Rumiz: «A Berlino si vive ancora un’apertura tra culture unica al mondo»

© Maria Assunta Vitale

Il grande Paolo Rumiz ha incontrato i suoi lettori a Berlino e ci ha concesso un po’ di tempo per alcune domande.

Il sole è ancora accecante quando entriamo nella piccola libreria Dante Connection in Orianenstraße, a Berlino. Accolti calorosamente dal personale e da migliaia di libri stipati sugli scaffali, intravediamo Paolo Rumiz, pronto per una serata all’insegna del viaggio e delle parole. Un evento più unico che raro a Berlino, dove è appena sbarcata la traduzione in tedesco del libro Morimondo, con il titolo Die Seele des Flusses (ne abbiamo parlato qui). Quella che segue è una vera e propria chiacchierata tra l’autore e i lettori. La moderazione magistrale di Judith Krieg riesce in un’impresa complicatissima, quella di tradurre le meravigliose metafore di Paolo Rumiz. Ascoltare i racconti di viaggio dell’autore triestino ha l’effetto irresistitbile di pacificare l’anima. Una conversazione che è riuscita a ispirare sia gli ammiratori della letteratura di Rumiz, sia chi lo conosceva meno.

Die Seele des Flusses, il magico viaggio sul più grande fiume d’Italia

«Io parto perché se non parto mi ammalo. Quando arriva la primavera e cambia l’odore del bosco, qualcosa mi spinge a partire e non posso fermare questa necessità». È così che inizia la lunga narrazione del viaggio che Rumiz ha intrapreso, nel 2013, lungo il Po. Una traversata sul fiume più importante d’Italia, per scoprire un paese nascosto e puro. «Sono tanti i motivi per cui si parte» ci spiega, «Si può partire per veder posti che non hai ancora visto, oppure perché tutti ti hanno sconsigliato di farlo. Dietro il viaggio sul Po ci sono tutte queste motivazioni: era una magnifica primavera, non avevo mai fatto un viaggio sul fiume e tutta la gente con cui avevo parlato mi aveva sconsigliato di fare il Po. Mi dicevano che era sporco, che era un fiume perduto, che non aveva più nessuna leggenda. Ma quando gli chiedevo se l’avevano mai fatto, loro mi dicevano di no. Allora mi è cresciuta la voglia di farlo, per spirito di contraddizione». Nonostante ciò, il fiume che emerge è martoriato e dimenticato dalla modernità: «L’Italia è diventata idrofoba, ci sono abitanti di paesi vicino al Po che non hanno mai visto il fiume. Il Po è stranamente solitario, pur trovandosi in una delle zone più popolate e industralizzate d’Italia».

Paolo Rumiz legge un estratto dal libro Morimondo alla alla Buchhandlung Dante Connection, Berlino 2018, © Maria Assunta Vitale

L’intervista: l’Erasmus generation è il futuro dell’Europa

Il miglior modo di conoscere l’Europa è visitandola. Lo sa benissimo Paolo Rumiz, che ha percorso i luoghi dimenticati del continente per scoprirne l’anima, incontrando i mille popoli che la abitano, così come possono fare i giovani della “generazione Erasmus”. «Bisognerebbe togliere ogni limite al progetto Erasmus, perché permette di conoscersi tra popoli. Solo così si eliminano i luoghi comuni. Oggi i francesi non conoscono i tedeschi, i tedeschi non conoscono gli olandesi. Non conosciamo i nostri vicini. L’Erasmus è un’enorme possibilità per una generazione che vuole conoscere. Siamo ancora lontani dall’avverarsi di questo sogno, per questo bisogna sperare che sempre più gente parta». Certo, a fronte di tanti giovani che partono tramite i progetti europei, ce ne sono altrettanti che lasciano l’Italia per scappare all’estero. «Sia chiaro, voi ragazzi non andate via dall’Italia per colpa di una pressione migratoria, ma per colpa di una classe dirigente che non vi permette di rimanere», ci avvisa Paolo Rumiz. Aggiunge anche un concetto imprescindibile per lui, quello dell’ascoltare quello che dicono i piedi: «La politica dovrebbe sporcarsi le scarpe per meglio comprendere le necessità dei popoli».

I “buoni confini” e l’esempio di Berlino

Schengen ci ha permesso di attraversare l’Europa con estrema facilità, eliminando muri e confini. «Berlino è un esempio virtuoso. Qui dove la più grande frontiera moderna è caduta, ora si vive in comunione. Quello che spaventa è che i confini nascano dove prima non esistevano». Paolo Rumiz, per cui Trieste non è solo luogo di nascita, ma anche luogo di vita, conosce molto bene cosa significa vivere vicino a un confine. «Forse li abbiamo liquidati troppo velocemente, prima i confini erano un elemento di ordine, come la separazione dei giardini. Io proteggo il mio giardino dall’esterno, ma se c’è buon vicinato, anche il confine del mio giardino sarà buono. Ecco, forse è meglio avere dei confini sani piuttosto che non averne e rischiare che se ne creino di nuovi su presupposti divisivi».

L’avanzata dei nazionalismi e l’insegnamento dei Balcani

In un periodo storico in cui le ideologie nazionaliste sono in netta crescita, bisogna fare affidamento agli insegnamenti della storia. La lezione più vicina, in termini di tempo, è quella del conflitto balcanico. Nell’ottica di Rumiz, «L’esempio dei Balcani ci spiega due cose. La prima è che quando uno scontro economico viene trasformato in scontro etnico, chi ne guadagna sono i governanti, che dallo scontro economico traggono profitto». Aggiunge poi: «La seconda cosa che i Balcani ci insegnano è che resiste ancora l’illusione che separati si stia meglio. Basta vedere le condizioni degli Stati che hanno fatto parte della Jugoslavia per capire quante difficoltà abbiano oggi». Un concetto che vuole farci ricordare come tutti i conflitti, che siano etnici o religiosi, vadano a vantaggio delle multinazionali. «Il rischio che corre questa Europa, la cui unità vacilla sia davanti al tema dei migranti, sia davanti al terrorismo religioso, è di consegnarsi pezzo per pezzo a chi vuole solo guadagnare da questi scontri».

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Foto di copertina: © Maria Assunta Vitale, Paolo Rumiz alla Buchhandlung Dante Connection – Berlin 2018.

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