Plis Visit Italy! L’inglese dei politici italiani vs quello dei politici tedeschi: ecco chi lo parla peggio

È cosa nota: il rapporto del popolo italiano con la lingua inglese è sempre stato complicato. Almeno a partire da Nando Mericoni, il mitico americano a Roma impersonato da Alberto Sordi, il desiderio di americanizzazione si è facilmente tradotto in risultati caricaturali.

La subalternità all’interno del Patto Atlantico, la fascinazione per l’american way of life e la volontà di emulazione di presunti modelli vincenti hanno condotto, nel corso dei decenni, buona parte della nostra classe dirigente ad una minorità culturale e linguistica, sulla scorta della quale si ritiene ormai preferibile infarcire il discorso di hashtag e inglesismi (talvolta palesemente sgrammaticati, come in un recente tweet di Matteo Renzi) o esprimersi in uno shitty English, anziché sfruttare al meglio quell’arma potente che è la lingua italiana.

Con l’esito parodistico di parlare male anche quella, senza migliorare di una virgola la nostra reputazione di poliglotti.

Renzi

Un mondo globale esige una comunicazione globale, va da sé. Ci si aspetterebbe, dunque, almeno da politici e decisori internazionali, la capacità di esprimersi in un inglese dignitoso e fluente. Non necessariamente oxfordiano, d’accordo, ma quantomeno non falcidiato da costruzioni sintattiche prossime alla dislessia, devastanti inflessioni dialettali e continui, fantasiosi neologismi coniati tentando un disperato calco dal lemma italiano.

Anche per questo, dopo il ventennale cabaret berlusconiano sui palcoscenici di tutto il mondo, l’inglese robotico ma tutto sommato inappuntabile di burocrati come Mario Monti ed Enrico Letta sembrava aver riconsegnato almeno un briciolo di credibilità alle nostre delegazioni internazionali.

Ma poi è arrivato lui, il premier giovane, il premier smart e social, e tutti si aspettavano un ulteriore salto di qualità. È finita l’epoca dell’inglese maccheronico, dicevano: l’uomo è un tweettatore compulsivo, ha uno stile labour, si ispira a Tony Blair e Bob Kennedy, dicevano. E invece no: siamo stati travolti da un profluvio di supercazzole in versione anglosassone, di bicòz e òlzo, di faccette buffe causate dall’enorme sforzo cognitivo. Il tutto accompagnato da un atteggiamento disinvolto, a tratti inspiegabilmente fiero.

Mentre Renzi faceva la fortuna di Vice e dei videomaker di YouTube, Berlino provava a legittimare la sua egemonia anche sul piano delle relazioni internazionali. Infatti dopo Helmuth Kohl e Gerard Schröder, entrambi piuttosto a digiuno in fatto di inglese (ma il secondo ha avuto l’umiltà di andare in Galles e di rimettersi sui libri al termine del suo mandato), ci ha pensato Angela Merkel a restaurare la consueta serietà teutonica.

Si è detto spesso che la Cancelliera non userebbe volentieri l’inglese nelle occasioni ufficiali; che il suo passato di fisica della DDR giustifichi la predilezione per il russo e una certa avversione per la lingua del Bardo. In Germania, peraltro, molti pensano che Mutti sia una pessima oratrice anche nella sua madrelingua.
Eppure, ascoltando un paio di uscite pubbliche della Merkel, si converrà che il suo inglese non deve essere poi così malvagio, se con una battuta riesce a strappare il sorriso della House of Parliament. Certo, si tratta di un discorso preparato e la Cancelliera, dopo una breve introduzione, si scusa di fronte ai deputati e chiede il permesso di continuare in tedesco per esprimere al meglio il suo ragionamento.
Ma non è comunque una scelta saggia, se l’alternativa renziana consiste nel deliziare gli ascoltatori con capolavori del calibro di «he uasn’t eibol to ius de copirhait, le lesence, comesidicebrevetto?» o «nau is de taim tu tu tu tu eat de lanceh»?

Anche i primi della classe, ad ogni modo, hanno i loro scheletri nell’armadio. A dispetto della parentela linguistica e del proverbiale efficientismo germanico, molti politici tedeschi, soprattutto della vecchia guardia, soccombono miseramente nel corpo a corpo con l’idioma inglese.
Sarà che molto spesso noi italiani dobbiamo accontentarci del «mal comune, mezzo gaudio»; sarà che il concetto di Schadenfreude, così peculiare della lingua tedesca, descrive perfettamente un atteggiamento che anche noi conosciamo molto bene; ma una top five comparata delle peggiori figuracce italo-tedesche ci è parso un buon modo per esorcizzare demoni e complessi di inferiorità che ci tormentano almeno dai tempi di Renato Carosone e del nostro Albertone nazionale.

 

IN ITALIA

5) Piero Fassino, ovvero l’Internazionale del grigiore

Il sindaco di Torino Piero Fassino prova ad esaltare con l’abituale verve i pregi della sua città. La fluency non è disastrosa, ma la pronuncia è da metalmeccanico biellese dopo qualche bicerin di troppo alla Festa de l’Unità.

 

4) Francesco Rutelli e l’inglese da piacione di provincia

È il 2007 e l’allora Ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli invita i turisti a visitare il sito Italia.it, nuovo di zecca, ma soprattutto le bellezze del belpaese. Francescone si impegna, scandisce lentamente le parole manco fosse stato rapito dalle Br, ma il suo pliis ammiccante da vitellone felliniano resta comunque negli annali.

 

3) L’inglese da sagra del provolone di Gianni Pittella

È il 21 settembre 2012, Giornata internazionale della pace. Gianni Pittella, esponente Pd e all’epoca vicepresidente del Parlamento Europeo, rilascia su YouTube un imbarazzante messaggio di sostegno alla campagna.

 

2) Da nosonly a My way: tutti i capolavori del Presidente

Gli show in lingua di Silvio Berlusconi non hanno bisogno di introduzioni. Lo spirito istrionico e gli anni di gavetta sulle navi da crociera rendono il Nostro un performer nato, capace di farsi deridere per il suo inglese perfino da George W. Bush. Lo stile è da crooner italoamericano in odore di mafia: non a caso, il titolo della recente biografia My way, affidata alla penna di Alan Friedman, strizza l’occhio a Frank Sinatra. Il breve video di presentazione in cui il Cavaliere, per una sorta di contrappasso dantesco, assomiglia sempre più a Mao, ha un effetto tra lo straniante e l’allucinogeno.

 

1) Matteo Renzi, il Rottamatore dell’inglese

Di Renzi e delle sue velleità da statista internazionale abbiamo già detto. Nell’ultimo anno ha esportato incompetenza linguistica e pressappochismo in ogni occasione possibile, dalla debacle del Digital Venice, passando per la visita ufficiale di John Kerry, fino al discorso al Council on foreign relations a New York. Ultimamente ha provato a stuprare anche il francese in presenza di Hollande, con esiti non meno catastrofici.
I continui selfie, le pacche sulle spalle, i riferimenti pallonari e un’autostima immotivatamente altissima non riescono a cancellare l’impressione di essere di fronte a un caratterista da commediaccia di Pieraccioni finito per sbaglio a Palazzo Chigi.

 

IN GERMANIA

5) L’inglese contrito di Wolfgang Schäuble

Il Ministro delle Finanze tedesco è un grande fan dell’inglese, da lui considerato la lingua dell’unificazione europea. Ma non si tratta di un amore ricambiato. La massiccia dose di in cèneral e di to qvestion non inficiano la comprensibilità dei suoi speeches, ma lo hanno comunque indotto a dichiarare: «mi dispiace per tutti quelli che devono sopportare il mio inglese».

 

4) Direttamente dall’Oktoberfest: Gerd Müller

È il 18 aprile 2015, quando Gerd Müller, Bundesminister per la cooperazione economica e lo sviluppo, interviene all’Earth Day di Washington con un appello contro la fame e la povertà.
La simpatia del ministro è indiscutibile, ma la bocca impastata in stile Kater bavarese e la continua intromissione di fonemi germanici producono frasi sbiascicate come «lätz watsch se messetsch of se tschörmen schanzeller, Angela Merkel» («let’s watch the message of the german Chancellor, Angela Merkel»).

 

3) Il Denglisch dadaista di Maria Fekter

Maria Fekter è una politica austriaca, Ministro delle Finanze dal 2011 al 2013. Durante un vertice sull’eurocrisi, pensa bene di disorientare i giornalisti con un insensato mix di tedesco e inglese: «die Zeit, die wir uns gegeben haben, ist shortly. Und auf Ihre Frage, was das heißt, sage ich Ihnen: shortly, without von delay» («il tempo che ci siamo dati è brevemente. E se mi chiedete cosa significhi, vi rispondo: brevemente, senza di ritardo»). Tutto molto bello.

 

2) Günther Oettinger, ovvero «armiamoci e partite»

Günther Oettinger è da anni Commissario europeo, in passato per l’energia, attualmente per l’economia digitale. In diverse occasioni ha sottolineato l’importanza dell’inglese per essere competitivi in un mercato del lavoro globalizzato. Nel 2009, tuttavia, diventa suo malgrado una star di YouTube, realizzando centinaia di migliaia di visualizzazioni dopo una conferenza piuttosto accidentata alla Columbia University. Le strutture sintattiche, a ben vedere, sono sostanzialmente corrette ma la pronuncia è da soldato delle Sturmtruppen di Bonvi.

 

1) Il rifiuto aprioristico di Guido Westerwelle

Siamo nel settembre 2009 e Guido Westerwelle sta per diventare Ministro degli Esteri nel secondo governo Merkel. Un corrispondente della BBC prova a porre una domanda in inglese, ma il buon Guido lo fredda immediatamente chiedendogli di passare al tedesco, «perché questa è una conferenza stampa in Germania».
Un Ministro degli Esteri che si rifiuta finanche di approcciare all’inglese, lingua franca alla base di ogni relazione diplomatica negli ultimi settant’anni: «a genius!» – commenterebbe probabilmente Matteo Renzi –, cui va di diritto il primo posto in questa nostra speciale graduatoria.

Foto di copertina © YouTube – Screenshot

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Gianpaolo Pepe

Laureato in filosofia politica e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

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