La selvaggia Berlino anni Venti attraverso i racconti di Chris Isherwood

La Berlino anni Venti non è poi così lontana da quella che viviamo oggi, se guardiamo alla sua capacità di attirare magneticamente visitatori casuali e nuovi abitanti. Ma cosa spingeva persone da ogni parte d’Europa e del mondo a giungere qui 80 anni fa? La città esercitava già allora un fascino particolare per intellettuali, artisti e omosessuali; chi approdava qui si sentiva chiamare da una promessa di libertà e di fervore intellettuale, di spirito vitalistico e fermento creativo.

La Berlino degli anni Venti era sì la grande sconfitta della Grande Guerra, ma riuscì comunque in poco tempo ad avviare una stagione di prosperità e promesse sotto il controllo della Repubblica di Weimar, un periodo di splendore a cui contribuirono fortemente gli aiuti economici americani che risollevarono una situazione altrimenti catastrofica.

Sebbene solcato da numerosi problemi istituzionali, politici ed economici (che prepararono il terreno all’avvento del nazismo), quel periodo fu, dal punto di vista culturale, un grande ricettacolo di esperienze artistiche, le quali spaziavano dal cinema alla letteratura, dalla musica all’architettura.

Anche Berlino fu quindi scossa in quel decennio dal vento degli anni ruggenti o anni d’oro, che trovarono negli Stati Uniti d’America il loro miglior palcoscenico. E se gli Stati Uniti dell’epoca furono sapientemente ritratti dalla penna di Francis Scott Fitzgerald nell’intramontabile The Great Gatsby, i goldene zwanziger tedeschi trovarono invece il loro miglior narratore in Christopher Isherwood.

Isherwood era uno scrittore di origini inglesi che, dopo gli studi, decise di trasferirsi a Berlino nel 1929, proprio a cavallo tra gli ultimi anni d’oro e i primi, decisivi, cambiamenti di atmosfera che sprofonderanno la città nell’abisso del nazismo. Berlino gli viene presentata come una terra promessa e lui, come scrittore, come giovane in preda ad una incessante curiosità e, infine, come omosessuale, non poteva dunque che approdarvi, consumando la sua vita quotidiana nei dintorni di Schöneberg.

Il quartiere, ancora oggi noto come cuore della vita gay berlinese, era già allora animato da un grande fervore e da una vivace comunità omosessuale. Proprio a Schöneberg sorgeva ad esempio l’ElDorado, uno dei più noti locali gay della città, tappa fissa di qualsiasi visitatore che volesse assistere alle performance di Marlene Dietrich, Claire Waldoff e Anita Berber o che cercasse un luogo di incontri e di piacevoli conversazioni.
Isherwood viveva al numero 17 in Nollendorfstrasse (una targa ne ricorda ancora oggi il passaggio), e gran parte della sua vita si svolgeva nel quartiere, che così descrive:

“From my window, the deep solemn massive street. Cellar-shops where the lamps burn all day, under the shadow of top-heavy balconied façades, dirty plaster frontages embossed with scroll-work and heraldic devices. The whole district is like this: street leading into street of houses like shabby monumental safes crammed with the tarnished valuables and second-hand furniture of a bankrupt middle class.
I am a camera with its shutter open, quite passive, recording, not thinking.

L’idea di essere una macchina pronta a registrare si accorda coerentemente con la forma del diario semi-autobiografico, una formula che lo scrittore sceglie per raccontare quei magici anni nella capitale e che conduce alla pubblicazione di Goodbye to Berlin, raccolta di vivaci racconti e quadri di vita quotidiana.

Isherwood si mantiene offrendo ripetizioni di inglese e ci racconta spesso degli improbabili studenti e delle loro pronunce distorte. Il resto della giornata o delle nottate è invece dedicato alla vita del quartiere, agli incontri casuali, alle conversazioni svogliate e incontrollate con la sfuggente e capricciosa Sally Bowles (che è stata identificata con Jean Ross, attrice e cantante inglese), la condivisione di una stanza ad Hallesches Tor con Otto Nowak (i cui dettagli della relazione rimangono vaghi), le gite al lago Wannsee, le passeggiate sulla Ku’damm e l’incontro con una famiglia di ebrei che conduce il racconto fino all’inverno 1932-33.

L’arrivo del gelo invernale e l’infiltrarsi stonato dei nazisti, dei primi arresti, delle difficoltà, chiudono l’esperienza berlinese di Isherwood e mettono la parola fine a quei ruggenti anni. La comunità omosessuale si scioglie sotto la pressione nazista, i locali vengono chiusi, giovani ed artisti fuggono verso nuove mete. ElDorado si trasforma in quartier generale delle Sturmabteilung, gruppo paramilitare del partito nazista. Ad Isherwood non rimane che il contrasto tra il sorriso beato per la città che tanto gli ha regalato e che nell’ultima passeggiata gli si mostra nella sua bellezza e la consapevolezza molto meno luminosa dell’impossibilità di rimanerci:

“Today the sun is brilliantly shining; it is quite mild and warm. I go out for my last morning walk, without an overcoat or hat. The sun shines, and Hitler is master of this city. The sun shines, and dozens of my friends are in prison, possibly dead.
I catch sight of my face in the mirror of a shop, and am horrified to see that I am smiling. You can’t help smiling, in such beautiful weather.”

Il sogno era stato momentaneamente sospeso: la città cambiò velocemente volto sotto il delirio nazista, con la Seconda guerra mondiale e poi la costruzione del Muro. Oggi, camminando lungo Motzstraße, non verremo più catturati dalle luci e dalle promesse dell’ElDorado, poiché un supermercato ne ha preso il posto. Ma il quartiere è ancora il cuore della comunità omosessuale e questa è la grandezza della narrazione di Isherwood: le sue pagine ci accompagnano infatti tra le strade di una Berlino anni Venti che fu e che è ancora, e i cui personaggi potrebbero ancora oggi muoversi tra le strade della città.

Goodbye to Berlin, libro scorrevole e magnetico, merita di essere apprezzato nella sua immediatezza e nella capacità di raccontare in modo vivido la città, con caratteri che possiamo sentire ancora come familiari. Quello che potremo scoprire è che negli anni Venti furono poste le radici di ciò che oggi la città è tornata ad essere, sopravvissuta a 60 anni oscuri di storia ma ancora pronta ad esercitare una capacità di attrazione instancabile e senza tempo per chi sia alla ricerca di libertà, di incontri, di vita.

Chiara Rainò

Studentessa di Storia contemporanea, arrivo a Berlino nel 2014 per l'ultimo anno di studi dopo 4 anni a Roma. Lascio che una instancabile curiosità mi guidi all'inseguimento di parole, colori, persone e città. Amo l'odore dei libri, le cose semplici, la complicità.

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