«Fare musica a Berlino? L’italianità è considerata sempre un plus»

«Su un prodotto d’eccellenza, il marchio italiano è un valore aggiunto. Viene riconosciuto e valutato come un plus in ogni ambito e ovunque nel mondo», afferma Andrea Benini, musicista, compositore e producer italiano di stanza a Berlino conosciuto come Mop Mop. «Collaboravo con la Germania già prima di trasferirmi qui. Alla fine, sette anni fa, ho deciso di venire a vivere a Berlino. Mi trovo bene e non so quando tornerò in Italia, ma sono estremamente orgoglioso di essere italiano». Originario di Cesena, 39 anni, Andrea Benini presenterà il 6 maggio il nuovo album della Mop Mop band, Lunar Love, il quinto del loro progetto musicale jazz-funk. La serata si terrà al Prince Charles, in Prinzenstraße, dalle 20:30.

Come si è svolta la tua formazione musicale?
Ho iniziato a suonare la chitarra quando avevo 10 anni. A 14 sono passato alle percussioni e a 17 ho scoperto il jazz e la black music. Mi sono iscritto al DAMS di Bologna per specializzarmi in musica afro-americana e contemporanea. Gli studi sono stati interessanti, ma erano molto teorici. Quello che so fare di pratico l’ho imparato in uno studio di Cesena, Tam Tam Studio, dove ho iniziato a lavorare già durante l’università, registrando e post-producendo brani di altri artisti. Nel frattempo ho girato l’Italia suonando con varie formazioni e a volte mi sono anche esibito all’estero. Sono stato giornalista musicale per qualche anno e dal 2000 ho iniziato il mio progetto Mop Mop combo con Alex Trebo al piano, Pasquale Mirra al vibrafono, Salvatore Lauriola al contrabbasso e successivamente Guglielmo Pagnozzi al sax e Danilo Mineo alle percussioni. Si tratta di jazz con una matrice ipnotica e funk. Abbiamo iniziato suonando a Bologna, sia in strada che nei locali. Attiravamo curiosi e qualche appassionato del genere iniziava a conoscerci. Nel 2005 abbiamo pubblicato con un’etichetta italiana il nostro primo album, The 11th Pill, che è stato dato poco dopo in sublicenza a una label giapponese.

Come sono iniziati i contatti con la Germania?
Kiss of Kali, il secondo album dei Mop Mop, è uscito per una label di Francoforte. Avevo un contratto con la tedesca INFRACom! e così nel 2008 ho deciso di trasferirmi a Berlino. È stato molto spontaneo. Ero stanco dell’Italia e desideravo molte cose che lì mancavano. La nostra musica aveva possibilità concrete all’estero e, dal mio punto di vista, Berlino era una meta particolarmente appropriata. Qui ci sono ancora studi che lavorano con macchinari analogici e a me l’idea piaceva. Inoltre, rispetto a località musicalmente in fermento come Londra, Berlino aveva costi più contenuti. Era una città che prometteva tutto quello che una capitale può offrire, ma che non ne aveva i costi. Ero già stato qui, durante un viaggio con amici, e mi era piaciuto.

benini

Che idea avevi di Berlino, prima di venire qui?
Ero stato a Berlino negli anni ’90. Avevamo fatto un viaggio con degli amici ed eravamo arrivati qui dall’Austria. Già da prima, però, avevo un’idea di Berlino come di una città molto open. Quando sono arrivato, è stata confermata. Sono rimasto colpito dalla cultura e anche dal fatto che molti quartieri sono come dei paesini a sé. Ci ho intravisto delle possibilità artistiche legate alla cosiddetta club culture, così diffusa a Berlino. Avevo anche delle conoscenze qui e il caso ha voluto che due amici stessero liberando il loro appartamento proprio nel periodo in cui io stavo pensando di trasferirmi, ovvero sette anni fa. Istinto e destino sembravano andare nella stessa direzione e ho colto l’occasione.

Che tipo di accoglienza hai ricevuto in Germania?
Quando vai in un posto nuovo è faticoso. Ma con i tedeschi mi sono trovato bene. Se hai qualcosa da offrire e sei bravo in quello che fai, ti viene riconosciuto il merito.

Quali differenze ci sono tra il mercato tedesco e quello italiano, per quanto riguarda la musica?
In Italia funziona ciò che è mainstream, mentre tutto ciò che è underground non crea business attorno a sé. Quando ho iniziato io, nel 2005, non c’era un mercato ad assisterti, neppure se valevi. Le persone, in strada o nei caffè, si fermavano ad ascoltarci, ma non si era creato un interesse concreto intorno a noi. Invece in Germania sì, anche e soprattutto perché si trattava di underground. Si investiva e si promuoveva il prodotto che poteva potenzialmente essere venduto. Gli stessi circuiti di diffusione, radio e magazine, funzionavano in modo diverso rispetto all’Italia. E poi c’era e resta la differenza di pubblico: in Germania si acquista più musica e si seguono di più i concerti live. Qui il musicista è un mestiere a tutti gli effetti.

Potresti fare ciò che fai qui in Italia?
Dall’Italia puoi produrre, ma devi vendere fuori. Oggi si avverte un cambiamento, comunque. La rete ha cambiato il modo di recepire, acquistare e pubblicizzare la musica. L’Italia è stata un po’ più lenta rispetto alle altre capitali europee, ma sta iniziando a mobilitarsi. Ovviamente, il mercato della musica  in toto è cambiato. Negli anni ’70 e ’90 si vendevano ancora milioni di copie fisiche di un album. Ora il tuo introito deriva da streaming e copie, ma deve essere implementato da concerti, colonne sonore di film, pubblicità e cose simili. In Italia si sta iniziando a capire che occorre investire su una modalità di produzione e su un messaggio internazionali, lavorando su lingue che non sono l’italiano e con un’estetica del suono recepibile universalmente. Sono concetti che stanno arrivando sia a chi produce, che a chi trasmette, quindi a radio e magazine.

Nell’ambiente musicale si viene discriminati se si è italiani?
No, anzi, è il contrario. Nella mentalità comune, all’estero, se un prodotto già eccellente e competitivo arriva dall’Italia, viene considerato un plus. Gli artisti italiani in contesto internazionale, quindi che riescono a veicolare un messaggio di successo nel mondo, sono giudicati positivamente. È un concetto che vale anche al di fuori della musica. Dovunque tu vada e in qualunque ambito tu lavori, il marchio italiano è un valore aggiunto.

La tua musica è influenzata da Berlino?
Moltissimo. Berlino è una musa ispiratrice e i gusti dei giovani di qui mi influenzano notevolmente. Però il mio stile musicale è un melting pot di culture, di cui alcune non sono molto diffuse in Germania. In primis c’è il background italiano, poi tutte le sonorità afroamericane. Sono scelte di suono che a livello di estetica danno qualcosa di diverso alla mia musica. A questo, ovviamente, si somma il mio gusto personale. La mia musica ha un’identità a sé. Ma se non vivessi a Berlino, non vivrei in Germania, di questo sono certo.

Pianifichi di tornare in Italia?
In futuro, sì, ma non nell’immediato. Ci sono cose che mi mancano, ovviamente, a partire dal cibo fino alla famiglia. E l’Emilia Romagna è una regione meravigliosa, molto diversa da Berlino per quanto riguarda la natura. Ma ci sono tanti aspetti da valutare.

Consiglieresti ad altri musicisti italiani di venire a Berlino?
No, perché la città sta cambiando. Il costo della vita è più alto e si sta standardizzando sulla scia delle altre capitali europee. Però, nonostante tutto, Berlino mantiene caratteristiche uniche. Quindi, in effetti, una parte di me consiglierebbe ancora ai musicisti italiani di trasferirsi qui.

LUNAR LOVE ALBUM LAUNCH

QUANDO
6 maggio ore 20:30

DOVE
Prince Charles, Prinzenstraße 85F, 10969 Berlino
Info: info@princecharlesberlin.com

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Foto di copertina © Marco Onofri CC BY SA 2.0

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Giulia Mastrantoni

Laureata in inglese e francese, ama scrivere e viaggiare. Legge come se non ci fosse un domani e, non appena se ne presenta l'occasione, si butta a capofitto in nuove avventure. «Da grande» vuole non doversi mai chiedere: «E se?». Ha pubblicato i racconti "Misteri di una notte d'estate" per la Ed. Montag nel 2015 e "Veronica è mia" per la Panesi Edizioni nel 2016, sulla tematica della violenza psicologica e sessuale.

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