Qui piove proprio come ad Est: la Berlino divisa raccontata dalla scrittrice turca Emine Özdamar

“… qui arrivano così tante persone, dalla Svevia, dalla Baviera, dalla Renania. A Berlino, tutti a Berlino. Berlino Ovest è come una grossa tenda, circondata dalla DDR. In questa tenda le persone si muovono come in una prigione, e scarabocchiano scritte alle porte dei bagni come i carcerati nella loro cella. Non è vita questa qui. Ne ho le palle piene di Berlino, io voglio andare a New York.”

Queste le parole di una giovane ragazza tedesca che la protagonista di Seltsame Sterne starren zur Erde conosce in una WG di Wedding. Siamo negli anni ’70 ed Emine Sevgi Özdamar è tornata a Berlino, dopo averci precedentemente passato due anni lavorando in una fabbrica, per inseguire la sua grande passione: il teatro. E’ riuscita ad entrare in contatto con Benno Besson, illustre registra svizzero attivo in quegli anni alla Volksbühne, uno dei teatri più importanti della città, e lavorerà al suo fianco aiutandolo a mettere in scena vari pezzi. Unico problema: da cittadina turca ottenere un permesso di residenza nella DDR non è immediato e così, per mesi e mesi, dovrà attraversare ogni giorno un checkpoint del Muro, in particolare quello di Bornholmer Strasse (che fu il primo ad essere aperto la notte del 9 novembre 1989, ne abbiamo parlato qui) per spostarsi dal suo appartamento di Berlino Ovest al suo posto di lavoro a Berlino Est.

Seltsame Sterne nasce come romanzo autobiografico documentario dell’esperienza alla Volksbühne e diventa racconto della città spaccata dal Muro vista da un occhio esterno imparziale, che non appartiene a nessuna delle due realtà e per questo può meglio analizzarle e capirle. L’autrice, di origine turca e ormai da anni stabilita a Berlino, non è molto conosciuta in Italia (non esiste neppure una sua pagina su Wikipedia in italiano e questo romanzo non è ancora stato tradotto), ma è una delle più significative esponenti della Migrantenliteratur, ovvero la letteratura scritta in tedesco da autori immigrati. Il romanzo appartiene ad una trilogia dedicata a Istanbul e Berlino, le due grandi città della sua vita, che per un gioco del destino sono entrambe “città divise”. Il titolo deriva da una poesia di Else Lasker-Schüler, poetessa tedesca espressionista che l’autrice ama molto e leggeva intensamente negli anni in cui si ambienta il racconto.

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La sua raffigurazione dei settori occidentale e orientale rompe totalmente gli schemi consueti. Berlino Est è grigia e povera, è vero, ma per l’autrice diventa luogo degli affetti e freme di attività culturali. Se tutti dall’Est vogliono fuggire, lei combatte per avere il visto della DDR perché qui può meglio seguire le orme e respirare l’ambiente in cui ha vissuto il suo idolo Brecht. La minore disponibilità dei prodotti la tranquillizza e l’uniformità del Muro, che non aveva graffiti lato orientale, non le trasmette l’angoscia delle scritte che affollano pareti, porte dei bagni nei locali, panchine dei giardini pubblici a Ovest. La generazione di giovani occidentali che descrive è priva di regole e aspettative, vive senza riconoscersi in nessuna ideologia politica e si sente intrappolata, come si vede dalla citazione iniziale non ama Berlino e si pone mete più grandi.

Emine, al contrario, non vive affatto il Muro come una limitazione, non lo percepisce forse neanche fino in fondo, vedendolo solo come un punto di passaggio nella sua routine giornaliera. L’evento della divisione per lei non è stato traumatico, come invece accadeva ne Il cielo diviso (di cui abbiamo parlato qui), ha conosciuto la città già con il Muro e le “due Berlino” sono anzi per lei due realtà così distanti, da stupirsi che possano avere le stesse condizioni climatiche (“Quando scesi dalla S-Bahn a Berlino Ovest mi bloccai. ‘Qui piove proprio come ad Est’”). Addirittura il Muro diventa per lei un’istanza che dà sicurezza, sapendo che ad ogni checkpoint gli agenti, che ormai conosce personalmente, saranno sempre a lavoro e ogni volta con gli stessi gesti le chiederanno i documenti per identificarsi e farla passare oltre: “Stasera è il 31 dicembre. L’unico posto che non si lascia influenzare dall’ultimo dell’anno è il punto di confine. Lì si lavora come ogni giorno. Questo mi rende calma”.

Il romanzo, uscito nel 2003, apporta un punto di visto innovativo nella letteratura del Muro e nelle raffigurazioni di Berlino in generale. L’occhio della Özdamar è preciso e pungente, a volte irriverente, e racconta nelle sue pagine scorrevoli uno spaccato di vita interessantissimo. Non resta che sperare che venga recepito presto anche in Italia…

Emine Sevgi Özdamar, Seltsame Sterne starren zur Erde. Wedding – Pankow 1976 / 77, Verlag Kiepenheuer & Witsch, Köln 2003

Traduzione dei brevi estratti di Sara Trovatelli

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Foto copertina: “Berlin Wall: 25 Years After” © Paul VanDerWerf – CC BY SA 2.0

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Sara Trovatelli

Dottoranda in traduzione letteraria, traduttrice, amante del buon cibo, dei viaggi e di tutto ciò che è cultura, vive a Berlino dal 2012 dopo essersene innamorata durante una gita lampo ai tempi del liceo.

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