Intervista a Nico Lippolis, musicista italoberlinese tra rock and roll e performance artistiche

Forse vi sara’ capitato di vederlo suonare il suo adorato rock anni ’50 con i Kamikaze Queens, o la Banda Veleno, al White Trash giusto lo scorso 25 Aprile. Forse durante i concerti jazz organizzati al Cookies un anno fa, poco prima che chiudesse, con musicisti del calibro di Bob Rutman. Oppure ancora generare suoni, atmosfere, ritmi in qualche performance sperimentale. Perche’, che si tratti di rock, jazz o elettronica, Nico Lippolis e’ sempre pronto a dire la sua, con le bacchette tra le mani e il rullante tra le gambe. Poliedrico, versatile, curioso, e’ di certo un musicista da tenere d’occhio per seguire la scena musicale berlinese, di cui ha una ventennale esperienza. Arrivato dalla Puglia a Berlino nel 1994, a 19 anni, non ha mai smesso di cercare nuovi linguaggi musicali con cui misurarsi, di arricchire la sua formazione attraverso il suo strumento, la batteria, e le sue numerose e varie collaborazioni.

Nico, partiamo dal principio: perche’ lasciasti l’Italia? Erano gli anni ’90, e Berlino non era ancora diventata una meta ambita, era una citta’ difficile, con un’identità da costruire.

Ho lasciato l’Italia nel ’93. Nonostante fossi molto giovane avevo intuito che dopo gli assassinii di Falcone e Borsellino l’assetto politico e culturale del Paese sarebbe cambiato e sicuramente non positivamente, infatti nel ’94 ecco l’ascesa di Berlusconi al potere. Per fortuna posso dire di non aver vissuto il ventennio berlusconiano direttamente e quindi non ho assistito al lento disfacimento socio culturale che ha subito l’Italia da allora fino ad oggi. Sono arrivato a Berlino nel ’94 dopo un anno tra Bonn e New York, spinto dalla ricerca nel campo della musica di avanguardia, attratto dalla scena politica, artistica e culturale Underground della città.

Cosa trovasti qui al tuo arrivo? La musica techno era appena esplosa, ma tu scegliesti altre strade.

Ho trovato un enorme campo di sperimentazione dove tutto era possibile, dove ogni idea trovava spazio e dal nulla riusciva ad emergere. La techno stava esplodendo, la Love Parade era agli inizi, prima che diventasse un fenomeno da baraccone, ma per quanto mi riguarda non mi ha mai davvero preso. Quel che ho assorbito invece è stato il mix di influenze musicali presenti nella città che poi hanno formato il mio approccio multidisciplinare alla musica.

Multidisciplinarietà che ti ha avvicinato al mondo dell’arte. Come è nata questa tua passione?

Credo che tutto sia nato poco dopo il mio arrivo a Berlino, e precisamente nel 1995, l’anno in cui Christo (uno dei più importanti e influenti esponenti della Land art ndr) e la sua compagna Jeanne Claude impacchettarono il Reichstag. Fu un momento eccezionale per la città e per l’arte contemporanea, che riuscì a essere universalmente compresa: milioni di persone vennero a Berlino per visitare l’opera. Conservo ancora un pezzo del tessuto che ricopriva il Parlamento, una specie di panno sintetico, elastico. Per me, come persona e come musicista, fu un momento decisivo.

Tu hai collaborato con numerosi artisti: ricordiamo la tua performance nella Ruhr, abbarbicato con il tuo strumento su un altoforno, così come prevedeva l’opera di Kain Karavan. La tua sensibilità per l’arte contemporanea confluisce oggi nel progetto Peninsula, l’associazione di artisti italiani che lo scorso Settembre ha inaugurato la propria attività, presso lo spazio di Wollinerstrasse (ne abbiamo parlato quihttp://berlinocacioepepemagazine.com/dotland-73747/). Vuoi raccontarci com’è nata l’idea?

Durante la Berlin Art Week del 2013 un folto gruppo di artisti italiani residenti a Berlino (Loris Cecchini, Antonio Catellani, Paolo Bottarelli tra gli altri), me compreso, si incontrò in Auguststrasse e durante una discussione si iniziò a ragionare sulla creazione di una piattaforma interdisciplinare aperta e inclusiva, che consentisse lo scambio di idee, al fine di realizzare progetti artistici, non necessariamente legati al lavoro dei singoli membri (che ad oggi sono 42). Com’è accaduto lo scorso Settembre, quando ciascun artista invitò un collega, esterno all’associazione, a presentare una propria opera durante la mostra inaugurale. Lo stesso nome, Peninsula, è stato scelto per comunicare la volontà di non isolarsi, non allontanarsi troppo dal contesto internazionale.

Ci sono anche motivazioni politiche, nel senso più ampio del termine, dietro la scelta di creare l’associazione?

Certamente. Le ragioni sono molteplici, non c’è solo la voglia di collaborare tra artisti, lo scambio e il dialogo non sono solo interni. L’associazione ha l’opportunità di far sentire la propria voce presso le istituzioni, tedesche e italiane. E c’è poi un’altra esigenza: rinnovare l’immagine italiana all’estero, per cercare di svincolarsi dall’idea di un’Italia legata alla cultura moderna e antica.

Prossimamente a Berlino Peninsula presenterà due eventi artistici: uno il 28 Aprile, presso l’Ambasciata italiana, evento di cui sei il curatore insieme a Eleonora Farina, l’altro il 2 Maggio, durante la Gallery Week-end, presso la galleria Mila, in Linienstrasse. In cosa consistono?

Entrambe le mostre hanno per tema quello della Resilienza, l’attitudine al dialogo e al cambiamento tipica della specie umana. Martedì 28 alle ore 19, andrà in scena Embodied resilience: 5 artisti italiani (Davide Anni, Filippo Berta, Christian Chironi, Diego Cibelli e la coppia Mocellin Pellegrini) e 5 non italiani (Anca Benera and Arnold Estefan, Márcio Carvalho, Kate Gilmore, Ulrike Mohr, Lisa Stertz), daranno vita a performances artistiche all’interno degli ambienti dell’ambasciata italiana, dimostratasi fortemente incline ad accogliere e supportare artisti e performer.
Il 2 Maggio sarà invece la volta di Exploring resilience: gli artisti, con il contributo di psicologi, scienziati, sociologi, architetti, svilupperanno il tema per dimostrare come l’arte sia il luogo ideale per esplorare il concetto di Resilienza. E per promuovere l’idea di cultura come “Terzo Spazio”, che ricostruisce e si riscrive continuamente al di là di retaggi culturali e confini geopolitici nazionali.

Musicista, performer, curatore. Ma anche insegnante. Vuoi parlarci di questa tua attività?

Insegno batteria nella mia scuola di musica a Wedding. È stato un processo spontaneo. Mi piace condividere la conoscenza dello strumento e comunicare la passione per l’arte di imparare e lo faccio attraverso la musica dopo un percorso personale che mi ha portato a studiare l’utilizzo del suono in vari campi. Negli ultimi dieci anni oltre all’intensa attività live con svariate band, ho fatto molta esperienza usando la musica in progetti di musicoterapia in scuole e istituti privati che lavorano per la formazione, potendo così constatare l’enorme potenziale che il suono ha nella comunicazione e nell’educazione.

PENINSULA

Embodied resilience

Martedì 28 Aprile, ore 19

(Evento chiuso)

Exploring resilience

Sabato 2 Maggio. ore 19

Galleria Mila, Linienstrasse 153, Mitte

Photo: © Ronny Schindler

Piera Ghisu

Nata alla fine degli anni '70, sono stata una filosofa in radio nella mia citta', Cagliari, fino al mio approdo a Berlino. Nella capitale tedesca da 3 anni, mi occupo di turismo sostenibile per cercare di vedere un futuro per l'Italia. Per Berlino Cacio e Pepe Magazine faccio cose e vedo gente (ovviamente, cit.)

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