Perché io giovane italiana preferisco fare la cameriera a Berlino che in Sicilia

Perché «Entschuldigung, kann ich bestellen?» suona meglio di «scusi, potrei ordinare?»

Ho 23 anni, sono italiana e sono una delle 250mila persone italiane emigrate all’estero nel 2017. Sono una di quelle “andata via e che fa la cameriera”. Migrante economico è una definizione che non mi piace, ma se viene definito migrante economico un uomo che dall’Africa si sposta in Europa, allora mi ci autodefinisco anche io.

Penso a me tre anni fa, studentessa di giurisprudenza al sud d’Italia. Penso agli esami pesanti e a quanto mi sentivo a volte un peso per la mia famiglia perché ventenne ero studentessa “a carico” interamente dei miei. L’università era una bolla di intermezzo tra il liceo e la vita reale.  A 20, “il tutto ti è dovuto” degli anni dell’adolescenza diventa “tutto ti è cortesemente concesso dalla tua famiglia”.

A 20 anni, il sabato sera esci, anche venerdì e l’aperitivo lo fai volentieri anche mercoledì. Il tabacco, una volta che li hai convinti che, come loro, sei una fumatrice, te lo comprano i tuoi. Sei studentessa, non sei autosufficiente per quello come per  il telefono che si rompe e va ricomprato e per le bollette della casa in affitto, visto che sei una fuori sede. Anche per le vacanze di agosto, anche per il regalo del compleanno della tua amica. Guardi i tuoi coetanei che lavorano già e pensi che alla fine lo hanno scelto loro di fare i camerieri. Tu studi, quindi puoi non lavorare, il tempo non te lo permette.

Negli anni dell’Università il mio stato d’animo variava tra il “tutto mi è dovuto” a “forse potrei fare un lavoretto nel fine settimana”. Ma il pensiero di fare il cameriere mi faceva tremare. Vedevo i miei amici che portavano vassoi e piatti per 10, anche 12 ore al giorno e li guardavo come se avessero dei poteri che io non avevo. «Non potrei mai reggere quei ritmi, ma poi per 30 euro al giorno? masochismo», pensavo. Il giorno libero, per molti miei amici che in Italia facevano ( e fanno ancora) i camerieri era raro quanto un’eclissi solare; nelle stagioni estive mi sembravano bianchissimi, pallidi, stremati dalla mole di lavoro pagato pure 2,50 euro l’ora, alcuni di loro pagati con i voucher come se la retribuzione fosse un bonus, senza neanche avere la possibilità di aver un giorno di malattia. Non parliamo di contratto di lavoro perché inutile far finta di non vedere, per alcuni sembra quasi essere un favore essere messi in regola. Ti lamenti? allora avanti il prossimo, sai quanti ragazzi cercano un posto come cameriere magari per mettere qualche soldo da parte per pagarsi un’accademia? Dunque se non ti sta bene guadagnare 7-800 euro al mese per infinite ora di lavoro senza un contratto, vai pure, uno che ti sostituisca lo troviamo.. Si potrebbe parlare delle conseguenze negative delle riforme del lavoro delle ultime legislature, di Garanzia Giovani e di Alternanza Scuola-Lavoro che in alcuni casi sembra essere un modo carino per chiamare il lavoro non pagato, meglio conosciuto come sfruttamento. Questi sono i “lavoretti” che molti ragazzi in Italia fanno, per rendersi autonomi nei confronti delle famiglie di provenienza. I sensi di colpa legati alla dipendenza dal nido familiare, per me non erano sufficienti per chiedere a un bar o a un ristorante del mio paese di poter lavorare. Troppo sacrificio, senza gratificazione: questa era la mia idea di cameriere quando vivevo in Italia.

«Vado a Berlino qualche mese, voglio mettermi alla prova»

Qualche anno fa non avrei mai pensato di lasciare l’Italia e come dicevo, mai pensato di fare un mestiere come quello del cameriere per tutti i motivi che ho spiegato. Poi, ormai due anni fa, mi trovavo in un periodo di grande confusione: non ero felice dell’università e quello che facevo non mi soddisfaceva abbastanza. Un giorno dissi ad una mia amica  «Vani, vado a Berlino, voglio fare uno di quei mestieri per provare il sacrificio, quello reale che forse non ho mai vissuto, ho bisogno di mettermi alla prova e schiarirmi un po’ le idee». Lei mi ha risposto nel modo in cui in quel periodo desideravo che mi si rispondesse: « Vai, ti fai un’esperienza di 4/5 mesi e torni, anche se non ti ci vedo proprio». Sono arrivata a Berlino l’8 novembre 2016 e, come avevo sentito raccontare da altri miei amici che avevano fatto esperienze simili, mi sono messa a cercare lavoro come cameriera. Non lo avevo mai fatto prima. «Prova nei ristoranti italiani, qualcuno che cerca personale lo trovi sicuramente», mi dicevano. Così ho fatto e dopo due giorni mi hanno proposto un giorno di prova in un ristorante nel quartiere Kreuzberg. «Non parlo tedesco e non ho mai avuto esperienza nel settore», dissi al proprietario. Come sono riuscita a superare la prova sinceramente non lo so neanche io, credo sia stato frutto dell’accumulo di positività che avevo messo in valigia . Sapevo solo che il coltello andava a destra e la forchetta a sinistra. Non sapevo portare tre piatti e men che meno aprire una bottiglia di vino senza sbriciolare il sughero del tappo. Con la pazienza delle colleghe e dei colleghi, ho imparato le regole base del mestiere. Non ero professionale, ma ero fiera di sapermela cavare. La sera ogni tanto chiamavo la mia amica che mi diceva « Quindi? com’è fare la cameriera? hai provato, brava, ora torna va e studia». Invece tornare all’ovile non mi piaceva come idea e non capivo neanche io il vero motivo. L’ho capito dopo.

Una nuova vita, un nuovo equilibrio

Effettivamente stavo all’estero e apparecchiavo e sparecchiavo tavoli. Potevo farlo anche giù, come qualcuno sostiene. Però lavoravo 5 giorni a settimana, avevo una casa pagata da me, i giorni liberi vedevo posti nuovi e conoscevo persone nuove. Io che ho sempre avuto le stesse amiche dall’infanzia e che anche quando facevo l’università pensavo che gli amici che avevo mi bastavano e non dovevo farmene dei nuovi. Io che le valigie non le ho mai fatte volentieri, e che anche quando ho deciso di partire per Berlino, mi arrabbiavo se qualcuno mi diceva «vedrai che poi non vorrai tornare». Non ero partita per non tornare. Avrei anche fatto il biglietto andata e ritorno, ma mi sono sforzata di non farlo. Così sono stata a Berlino 5 mesi e sono tornata giù. Avevo imparato a portare tre piatti e anche che i tedeschi bevono il cappuccino con la pasta con le cozze o alte cose strane tipo la Coca-cola con la Fanta o la birra con la Sprite. Avevo conosciuto ragazzi dalle storie più varie, provato un altro clima e visto come funziona una città del Nord Europa. Avevo fatto l’esperienza che volevo e potevo tornare in Italia con tante cose da raccontare. Poi però…A Berlino, ho scelto di tornarci.

Ma a Berlino ho scelto di tornarci

Dopo soli 3 mesi, ho scelto di tornare in quella città dove si può fare la cameriera e fare anche dell’altro. Dove le ore di lavoro al giorno sono massimo 8 e non di più, dove i giorni liberi non sono cosa rara anche se lavori full time. Full time sono 5 o 6 giorni a settimana e non 7. 8 ore al giorno e non 12. Con un lavoro part-time di 18 ore settimanali puoi essere indipendente dalla famiglia e hai anche il tempo di studiare. Puoi essere studente e lavoratore senza essere un super-eroe, senza sviluppare nevrosi o ernie e il sacrificio di asciugare bicchieri lo fai perché è solo una parte della tua giornata e non tutta la tua giornata. Il contratto di lavoro non è un favore, ma una cosa normale, come è normale che sia rispettato il salario minimo stabilito dalla legge. Una normalità che spesso in Italia risulta un colpo di fortuna per pochi.

Non è facile stare fuori casa, non è facile avere la tosse e non conoscere il nome dell’equivalente dello sciroppo che prendevi giù in tedesco. Non è facile non sapere come stanno i tuoi genitori perché per non farti preoccupare non ti dicono se non stanno molto bene. Vedere i “piccoli di casa” crescere grazie alle foto su Facebook e avere la paura che non si ricordano di te. Non poter partecipare alle battaglie della tua comunità contro l’istallazione di un inceneritore che inquina l’aria. Allora per sentirti vicino e per solidarietà ogni tanto metti anche un “parteciperò” su Facebook alle iniziative dei tuoi amici di giù, ma in realtà non parteciperai perché sei a migliaia di chilometri, per studiare una nuova lingua, per fare il tirocinio nel campo in cui in futuro vuoi lavorare e per fare quel mestiere che ti permette tutto questo. Un giorno spero di non fare più questo mestiere per il quale continuo a non essere portata, ma che non vedo più come una tortura cinese, ma come un lavoro che aiuta a crescere e a rendersi autonomi.

«Tempo per studiare, paga dignitosa e diritti dei lavoratori. Questi sono i motivi per cui fare il cameriere all’estero spesso è diverso che farlo in Italia».

Come detto, sono nata nel ’94, un anno che ha segnato un po’ l’inizio della fine del bel tempo economico in Italia. I telegiornali durante la mia adolescenza già parlavano di crisi economica, sono figlia di quella generazione di quasi adulti che si sono iscritti all’università pur sapendo che il lavoro era poco e che molto probabilmente scegliendo facoltà come Filosofia o Lettere, non si sarebbe mai trovato. Sono parte di quei giovani che non credono nel sistema universitario, nella politica, nel domani nella nostra Italia. Paghiamo le conseguenze del disastro politico odierno e non facciamo che respirare polveri sottili e pessimismo. Un Paese in cui durante le campagne elettorali si nominano i giovani continuamente, solo perché è un argomento tira voti, ma sfido chiunque a credere realmente che quei signori siano interessati ai noi.

A me, fare la cameriera all’estero mi ha fatto tornare a sognare e per un giovane è importante tanto quanto mangiare e dormire. Di chi pensa che i giovani che lasciano casa per andare fuori a fare i camerieri siano dei rammolliti, penso che forse queste persone non hanno mai avuto la necessità di dover andare via anche solo per trovare la voglia di sentirsi giovani veramente e di potersi reinventare. Forse queste persone non si sono mai perse per una via di una città straniera, ma si sono persi la bellezza del ritrovare la strada.

Sono anche io una migrante economica

Migranti economici, vengono definiti coloro che lasciano la terra natia per motivi che vengono ridotti a questioni economiche. Per molti questi migranti non hanno diritto di essere accolti perché “non scappano mica da guerre”. Come se la fame, le carestie o il poco lavoro non bastino per guadagnarsi il diritto di essere accolti. Io non scappo da una guerra, come non scappano dalla guerra i miei amici che dal Sud si muovono verso il nord d’Italia in cerca di fortuna. Anche io quindi sono una migrante economica, e posso esserlo serenamente per la società perché ho avuto la fortuna di essere europea. Questo è il motivo per cui penso che sia eticamente giusto accogliere chi viene da altre parti del mondo per lo stesso mio motivo anche se non ha avuto la fortuna che ho io di avere un passaporto italiano e di poter lasciare il mio Paese a bordo di un volo Ryanair e non con un mezzo di fortuna.

 

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Immagine di copertina:  © Jahcordova CC 0

Rosellina Neri

Nata a Roma, a 10 anni mi sono trasferita a Lipari alle Isole Eolie, dove ho vissuto in barca per qualche anno. L'isola la considero casa, in ogni suo scorcio, in ogni sua luce e in ogni suo scoglio. Ho iniziato gli studi in Giurisprudenza a Palermo, terra natale di mia madre. Ora vivo a Berlino e ho portato con me la voglia di scrivere. "Da grande", mi piacerebbe essere una giornalista.

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