Berlinale, 3 cose che non ci sono piaciute – e una sì – di The Happy Prince, il film su Oscar Wilde

Alla 68esima edizione della Berlinale l’attore britannico Rupert Everett si cala nei panni dello scrittore Oscar Wilde nel film The Happy Prince.

Già presentato al Sundance Film Festival 2018 e selezionato fuori concorso nella sezione Special Gala della 68esima Berlinale, The Happy Prince è un biopic dedicato alla figura di Oscar Wilde, interpretato, scritto e diretto da Rupert Everett. La pellicola si concentra sugli ultimi anni di vita dello scrittore, poeta e drammaturgo irlandese, dopo la condanna a due anni di prigionia e lavori forzati per omosessualità, un’esperienza drammatica che lo portò prima al declino e poi alla morte. Frutto di una coproduzione italo-belga-tedesca, il film segna l’esordio di Everett come regista e sceneggiatore.

La trama

The Happy Prince prende le mosse dalla scarcerazione di Oscar Wilde, interpretato dallo stesso Everett, e porta sul grande schermo l’ultima fase di vita dello scrittore, in esilio prima a Napoli e poi a Parigi. Uscito di prigione Wilde incontra gli amici di un tempo Robbie Ross e Reggie Turner. I due cercano di dissuaderlo dal riprendere i contatti con il giovane amante Alfred Douglas, detto Bosie, il cui padre aveva denunciato Wilde dopo aver scoperto la relazione che intratteneva con il figlio. Ma lo scrittore, che già dal carcere aveva indirizzato all’amante una lunghissima lettera – ora celeberrima – dal titolo De Profundis, non dà retta agli amici e ricontatta Bosie. Dall’incontro scaturisce la decisione dei due di trasferirsi insieme a Napoli. Alla scelta di Wilde e Bosie di vivere liberamente la propria relazione consegue il taglio dei contributi economici da parte della ex moglie di Wilde, Constance. La vita felice e sregolata della coppia in Italia dura però soltanto finché la madre di Bosie non minaccia il figlio di tagliargli gli alimenti se non si separa da Wilde. Bosie parte così per Roma, mentre Wilde si sposta a Parigi, dove inizia il declino che lo porterà alla morte. A tenere insieme la narrazione è il racconto di Wilde intitolato The Happy Prince che lo scrittore narra a più riprese lungo tutto l’arco del film, prima ai propri figli ancora bambini, poi a due orfanelli di Parigi.

3 cose che non ci sono piaciute (e una sì) di The Happy Prince

Per quanto la storia di Wilde e della drammatica discriminazione subita in quanto omosessuale abbia un’universalità intrinseca che ne rende la tematizzazione tutt’oggi significativa e il parallelismo tra lo scrittore e “il principe felice” della sua fiaba, una statua che si ritrova immersa nel dolore umano, appaia calzante, il film di Everett è incapace di calarsi nella profondità della storia per renderla davvero attuale.

Ecco tre cose che non ci sono piaciute di The Happy Prince:

1. Stereotipi. Il debutto alla regia di Everett rimane invischiato nei cliché, a partire dalla grossolana contrapposizione tra i due luoghi dell’esilio di Wilde, ovvero Napoli come contesto di amore e felicità e Parigi come città del declino. Napoli viene ritratta come un luogo provinciale e al contempo idilliaco: il mare calmo e azzurro, illuminato dai riflessi dorati del sole al tramonto, il Vesuvio che erutta in lontananza, i pranzi in terrazza con tanto di folclore locale e le feste omosessuali all’insaputa delle bigotte donne del posto. Parigi appare invece buia, piovosa e tetra: Wilde erra per i suoi vicoli scuri perdendo progressivamente vigore fino alla morte. L’ampio impiego di stereotipi si estende persino ai personaggi: basti pensare a come vengono ritratte le donne napoletane che nel film non si accorgono dell’esistenza dell’omosessualità nemmeno di fronte all’evidenza.

2. Flashback. L’intreccio di The Happy Prince non procede in maniera cronologica, ma abusa della tecnica del flashback, compiendo continui salti nel tempo volti probabilmente a rendere tangibile la condizione di un uomo prigioniero tra un presente drammatico e un lontano passato glorioso, ma che finiscono per creare un vero e proprio groviglio di memorie e per stancare lo spettatore.

3. Ridondanza formale. Le ridondanze di The Happy Prince non si limitano all’abuso del flashback, ma riguardano anche diverse scelte formali come l’impiego di effetti di transizione eccessivi e artificiosi, probabilmente da attribuire all’esordio di Everett alla regia e a una deformazione da attore di teatro.

Una cosa che ci è piaciuta di The Happy Prince:

Se c’è qualcosa che riesce a salvare questo film dal fallimento sono le intense interpretazioni di Rupert Everett, Emily Watson, Edwin Thomas e Colin Firth. La performance di Everett attore è formidabile, in grado di rendere il fascino, l’eloquio e l’essenza di esteta propri di Wilde. I momenti più toccanti del film corrispondono alle scene in cui il protagonista subisce discriminazioni omofobe da parte dei passanti, la prima volta in Inghilterra da detenuto, la seconda volta in Francia appena uscito di prigione. Purtroppo, salvo in questi rari momenti, The Happy Prince non riesce mai a uscire dalle sue ridondanze per trasmettere la disperazione legata a una condizione di miseria, solitudine e discriminazione.

The Happy Prince Berlinale Special 2018 DEU/BEL/ITA 2017 by: Rupert Everett Colin Firth, Rupert Everett, Edwin Thomas © maze pictures / Entre Chien et Loup
The Happy Prince Berlinale Special 2018 DEU/BEL/ITA 2017 by: Rupert Everett Colin Morgan Rupert Everett © Wilhelm Moser
The Happy Prince Berlinale Special 2018 DEU/BEL/ITA 2017 by: Rupert Everett Edwin Thomas Rupert Everett © Wilhelm Moser

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Foto di copertina: The Happy Prince Berlinale Special 2018 DEU/BEL/ITA 2017 by: Rupert Everett Rupert Everett © Wilhelm Moser

Gloria Reményi

Italiana per parte di mamma, ungherese per parte di papà, mi piace definirmi 50/50 a tutti gli effetti. Il mio anno di nascita – il 1989 – ha probabilmente deciso il mio destino berlinese. Mi sono trasferita a Berlino nel 2012 per conseguire la laurea magistrale in "Culture dell'Europa centrale e orientale" e ci sono rimasta. Oggi lavoro come giornalista.

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