Come sopravvivere alla sindrome del figliol prodigo? Le 9 fasi del ritorno in Italia da Berlino

Quando si vive all’estero, il rientro a casa per le vacanze potrebbe riassumersi in una lista di eventi ciclici e comuni un po’ a tutti quegli italiani che il Bel Paese lo vivono solo poche volte l’anno, in quella che potremmo definire “la sindrome del figliol prodigo”.

Attenzione, se pensi di non esserne affetto leggi bene questi punti e vedrai spuntare anche tu qualche bollicina sul corpo:

FASE UNO: la prenotazione del biglietto. Guardi il calendario, sei al 24 di agosto, uno sguardo veloce alla finestra e fuori è grigio, senti già il profumo d’autunno e un pensiero vola al Natale. Preso da un impeto nostalgico clicchi sull’icona del browser del tuo pc e cominci a spulciare tra i voli più economici. Qualche tentennamento, qualche piccola indecisione, ma poi le tue dita volano all’impazzata su quelle icone color arancio che ti renderanno più vicino al panettone, alla pasta al forno di mammà, alle tombolate con i parenti e al mercante in fiera, che fosse mai una volta che vinci! Complimenti! Hai appena acquistato il tuo volo, non puoi non condividere la tua gioia con una telefonata ai tuoi genitori che, presi dall’emozione, ti fanno la domanda per loro più ovvia nonostante manchino ancora tre mesi al tuo arrivo: che cosa ti preparo per pranzo?

FASE DUE: la comunicazione ufficiale su facebook. Manca poco più di un mese al tuo ritorno in patria, mi sembra cosa buona e giusta cominciare ad avvisare i tuoi amici e a stilare un’agenda fitta di appuntamenti, fatta di caffè, pizze e luoghi che non vedi da tempo. Appuntamenti che si accavallano, promesse mai mantenute di far visita ad amici a km di distanza e visite mediche arretrate.

FASE TRE: la valigia all’andata. Porti con te un bagaglio a mano con poche cose dentro. Un libro da leggere in volo, qualche vestito, il bustone di cioccolata Ritter Sport, bratwurst e patatine alle arachidi da razionare tra i parenti e qualche calamita frigo con la scritta “I Love Berlin”, su richiesta di tua madre da dare alla “signora a fianco che poi pare brutto che non le porti mai niente”. Imbarchi un bagaglio da stiva, completamente vuoto.

FASE QUATTRO: sei finalmente a casa. Ad accoglierti le mattonelle dell’ingresso tirate a lucido, invece del solito pavimento in legno berlinese. Stai per toglierti le scarpe per abitudine, quando tua madre ti ricorda di non camminare a piedi scalzi per casa che poi ti ammali. Entri in quella cucina accogliente, che profuma di cose buone e di pulito, che non è un luogo di ritrovo per coinquilini che si salutano con un cenno del capo. Dove le pentole non giacciono incrostate sul lavandino ma sono riposte nei mobili. Apri il frigo, col cuore che ti batte, per cercare nulla in particolare e commuoverti nel vedere un semplice pacchetto del Conad o il barattolo con le olive verdi e un intero pezzo di parmigiano. Lo richiudi con cautela come se stessi poggiando la copertina sulle spalle di tuo figlio che si è appena addormentato. Poi ti siedi a tavola, davanti a te hai un piatto gigantesco di pasta al sugo, il pane, la mozzarella, il prosciutto, anche se i tuoi sanno che sei vegetariano da anni. E mangia un po’ di questo e lo sai cosa è successo a tuo cugino e dopo devi chiamare la zia che ha già chiamato tre volte. Le voci che si accavallano, il sottofondo del tg3, i rumori della strada. Socchiudi un po’ gli occhi, come se volessi mettere meglio a fuoco, perché non ci stai capendo niente, ti senti come una pallina nel flipper, ma sei felice e con un colpo di forchetta mandi giù il tuo primo maccherone. Ti senti accolto, amato come il figliol prodigo che ritorna a casa dal padre misericordioso.

FASE CINQUE: i parenti. Sei atterrato poco meno di un’ora fa e hai già la pancia piena e un mal di testa da paura. Tua madre non ha ancora smesso di parlare e continua a farlo anche mentre è nell’altra stanza a fare il caffè, perché è davvero convinta che tu possa sentirla con i tuoi superpoteri, attraverso le pareti e nonostante la tv accesa sia in cucina che in salotto. Il telefono di casa comincia a squillare. “Zia, ciao, sì scusa, stavo per chiamarti, sono appena arrivat…certo si, ci vediam…domani sera a cena? Si…ora vediamo…ok, sì zia a domani!”. Nel frattempo senti il citofono, sono arrivati i tuoi cugini.

FASE SEI: gli amici che sono rimasti lì. Non vi vedete mai, vi sentite sporadicamente su facebook o su whatsup, ma sai che stanno bene e che continuano la loro vita di sempre, ogni tanto qualcuno si sposa, ogni tanto qualcuna ha un figlio. Vi incontrate nel ristorante che ha appena aperto, perché “fa figo” ormai vanno tutti lì, nonostante tu volessi andare nella trattoria di sempre, quella piccola, con poche portate principali ma cucinate a dovere. Non ti va di discutere e in fondo sai che mangerai bene lo stesso. Partono le prime ordinazioni e tu ti ritrovi già con un primo bicchiere di vino in mano. Perché bisogna festeggiare il nostro amico che vive lontano, nella fredda Berlino. Ma fa veramente tutto questo freddo? Ma poi cosa mangi lì? E tu anche se indossi lo stesso cappotto che portavi poche ore prima in terra teutonica, non ti senti di deludere le loro aspettative e rispondi che si fa freddissimo e che si le patate sono il piatto nazionale! Mangi tutto quello che c’è nel tuo piatto, perché è tutto buonissimo e sai che il prossimo ricapiterà solo tra molto tempo. Ti lasci coccolare, lasci che ti facciano sbronzare e rimpinzare, perché in fondo sei il loro figliol prodigo. Con gli addominali gonfi dal ridere, gli occhi lucidi ci saluta e ci si abbraccia con la promessa di rivedersi presto, la promessa di restare amici per sempre anche se si vive così lontani.

FASE SETTE: la valigia al ritorno. La fai la sera prima di partire, cercando di ricordare tutti i trucchi delle partite a “tetris” col nintendo. Canticchi anche la musichina tra te e te, mentre fissi la valigia ancora vuota. Quello spazio da riempire in cui vorresti portarti via un pezzo della tua città, nella quale vorresti infilare una salumeria con salumiere annesso, nella quale vorresti infilare la tua casa, issarla sulle spalle a mo’ di eastpack e via, portarla con te. Poi cominci a ragionare, su un foglietto cominci a depennare gli elementi fondamentali per la sopravvivenza, tra cui primeggiano i pacchi di pasta della De Cecco, mano a mano che li inserisci geometricamente in quel piccolo spazio su due ruote. Realizzi che forse non è il caso di portare con te il barattolone di melanzane sott’olio fatto dalla nonna, cominci a togliere cose, ti dici che tanto tra qualche mese farai ritorno e che 6 kg di caffè Kimbo possono bastare. Cerchi di consolarti, mentre sei in piedi sulla valigia nel tentativo di richiuderla. Imbarchi una valigia da 21 kg con l’occhiolino dell’hostess che a Natale è diventata più buona.

FASE OTTO: il rientro a Berlino. Ad accompagnarti all’aeroporto è tuo padre, che sfida la possibilità di prendere una multa parcheggiando in tripla fila davanti all’area dei taxi, ma tu sei il suo figliol prodigo e non importa, deve salutarti come si deve, dandoti pacche sulle spalle, infilandoti una banconota tra le mani, perché ti può sempre servire e guardandoti con quegli occhi che belli così l’ultima volta te li ricordi quando avevi fatto la prima comunione. C’è anche il tuo migliore amico, che ti strizza l’occhio e fa una battuta per smorzare l’atmosfera triste e carica di nostalgia. Ti dice che viene a trovarti presto, anche se sai che non sarà così, ma a te basta sentirtelo dire e con un cenno della mano che simula una cornetta telefonica, ti avvii verso i controlli.

FASE NOVE: sei a casa. Apri la porta del tuo appartamento al sesto piano senza ascensore, pieno di polvere, le assi di legno traballanti e qualche topo che scappa nel buio. Ti togli le scarpe e poggi i piedi sul legno scricchiolante. Fai entrare con fatica la pesante valigia nella tua stanza. Ad accoglierti il tuo coinquilino tedesco che fuma in cucina e ti chiede se ti serve una mano. Senti lo stereo della tua coinquilina messo ad un volume tale da non disturbare e il vocio dei bambini che giocano al piano di sopra. Pensi che loro non avranno mai idea di cosa sia il caos, che anche quando pensano di far casino emettono ultrasuoni udibili solo dagli uccellini. Svuoti la tua valigia, sistemi le cose nella tua stanzetta e pensi che la prossima volta devi fermarti di più. Ma poi, non si sa perché, non lo fai mai e sai già che il prossimo ritorno a casa sarà sempre massimo di una settimana. Felice del silenzio ti siedi sul letto, con uno sguardo alla finestra, il rumore delle foglie, chiudi leggermente gli occhi e pensi che domani sarà un nuovo giorno di vita berlinese.

Leggi anche Le improbabili mostre d’arte di amici a Berlino

 

FOTO © Chiara Cremaschi CC BY-SA 2.0

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Mariarca Guglielmo

Una napoletana atipica a cui piace il freddo e il rumore della pioggia. Con la passione per la cucina, la fotografia, il reiki e tutto ciò che richieda creatività. Resto spesso nel mio mondo, mi sono sempre sentita come in una bolla di vetro, quelle che quando le capovolgi scende giù la neve.

6 Responses to “Come sopravvivere alla sindrome del figliol prodigo? Le 9 fasi del ritorno in Italia da Berlino”

  1. Surya

    Mi è scesa la lacrimuccia.
    Sei brava!
    ..e sai far emozionare nonostante l’ironia ^.^

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  2. Selly

    bello e scritto bene! Complimenti! Non vivo a Berlino ma ormai da 10 anni a Praga e ogni viaggio é cosí….

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  3. Andrea Camponeschi

    Brava! Alla fase 8 nella mia testa metto in discussione tutte le mie scelte…al momento a Edimburgo.

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  4. Maria

    Sul vasetto di melanzane sott’olio ci avrei giurato che eri napoletana! Mia madre mi ha da poco mandato un pacco sfidando tutte le leggi della fisica solo per farmi avere uno dei suoi mitici vasetti…

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  5. Greta

    Non solo bello ma vero. In ogni punto, in ogni emozione, in ogni situazione, è la pura e semplice verità. Capita a te, a me, a tutti quelli che fanno la scelta di lasciarsi alle spalle un pezzo di vita per cercare la v maiuscola.

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  6. Gianpaolo

    Manca un sacco di roba.
    Le auto parcheggiate in terza fila, il parcheggiatore abusivo che ti chiede i soldi, la spazzatura agli ingressi della circumvallazione, i pullman che non passano, i furbi che vogliono passare avanti in banca e alla posta, le ragazzine con le canzoni del neomelodico di turno ad alto volume.
    Continuo?

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