indistintamente Charaktermasken, maschere di carattere, del Capitale.

Marx riprendeva la nozione di Charaktermaske dal mondo teatrale, precisamente dalla commedia dell’arte italiana, in cui i personaggi si comportano secondo schemi psicologici talmente fissi e stereotipati da poter essere caratterizzati facilmente con delle maschere. Nel I libro del Capitale il filosofo di Treviri applica il concetto in ambito socio-economico, utilizzandolo come metafora atta a descrivere lo stato di alienazione dell’uomo moderno, ridotto a mera personificazione dei rapporti economici in cui è inserito.

Questo triste processo – oggi forse più virulento e pervasivo che ai tempi di Marx – riguarda tutti gli attori sociali, nessuno escluso: operai e imprenditori, precari e professionisti, disoccupati e top manager, tutti a modo loro vittime del ruolo che due registi impersonali, il capitale e il mercato, hanno loro assegnato. Recitano il loro copione inesorabile, ad esempio, gli operai Fca di Kragujevac, in Serbia, costretti a lavorare dodici ore al giorno per 400 euro al mese. Lo recitano i lavoratori Fiat a Melfi e Pomigliano, tra licenziamenti tirannici, dissenso sindacale represso col ricatto e coi manganelli, cassa integrazione sfociata nel suicidio, come nel caso dell’operaia e attivista Maria Baratto.

Recitava il suo copione anche l’operaio alla catena di montaggio della Sevel di Atessa – sempre gruppo Fiat-Chrysler – che si vide negare il permesso di andare in bagno e fu dunque costretto a urinarsi addosso pur di erogare qualche secondo in più di forza-lavoro. Lo recitavano tutti quei dipendenti Fiat finiti loro malgrado nel bollettino di guerra dei morti in fabbrica: stroncati da infarti, maciullati dalle macchine, morti alla guida perché stremati da turni massacranti, svenuti e non soccorsi perché la produzione non si deve mai fermare.

Lo recitava infine Sergio Marchionne e forse quel termine e quel concetto, Charaktermaske, non gli saranno ignoti, viste le lauree conseguite in filosofia ed economia (oltre a una terza in giurisprudenza). Lo recitava nonostante l’apparente libertà di azione e una carriera scintillante, nonostante i successi nel ripianare i bilanci di una società presa in mano sull’orlo del baratro e trasformata in un «player globale ad alta redditività», nonostante un tesoro privato da mezzo miliardo di euro e quelle remunerazioni annue da capogiro che un comune metalmeccanico impiegherebbe 1500 anni per totalizzare.

Eppure, nella corsa acefala e folle del Capitale – soggetto impersonale che domina e struttura tutta la nostra pantomima sociale -persino Sergio Marchionne è una Charaktermaske, una maschera di carattere che interpreta il ruolo toccatogli in sorte nella grande messinscena dei rapporti economici. Una maschera privilegiata, certo, eppure a sua volta non immune dal rischio di diventare vittima di un dramma che la trascende, di un modo di vita finalizzato a spremere lavoro e produttività tanto dai soggetti oppressi che da quelli oppressori, fino talvolta a renderne intollerabile l’esistenza; di trasformarsi, insomma, in burattino del profitto col maglione, e veder cancellato l’uomo.

Sergio Marchionne si svegliava alle 3.30 del mattino, lavorava più di 14 ore al giorno, prendeva decine di aerei e di decisioni tremende ogni mese, sopportava carichi di stress enormi, era non senza motivo disprezzato – quando non odiato – da migliaia di lavoratori. Come tutti i personaggi di grande potere era un uomo solo, e comunque impossibilitato a godersi appieno, con lentezza, i suoi affetti e il tempo libero. Al netto dei suoi successi, non saprei proprio dire se superlavoro, asservimento all’imperativo del profitto e della performance, ferocia della linea aziendale di cui doveva farsi impassibile esecutore rendessero desiderabile la sua vita professionale e privata. Ad ogni modo, la sofferenza e la malattia meritano sempre rispetto, ma non possono determinare immotivati processi di santificazione. Personalmente, nella grande commedia disumana del Capitale, non avrei mai voluto indossare la spietata maschera da padrone neoliberista di Sergio Marchionne.

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Foto di copertina © Dgtmedia – Simone – CC BY 3.0 

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Gianpaolo Pepe

Dottorando di ricerca in scienze sociali e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

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