Quei genitori che leggono di Berlino, Londra o Parigi perché ci vivono i figli…

«Oggi a Berlino la temperatura scenderà sotto lo zero, chissà se mia figlia si è coperta bene!»; «Hanno arrestato un altro sospetto terrorista in Germania. Maledetti, mio figlio vive a Francoforte, ma con l’intelligence tedesca tutto sommato mi sento tranquillo». «Grazie per le informazioni interessanti e per le news in tempo reale. Mio figlio ha deciso di trasferirsi a Berlino e per me e mio marito leggere della capitale tedesca è un po’ un modo per sentirci vicini a lui». Sono solo alcuni dei commenti che leggiamo spulciando tra vecchi articoli di Berlino Magazine. Frasi scritte dai tanti genitori italiani con uno o più figli andati a vivere all’estero. Che i loro ragazzi abbiano scelto Berlino, Londra, Parigi, Bruxelles, Barcellona o, più drasticamente, New York o Canberra, cambia poco: sapere cosa succede nelle città e nei Paesi diventati la nuova casa dei loro ragazzi è un altro modo per tenerli vicini, per pensarli, per sentire sempre vivo un legame non più alimentato dalla consuetudine quotidiana, per vincere paure molto spesso infondate ma non per questo meno comprensibili e umane.

Lontani eppure vicini. Viviamo in un mondo globalizzato, in cui la mobilità internazionale è divenuta la normalità, non più l’eccezione, e dove gli under 35 girano come trottole da una metropoli all’altra, vuoi per necessità, vuoi per scelta professionale, vuoi per curiosità di vedere il mondo. Un mondo, peraltro, digitale e iperconnesso, dove grazie a voli low cost, videochat, smartphone, raggiungersi fisicamente o sentire quotidianamente la voce dei propri cari è diventato facile ed economico. E però un figlio all’estero, anche quando si tratta della scelta meno condizionata e più gratificante del mondo, qualche preoccupazione sempre la desta: l’ambientamento, la lingua, il cosiddetto cultural shock, il rischio attentati in città come Parigi o Bruxelles, l’effetto Brexit per chi vive nel Regno Unito. Scaricare le proprie ansie sui figli sarebbe solo controproducente, e così informarsi e comprendere realtà e culture diverse da quella italiana si trasforma nello strumento migliore per tenere le paure sotto controllo e, all’occorrenza, saper dare ai propri ragazzi conforto o un buon consiglio.

Condividere a distanza l’avventura. Ma anche il genitore più apprensivo sa bene che vivere fuori, per un figlio, è prima di tutto un’opportunità impareggiabile di allargare i propri orizzonti: così, leggere dei luoghi del Muro, dell’ incredibile offerta culturale e ricreativa di Berlino, dei migliori modi per imparare il tedesco o delle offerte di lavoro più interessanti – o, per traslato, del nuovo sindaco di Londra, dei caffè più romantici di Parigi, dei progressi dell’economia spagnola o dei consigli per una gita fuori porta a Bruges – diventa un modo per dare una mano, offrire informazioni utili, condividere – sebbene a distanza – quella meravigliosa avventura che è partire per un altro Paese e scoprire il mondo con i propri occhi.

Foto di copertina © pexels

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One Response to “Quei genitori che leggono di Berlino, Londra o Parigi perché ci vivono i figli…”

  1. Andrea52

    Io, a volte,mi trovo al Berghain con mia figlia…-),non siamo tutti uguali!

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