I controllori dei mezzi di Berlino viaggiano in borghese e fanno più paura di quelli in divisa

Un racconto di vita berlinese

È difficile incontrarli. Possono passare settimane, a volte anche mesi senza che tu li incroci e la cosa ti dispiace anche un po’. Il biglietto è caro a Berlino, 2 euro e 80 e ogni tanto ti piacerebbe mostrare che sei in regola, che non hai nulla da temere. Non ti capita spesso nella vita, ma in questo caso sì, ne se cosciente e hai il forte desiderio di sottolinearlo al resto del mondo. Sì, avrò pure la barba e i capelli lunghi, mi vesto come un pezzente e se mi siedo sul marciapiede per strada rischio che qualcuno mi metta delle monetine in mezzo alle gambe sperando che li spenda per trovare un modo per non congelarmi, ma il biglietto l’ho pagato e qui sulla metro sono proprio uguale a voi. Sarà che lo straniero si sente sempre come l’ultimo arrivato, ma il fare le cose per bene, che sia anche un biglietto, contribuisce a dargli l’illusione di avere messo il primo pezzettino di un puzzle chiamato integrazione. Nessuno lo sta guardando eppure pensa che tutti lo riconoscano fin da lontano come straniero. Mostrare il biglietto è il modo per dire: “Vi sto venendo incontro, faccio le stesse cose che fate voi” ed invece loro non passano. Non è una questione di linea o di orario, le loro apparizioni sono improvvise, possono trovarsi sulla U2 alle undici del mattino di un mercoledì di novembre così come sulla S-Bahn verso Potsdam alle sei del pomeriggio del 15 d’Agosto. Lavorano in coppia, e per mimetizzarsi si vestono nei modi più improbabili. Come Gremlins allo stato iniziale, carini e sorridenti mentre si mischiano ai passeggeri in attesa della metro, ecco che si trasformano appena messo piede nel treno. Il vagone è la loro acqua e si salvi chi può. C’è il punk della U1, un marcantonio he quando ti mostra il tesserino pensi che ti stia mostrano la sua licenza per vendere alcolici sulla metro; c’è la coppia di amici turchi di seconda e terza generazione che, da veri strateghi del “becchiamoli quando meno se lo aspettano”, appaiono solo la domenica pomeriggio o sui tram, sfatando il mito che sui tram non passano mai; c’è il tizio che prima ti sedeva accanto sulla panchina della stazione con addosso una sciarpa della Union Berlin; c’è la coppia di rasta che fa finta di non conoscersi, ma si vede lontano un miglio che stanno assieme; c’è la ragazza con gli occhiali che ti immagini abbia passato tutti gli anni di scuola al primo banco centrale davanti la cattedra a prendere appunti che probabilmente, solo ora te ne rendi conto, era solo un allenamento in vista di future redazioni di multe con il metodo stenografico perché lei lo sapeva già da allora che questa sarebbe stata la sua strada, e che ad un multato meno tempo gli dai per provare a convincerti che il biglietto ce l’aveva “in tasca proprio un attimo prima”, “che deve essere caduto chissà dove”, più possibilità hai di resistere a pianti, grida e possibili fughe. C’è un mondo di controllori improbabili a Berlino e puoi far poco per riconoscerli da lontano. Sono veloci, imprevedibili e attenti, se hai diritto a qualche tipo di riduzione ti controllano anche tutti i documenti allegati. Nel giro di una fermata riescono a prendere tutti quelli “che ci hanno provato”, li fanno scendere in un baleno per dargli la ricevuta e poi, su di nuovo su di un nuovo vagone, a beccare altri furbetti che viaggiano senza il titolo adeguato.

Qualche mese fa, dopo vari esposti di associazioni di consumatori, si è cercato di imporre ai controllori di vestire una pettorina di riconoscimento. Sembrava che la norma fosse passata, ma alla luce dei fatti mi sembra che solo qualche controllore si “sia sottomesso”, tanti altri invece no e continuano come niente fosse. Il grosso del loro stipendio proviene dalle percentuali che prendono su ogni multa e sanno bene che senza fattore sorpresa la loro efficacia diventerebbe minima. Come nei migliori film horror, la paura deve vivere di assenze e colpire quando meno te l’aspetti. E loro sono dei veri figli di Murnau….

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Immagine di copertina: Screenshot

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