Reportage: dentro una classe di tedesco di rifugiati a Berlino

La classe è piccola, piano terra della Volkshochschule (Scuola del popolo) di Swinemünderstr. 80, zona nord di Berlino, ma abbastanza grande per accogliere i 5 rifugiati che da quasi un anno seguono il corso di tedesco. Vengono da Afghanistan e Siria. In cattedra l’unica europea, Jacqueline Tschiesche, docente di tedesco con un passato da giornalista che qui vive ogni giorno il suo viaggio quotidiano di storie, drammi e speranze, un’esperienza emotiva non indifferente. Ai muri una cartina della Germania indica tutti i 16 Bundesländer tedeschi. Un ottimo punto di partenza per “integrare in Germania”. Di spunti e impegno per svolgere una funzione che va al di là di quella dell’insegnamento della lingua ci vuole prima di tutto tanta tempra morale. «Arrivano da tutto il mondo, soprattutto Africa e Medio Oriente, per loro tu sei l’unica persona tedesca con cui relazionarsi ogni giorno, a cui raccontare cosa gli è successo e come provare ad immaginare qui un futuro dignitoso. In classe cerco di lasciare fuori la morte, le separazioni e la nostalgia, ma ritornano continuamente, sono sentimenti che l’apprendimento del tedesco aiuta a mettere un attimo da parte nella mente di ognuno di loro, ma giusto per la durata delle lezioni». Mai pensato di smettere? «Ogni tanto viene normale, c’è grande richiesta di insegnanti di tedesco al momento, ma assieme a quella che può sembrare un’esperienza dura, c’è anche tanta gioia e un entusiasmo che altrove non sarei sicura di trovare. Lo fai perché pensi che sia la cosa giusta da fare e tanto basta».

welcome refugees
© Takver

 

Dentro la classe. Abbiamo registratore, macchina fotografica e taccuino per gli appunti, ma i nomi veri, a parte quello di Jacqueline non li possiamo utilizzare e nessuno vuole essere fotografato. Non vogliono essere riconosciuti, per qualcuno c’è anche il rischio di subire ritorsioni in patria se un giorno in futuro decidessero di rientrare. È questo il caso di Fares e Amira, una coppia di giovani rifugiati afghani nella capitale tedesca. «Veniamo dall’Afghanistan, siamo a Berlino da dieci mesi. Siamo attivisti, da anni ci battiamo per i diritti delle donne in Afghanistan e nel resto del mondo. In passato siamo stati in Brasile, Malesia e India. Poi abbiamo deciso di tornare nel nostro Paese, ma la situazione era insostenibile: il governo è sempre più corrotto, ci hanno minacciato più volte di morte. E dire che le nostre battaglie sono per diritti altrove dati per scontati». Amira ad esempio non poteva continuare gli studi in quanto donna. «Abbiamo più volte provato a confrontarci con le autorità, ma non c’è stato verso. Ci hanno dato un ultimatum: potete stare in Afghanistan se smettete di fare la vostra attività, altrimenti dovete lasciare il Paese. Così abbiamo deciso di partire. Nel giugno 2015 abbiamo fatto il visto Schengen, abbiamo preso un volo per Parigi con un primo scalo a Dubai e il secondo a Mosca. Eravamo già stati in visita a Berlino nel 2007 e avevamo potuto constatare che la Germania è ben strutturata, funziona bene burocraticamente, è tutto ben organizzato, e siamo tornati. A noi è stata già accettata la richiesta di status di rifugiato, adesso aspettiamo quella per la cittadinanza tedesca. Se quest’ultima non dovesse venire accettata non abbiamo altra soluzione, non possiamo tornare in Afghanistan e non possiamo andare in nessun altro Paese. Troveremo un avvocato e lotteremo per averla. Ma siamo positivi».

L’investimento della Germania sui rifugiati. La crisi dei profughi ha raggiunto negli ultimi mesi numeri impressionanti. La Germania ha deciso di affrontarla di petto, stanziando 93,6 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. È la meta prediletta dalla stragrande maggioranza dei migranti e Berlino, va da sé, ha dovuto attrezzarsi come si deve per accogliere i nuovi arrivati. Più precisamente il costo annuo per il bilancio federale prevede 16,1 miliardi di euro nel 2016, che aumenteranno progressivamente fino a raggiungere 20,4 miliardi di euro nel 2020. Si tratta del surplus della spesa pubblica del Paese, che già nel 2015 era stato indirizzato interamente per il sistema d’accoglienza per i rifugiati con 12 miliardi di euro. I calcoli si basano sul numero di arrivi previsti, per cui nel 2015 si sono contati un milione e cento mila unità, nel 2016 ce ne si aspetta 600 mila, nel 2017 se ne prevedono 400 mila e 300 mila negli anni successivi fino al 2020. Questi vengono messi a confronto con le regioni che si prendono l’onere di una parte della spesa in programma sulla base della Chiave di Königsten, un sistema che considera le entrate fiscali e la densità di popolazione di ciascuna regione per poter stabilire il numero di richiedenti asilo da ospitare. I finanziamenti saranno destinati per abitazioni e sussidi sociali (25,7 miliardi di euro), corsi di lingua tedesca (5,7 miliardi di euro), corsi di qualificazione professionale per integrare i rifugiati nel mondo del lavoro (4,6 miliardi di euro).

Gli aiuti tedeschi ai profughi nel dettaglio. Ogni profugo che abbia presentato richiesta d’asilo, sia che abbia già ricevuto l’ok dalle autorità (come capita molto velocemente per i siriani) che sia ancora in attesa di una risposta, è invitato a studiare il tedesco con corsi intensivi tenuti presso scuole pubbliche. Quello della nostra classe è di livello A2.2. Abbastanza per cominciare a strutturare frasi più complesse. Ed infatti è in tedesco che Aida, ragazza siriana di origini bielorusse arrivata a Berlino con la madre, ci racconta del suo viaggio della speranza. «Appena arrivati siamo stati indirizzati al Lageso (Ufficio regionale per la Salute  e il Sociale, ndr), l’ente che aiuta economicamente i nuovi arrivati. La nostra pratica è poi passata al Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Ufficio per la Migrazione e i Migranti, ndr). Le richieste nell’ultimo anno sono aumentate enormemente, c’è voluto circa un mese per presentare la documentazione completa». Aida è molto informata riguardo l’intero processo di accoglienza dei rifugiati. Le chiediamo quindi quanti soldi ricevano i profughi. «Cambia a seconda del nucleo familiare. Si parla di cifre dai 3 ai 10 euro al giorno per il vitto, a seconda che sia da solo oppure in famiglia. Noi abbiamo dovuto comprarci il cibo per conto nostro, ma avevamo più “pocket money” rispetto ai nuovi arrivati, che ricevono il cibo dal centro d’accoglienza per i primi tre o sei mesi. Le tipologie di alloggio dei centri d’accoglienza cambiano a seconda del campus in cui ci si trova. In genere ogni 6-8 stanze c’è una cucina con 4 o 5 stoviglie, un bagno per gli uomini e un bagno per le donne con tre docce e tre o quattro wc. Io e mia madre abbiamo vissuto in una stanza singola di un centro d’accoglienza a Neukölln per tre mesi. Molti dei nostri amici vivono in strutture da duecento persone e più, con stanze condivise da dieci persone. Prima di stabilirci lì abbiamo cambiato due ostelli, che pagavamo con dei voucher, poi abbiamo dormito una settimana in mezzo alla strada perché nessun altro ostello accettava questo tipo di pagamento. Adesso viviamo in un monolocale in Prenzlauer Berg da 3 mesi. L’assicurazione sanitaria viene garantita con una tessera che bisogna rinnovare ogni tre mesi, mentre la Berlin pass viene data per avere uno sconto del 50% sui trasporti pubblici, musei, teatri, piscine e altri corsi pubblici».

Rifugiati di serie A e rifugiati di serie B. «Non sappiamo ancora se ci verrà permesso di continuare a seguire il corso perché veniamo dall’Afghanistan e per il governo tedesco il nostro è un Paese “sicuro”, a differenza di altri come Siria, Iran, Iraq e Somalia. Finché non verrà cambiata decisione a riguardo, non potremo continuare a seguire il corso. A noi sono garantiti gratuitamente solo i corsi fino al livello A2.2. Il B1.1 – necessario per poi seguire corsi per l’apprendimento di un lavoro – non ci spetta. Non siamo preoccupati, la Germania offre molti corsi di lingua e se proprio non dovessimo trovare alternative, lo studieremo da autodidatti su Youtube. C’è sempre un modo per chi è determinato a imparare. D’altra parte ci aspettavamo qualcosa in più da questo Paese». Chi proviene da un Paese ritenuto sicuro, sulla base della lista della tabella Sichere Herkunftsstaaten (Paesi d’origine ritenuti  sicuri) riceve subito un visto d’espulsione. E deve tornare, purtroppo, verso un destino da cui si pensava di essere fuggiti.

Foto di copertina © Stephen Luke

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