Wiener-Dog, il nuovo film di Todd Solondz arriva in Germania (protagonista è un bassotto)

Todd Solondz, regista americano conosciuto per le sue commedie provocatorie in cui affronta con tagliente spietatezza i grandi temi dell’esistenza umana, torna a distanza di 5 anni dal suo ultimo film Dark Horse (2011) con Wiener-Dog (2016), proiettato in anteprima mondiale il 22 gennaio 2016 al Sundance Film Festival e passato successivamente al San Francisco Film Festival e al Seattle International Film Festival. Venerdì 3 giugno la commedia, che risulta perfettamente in linea con l’umorismo nero cui Solondz ci ha abituato negli anni, è stata mostrata in anteprima a Berlino. Nei cinema tedeschi la pellicola arriverà il 28 luglio 2016.

La trama. Il film segue le vicende di un bassotto femmina che passa di padrone in padrone. Seguendo il cagnolino nei suoi spostamenti, Solondz mostra un triste spaccato dell’esistenza dei proprietari, ognuno in una diversa fase della vita e ognuno tormentato a suo modo dalla solitudine e dall’infelicità. Il film è dunque composto da segmenti a se stanti, che procedono dall’infanzia alla vecchiaia fino alla morte, accomunati dalla presenza del bassotto, filo conduttore e prospettiva privilegiata per la narrazione degli eventi, nonché fonte di gioia e consolazione per il padrone del momento. Si inizia con lo stadio dell’infanzia: Remi (Keaton Nigel Cooke), un bambino malato di cancro e soffocato dall’apprensione dei genitori (Tracy Letts e Julie Delpie), riceve in regalo il bassotto, che chiama Wiener-Dog (inglese colloquiale, nomignolo con cui ci si riferisce ai bassotti, per via della loro fisionomia che ricorda una salsiccia – hot dog). Il cagnolino rimane nella famiglia finché il bimbo non lo avvelena inavvertitamente dandogli una barretta di cereali e i genitori non lo portano in clinica perché venga soppresso. Qui il cagnolino viene salvato dall’assistente veterinaria Dawn Wiener (Greta Gerwig), personaggio già protagonista del film di Solondz Fuga dalla scuola media (1996), allora interpretato da Heather Matarazzo. Giovane donna sola, Dawn adotta il bassotto e se ne prende cura. Un giorno la ragazza si imbatte per caso in Brandon (Kieran Culkin), un vecchio compagno di scuola ora tossicodipendente. L’incontro risveglia una vecchia attrazione, tant’è che Dawn decide di partire per un viaggio con Brandon, portandosi dietro il bassotto. Il viaggio li conduce dal fratello disabile di Brandon, che vive insieme alla moglie, affetta dalla sua stessa malattia. La coppia si innamora del cagnolino sin dal primo istante e Dawn non ha il coraggio di portarselo via al momento della ripartenza. Senza che Solondz spieghi come e perché, Wiener-Dog finisce poi a New York, a casa di Dave Schmerz (Danny DeVito), regista e professore che deve confrontarsi con l’invecchiamento e la fine della sua carriera. Inclusa in questo segmento è un’aspra critica al cinema mainstream hollywoodiano, ritratto nella sua vacuità. L’apice dell’amarezza e della tragicità del film viene raggiunto nell’ultima parte, in cui Wiener-Dog ricompare con una nuova padrona (Ellen Burstyn), un’anziana signora sola e acida che riceve visita dalla nipote (Zosia Shaw) soltanto quando quest’ultima ha bisogno di soldi. L’anziana signora ha soprannominato il bassotto “cancro” e spiega la scelta del nome con un tremendo «suonava bene – tutti stanno morendo».

Provocatorio e toccante. Con un cast d’eccezione (Julie Delpy, Greta Gerwig, Danny DeVito, Ellen Burstyn e Zosia Mamet) Wiener-Dog è un film estremamente bizzarro, in grado di suscitare amare risate anche se non è propriamente divertente. Con la sua eccentricità sembra voler lasciare intendere che non vi è un senso ultimo nella sofferenza umana, cui il mondo circostante reagisce con indifferenza. Con Wiener-Dog Solondz si riconferma quale regista estremamente “estetico”: degna di nota è infatti la fotografia del film, curata di Edward Lachman. Dopo oltre vent’anni di carriera Todd Solondz dimostra non soltanto di aver conservato il “tocco”, ma dà prova di estrema profondità realizzando un film amaro, disturbante e commovente al contempo, una vera e propria perla del cinema indipendente.

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Gloria Reményi

Italiana per parte di mamma, ungherese per parte di papà, mi piace definirmi 50/50 a tutti gli effetti. Il mio anno di nascita – il 1989 – ha probabilmente deciso il mio destino berlinese. Mi sono trasferita a Berlino nel 2012 per conseguire la laurea magistrale in "Culture dell'Europa centrale e orientale" e ci sono rimasta. Amo la letteratura, da accanita lettrice e aspirante scrittrice.

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