Perché David Bowie a Berlino superò le sue dipendenze e scrisse un pezzo intramontabile come Heroes

In che circostanze fu scritta Heroes, il brano che divenne l’inno della Berlino separata in due? Riconosciuta internazionalmente grazie al successo del film Christiane F., dove è il segno di una fuga estatica verso il nulla, di un pezzo di città isolato nel mondo, che non può fuggire da nessuna parte e che allora fugge da se stesso, divenne grazie al concerto del 1987 l’urlo di libertà di Berlino, il tappeto di suono che supera i muri di separazione, la voce che non può essere vista ma può essere sentita anche dall’altro lato del Muro.

È anche una storia di droga, e non è solo quella di Christiane e della generazione di fine anni 70, ma se è una storia di cadute è anche la storia del ritrovare la capacità di gioire senza la droga. Ed è anche un percorso che Bowie racconta prima nell’alcolica Heroes per poi arrivare a Ashes to Ashes, in cui l’artista denuncia le sue maschere, «we know Major Tom’s a junkie», in un video in cui le riepiloga nella maschera delle maschere carnevalesche, in un paesaggio marziano in cui viene messa in scena la grande mietitura della morte. Con quel video Bowie diventava la somma delle sue maschere senza più identificarsi con nessuna di esse, e presentava quella che sarebbe stata la sua opera successiva, una incessante ripresa ironica di quanto tracciato in precedenza.

Video che più di tutti è citato in Blackstar, quando Bowie immagina, non senza angoscia, ma anche con una sorta di entusiasmo, la trasfigurazione ultima e ignota, e afferma di non essere nè una popstar né una filmstar, ma una stella nera, in cui ogni immagine della sua vita precedente si è ormai dissolta. È questo davvero l’ultimo viaggio di Major Tom, quello in cui davvero non ci si àncora più a niente.  «At the center of it all, your eyes» canta, e queste parole fanno venire in mente quelle di Cesare Pavese, «verrà la morte e avrà i tuoi occhi» e forse davvero non c’è altro modo per descrivere la coincidenza di terrore e attrazione per qualcosa di così inaggirabile come la morte.
Ha ragione il suo produttore quando ci avverte che Blackstar è il suo regalo di addio…

Riprendendo un racconto di Rory MacLean pubblicato sul The Guardian, ripercorriamo una delle fasi più critiche e allo stesso tempo più produttive della vita di questo incredibile artista. L’autore era arrivato a Berlino come assistente alla regia per Just a Gigolo, un film con David Bowie e Marlene Dietrich. Così conobbe il cantante britannico.

«È il giorno di Natale del 1977. Seduti a un tavolo David Bowie e il regista David Hemmings, insieme a vari partner, figli, e aggiunte varie, come me. Un ristorante appartato in Grunewald, la cupa e fitta foresta urbana che abbraccia Berlino dai suoi margini occidentali, mangiamo e beviamo troppo e Bowie mi dà una copia della biografia di Fritz Lang, che un giorno mi aiuterà a scrivere un libro su Berlino. Io gli regalo invece un modellino-retrò di uno space-jet giapponese in latta. Perfetto per un aspirante alieno. A fine serata lo seguo nell’enorme sala bagno di ceramica, e davanti agli urinali cantiamo le canzoni di Buddy Holly, e almeno un paio di strofe da Good Golly Miss Golly di Little Richard.

Quando Bowie si trasferì a Berlino da Los Angeles era sul punto di un collasso fisico e mentale. All’inizio riprese le vecchie abitudini, girando per la città divisa con l’amico Iggy Pop, bevendo Köpi alla Joe’s Beer House, bazzicando i bassifondi e i bar per travestiti, frequentando i club Dschungel e Unlimited. Una notte, Iggy sedeva sul posto passeggeri mentre Bowie continuava a colpire l’auto del loro dealer per almeno cinque minuti di pura follia. Alla fine si mise a girare intorno il parcheggio del loro hotel a più di 100km/h urlando sopra il rumore delle ruote che voleva farla finita contro un muro vero e proprio. Fino a che non finì il carburante e i due collassarono istericamente.

Per sconfiggere i suoi demoni Bowie aveva bisogno di di spazio e di stabilità. Non glieli dava più la moglie già separata da lui che gli teneva il figlio Zowie lontano per la maggior parte del tempo, a Londra o in Svizzera. Così la sua assistente Coco Schwab gli trovò un modesto appartamentino in un palazzo art nouveau nella verdeggiante area di Schöneberg.

Coco – la devota e non celebrata eroina della carriera di Bowie – ne fece dipingere le mura di bianco perché facessero da galleria privata per le sue immagini oscure. Le riempì di tele bianche e tubi di pittura a olio. Leggeva Nietzsche accanto a lui, sotto il ritratto fluorescente che Bowie aveva dipinto di Yukio Mishima. Soprattutto, andava con lui al Brücke-Museum a guardare le opere di Kirchner, Kollwitz e Heckel. La ruvidezza espressionista, i colpi grossolani e il mood melanconico catturavano un senso di transitorietà nella sua immaginazione.

Nella capitale della reinvenzione, e con le cure di Coco, Bowie cominciò ad allontanarsi dalla psicosi da cocaina, a trovare la sua via al di fuori di una vita di eccessi, a ricostruirsi come un qualsiasi essere umano. Indossava calzoni larghi e camicie fuori moda, e godeva del disinteresse che Berlino gli tributava. Nessuno lo fermava per strada, come a Los Angeles. Una notte che per un puro slancio salì sul palco di un cabaret per cantare alcune canzoni di Frank Sinatra, il pubblicò lo ignorò e gli chiese di scendere. Erano andati là a vedere un altro spettacolo.

Lontano dalla luce dei riflettori compose, dipinse, e per la prima volta dopo anni sentì “una gioia nella vita e un grande senso di liberazione e di guarigione”, come disse lui stesso. Realizzò il suo obiettivo che non era semplicemente quello di trovare un nuovo modo di fare musica ma era quello di reinventare se stesso. Non avere più bisogno di adottare personaggi che cantassero le sue canzoni per lui. Fu così che trovò il coraggio di disfarsi degli arredi e dei costumi da palcoscenico.

Dall’estate del 1977 era in una fase di grande creatività. Con il produttore Tony Visconti e l’amico Brian Eno, cominciò a lavorare a un nuovo album. Durante le lunghe sessioni in studio non mangiava quasi nulla, all’alba tornava di corsa in Hauptstrasse con Eno, rompeva un uovo crudo direttamente in bocca e dormiva qualche ora prima di tornare in studio. Una delle prime canzoni registrate quell’estate era una traccia strumentale, fino a che Bowie non si mise ad abbozzare parole da solo al piano, che poi divennero Heroes. Visconti mise su un sistema di 3 microfoni separati da “porte” elettroniche. il primo era a 20 cm, il secondo a 6 metri, il terzo a 15, nel buio e vasto corridoio. Ogni porta doveva aprirsi quando Bowie cantava oltre un certo volume, obbligandolo ad alzare gradualmente la voce dal sussurro al grido, usando l’eco naturale della stanza.

Mentre Visconti aggiustava i livelli, Bowie continuava a scrivere il testo, finché non chiese di essere lasciato solo con i suoi pensieri e il suo piano. Visconti uscì senza farsi sentire e se andò per Köthenerstraße per incontrare la sua amante. Dalla stanza di controllo degli studi Hansa Sound Bowie li vide baciarsi, contro il Muro. Due ore dopo il testo finale veniva registrato.

Heroes divenne l’inno di Berlino, ardente di emozione, martellante con il suo ritmo metallico, prodotto in parte da Visconti che urta un posacenere di studio. Bowie definì Heroes e i suoi tre album berlinesi il suo DNA. Un giorno sarebbe stato nominato uno dei più grandi pezzi pop e dei singoli più originali di tutti i tempi. Certo che ci furono momenti di meravigliosa follia a Berlino anche dopo di allora. Come nel party del suo 41esimo compleanno con Iggy ed Eno al Lützower Lampe, quando l’amata 60enne drag queen Viola sedeva sulle mie gambe canticchiandomi canzoni d’amore tedesche nelle orecchie. Bowie tornò a casa con l’unica “vera” ragazza che c’era lì quella sera.

Io ero arrivato a Berlino come assistente alla regia per Just a Gigolo, un film con David Bowie e Marlene Dietrich. Era naturale che, essendo i soli inglesi madrelingua io, Bowie, Coco ed Hemmings gravitassimo l’uno verso l’altro. Passammo molte serate nell’appartamento di Bowie in Hauptstraße. Lui ci faceva ascoltare dischi e demo, ci spiegava come musicisti e gruppi si mettevano insieme e poi si separavano nel tentativo di realizzare i loro obiettivi creativi, e lo paragonava al processo creativo degli espressionisti della Die Brücke, dei Beatles e John Lennon, dei Roxy Music e Brian Eno, del gruppo dei Blauer Reiter e Kandinsky.

Mi introdusse all’opera di Brecht, mi parlava di “quadranti e salti quantistici, creazione e procedimento”, discusse perfino le insidie nell’offerta dei 15 milioni di dollari della Warner Bros per un rock musical di Ziggy Stardust. “Sono un generalista!” mi disse un giorno sul set, nel senso che era un uomo del Rinascimento, abile in molti settori e medium. “Allora perché sei per lo più associato al rock?” gli chiesi. “È solo una faccia”, e rise.

Avanti veloce: siamo all’Earls Court di Londra, è l’ultima tappa della parte europea dell’Isolar II Tour. È il giugno del 1978 e 18000 fan fischiano e gemono durante l’intervallo. Battono le mani, pestano i piedi e a grida chiedono che Bowie torni in scena. In queste ultime 14 settimane si è esibito per 1,5 millioni di persone in 43 città diverse. Dietro il palco, lungo un passaggio in muratura, il loro starman siede in silenzio, nel suo manto drappeggiato di pelle di serpente e gli enormi pantaloni bianchi, e guarda “Coronation Street”. È sua abitudine vederne sempre un episodio durante il break, per riprendere fiato e occupare la sua mente ma senza impegnarla, in modo da scaricare l’eccitazione stratosferica della prima metà del concerto.

In quei pochi mesi a Berlino Bowie fece il suo viaggio dalla dipendenza all’indipendenza, dalla paranoia delle celebrità al messaggero radicale e senza maschera che dice a noi tutti, grassi e magri signori nessuno, che siamo belli e che possiamo essere noi stessi».

 

Foto © Jérôme Coppée – David Bowie – CC BY SA 2.0

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2 Responses to “Perché David Bowie a Berlino superò le sue dipendenze e scrisse un pezzo intramontabile come Heroes”

  1. sweetsuicide

    Ma davvero hai scritto Hashes to hashes? Io questo articolo non lo leggo

    Rispondi

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