Berlino e i berlinesi contro il TTIP: ecco perché hanno ragione

250.000 sono le persone che sabato scorso a Berlino hanno detto no al TTIP, il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership) tra Europa e Stati Uniti. Un fiume di persone che probabilmente sarebbe inimmaginabile in Italia, dove il tema TTIP, nonostante la portata potenzialmente storica dell’accordo, è pressochè assente dal dibattito pubblico, se si eccettua la battaglia condotta contro di esso dal Movimento 5 Stelle.

Cosa prevede il Trattato. Il TTIP è un accordo, ancora in corso di negoziazione, che si propone di liberalizzare le relazioni commerciali tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, coinvolgendo in tal modo più di 800 milioni di cittadini e una percentuale del PIL mondiale rilevantissima, superiore al 40%. Le trattative, dopo anni di preparazione, dovrebbero concludersi nel 2015, e ufficialmente si propongono di rafforzare il mercato transatlantico, facilitando scambi, investimenti e concessione degli appalti, uniformando le normative, sopprimendo i dazi e le altre barriere non tariffarie (ad esempio il contingentamento delle merci e le legislazioni di controllo sulla qualità ritenute troppo severe).

Le argomentazioni dei fautori. I sostenitori dell’accordo, basandosi sugli studi del Center for Economic Policy Research di Londra, sono convinti che il TTIP, favorendo il mercato, la libera concorrenza e la semplificazione burocratica, incrementerà il volume degli scambi e il PIL mondiale e abbasserà i prezzi, con grande beneficio dei consumatori. Le classiche tesi di scuola neoliberista, che affidano alla mano invisibile del mercato il compito di autoregolamentarsi.

Le critiche degli oppositori. Chi si oppone al Trattato, contesta innanzitutto la segretezza con cui i tecnici europei e americani lo stanno discutendo, a loro modo di vedere sospetta e poco democratica. Anche i centri scelti per studiare gli effetti del TTIP sono valutati troppo vicini ai diktat di governi e multinazionali interessati all’accordo, e dunque tacciati di parzialità. Le stime rilasciate su lavoro, PIL, volume degli scambi vengono considerate ottimistiche e, in ogni caso, poco affidabili, vista la complessità dei fattori economici in gioco. Una delle argomentazioni sostanziali, poi, è che il TTIP garantirebbe sì maggiore uniformità normativa, ma al ribasso, dunque a tutto vantaggio delle aziende e non dei consumatori e dei cittadini. Verrebbero così messi a repentaglio i diritti dei lavoratori, semplificati delocalizzazioni e licenziamenti, distrutta la competitività di piccole e medie imprese, incentivate le privatizzazioni di beni e servizi essenziali. Ma soprattutto, se ci si appiattisse sulla legislazione americana, più permissiva, diminuirebbero drasticamente le tutele dei consumatori per quanto riguarda OGM, pesticidicarne agli ormoni, impiego del fracking (nell’estrazione del gas), controllo degli alimenti. Inoltre, dicono gli oppositori, se passasse la clausola ISDS (Investor-State Dispute Settlement), si darebbe alle multinazionali la possibilità di ricorrere a tribunali terzi contro gli Stati che proponessero politiche lesive dei loro profitti. Proprio il governo tedesco è particolarmente critico verso questa misura, dopo che nel 2009 l’azienda svedese Vattenfall provò a citarlo in giudizio per 1,4 miliardi di euro a causa della decisione di uscire dal nucleare.

Perchè hanno ragione i berlinesi. I 250.000 di Berlino, città dalla coscienza politica sempre vigile di fronte agli scempi sociali ed ecologici del capitalismo globale, hanno aderito con decisione alle tesi degli scettici, convinti che il TTIP renderà loro, ma soprattutto i loro figli, più poveri, meno tutelati nei diritti fondamentali, più malati, più esposti al dominio delle multinazionali. Per questo, hanno aspramente contestato il ruolo ancillare di una classe politica che, anzichè farsi garante dei cittadini, si limita ad avallare le richieste irresponsabili di un potere economico sempre più fuori controllo. Senza entrare nel merito delle molteplici aree coinvolte dal Trattato – sarebbe impensabile qui – si può però sicuramente affermare che, viste le modalità quantomeno poco trasparenti con cui i tecnocrati stanno provando a farlo passare sulla testa di 800 milioni di cittadini, le donne e gli uomini di quel fiume di persone ci hanno probabilmente visto giusto. E da noi, in Italia? È possibile che nemmeno questioni così cruciali per le sorti dell’intero pianeta siano in grado di risvegliarci dal nostro torpore rassegnato?

 Photo: Großdemo gegen TTIP und CETA © Charlie Rutz – CC BY-SA 2.0

 

Gianpaolo Pepe

Dottorando di ricerca in scienze sociali e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

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