«Fuga dei cervelli? Esportiamo anche tante teste di c…»

Se a Luca Vullo avessero detto che, realizzando la Voce del corpo, un documentario sulla gestualità dei siciliani, si sarebbe ritrovato a fare il consulente al National Theatre di Londra e a tenere seminari di comunicazione non verbale nelle facoltà di mezzo mondo, probabilmente sarebbe scoppiato a ridere. Ma questo giovane film-maker siciliano, che con talento e caparbietà ha conquistato gli inglesi – e non soltanto loro – non sembra affatto pago del successo ottenuto e, nonostante i mille impegni da docente, si appresta a sfornare un nuovo docufilm, Influx, incentrato sullo straripante fenomeno dell’emigrazione italiana a Londra.

Incontriamo Luca a Friedrichshain davanti a un impeccabile espresso napoletano. È da poco atterrato a Berlino, dove domenica presenzierà alla proiezione de La voce del corpo organizzata dal cinema Babylon per poi dare vita a una delle sue esilaranti lezioni interattive in cui insegna al pubblico la gestualità italiana e spiega così una componente decisiva, sebbene sottovalutata, della nostra antropologia.

Terrone, e fiero di esserlo. La storia di Luca non è molto diversa, per certi aspetti, da quella di tanti giovani italiani degli anni zero, gli anni del futuro rubato. «Sono nato a Caltanissetta, ma sono metà siciliano e metà calabrese. Un terrone doc, dunque, e orgogliosissimo di esserlo. Ho studiato Cinema al Dams di Bologna dal 2000 al 2006 senza laurearmi, un classico dei damsiani, e in quegli anni ho cominciato a lavorare sui set di alcune produzioni indipendenti, per farmi le ossa. Nel 2006 ho fondato Ondemotive, la mia casa di produzione cinematografica, e all’inizio ho girato un po’ di tutto, pubblicità comprese, finché non ho realizzato Dallo zolfo al carbone, un documentario che si occupava del Protocollo italo-belga del ’46, un episodio spesso trascurato dai libri di storia, che mi è valso una certa notorietà nazionale e numerosi premi. In quegli anni una delle chiavi della mia crescita è stata l’autopromozione, probabilmente l’unico metodo, per me e tanti altri artisti emergenti poco aiutati dalle istituzioni, per diffondere il proprio lavoro».

La svolta con La voce del corpo. «È però con questo docufilm, che fa della gestualità dei siciliani l’emblema della comunicatività italiana, che per me le cose sono cambiate davvero. L’ho girato tutto in Sicilia, ma è un film pensato soprattutto per gli stranieri, molto affascinati da questo aspetto della nostra cultura. Specialmente all’estero, La voce del corpo è stato un successo, che ha trasformato completamente la mia vita professionale».

Via dalle sabbie mobili italiane, verso Londra. «L’Italia, però, col suo immobilismo e la scarsa sensibilità delle istituzioni verso le idee e la cultura, ha cominciato a starmi stretta. Così ho deciso di trasferirmi a Londra, che da tre anni a questa parte è la mia seconda casa. All’inizio è stata dura, anche perché non parlavo un inglese perfetto. Ma, in pochi mesi, è stata capace di dare l’impulso decisivo a tutti i miei progetti. Come Berlino, è una città che, se hai ambizione, determinazione e soprattutto qualcosa da dire, ti consente di metterti in gioco senza essere risucchiato dalle sabbie mobili in cui è rimasto impantanato il nostro paese. A Londra c’è ancora un senso del tutto può succedere che in Italia abbiamo completamente perduto».

Sei bravo? Ti chiama il National Theatre e finisci sul The Guardian. «Ok, l’inglese degli inizi non sarà stato oxfordiano, ma ho potuto mettere sul tavolo tutta l’esperienza cinematografica maturata in dieci anni da regista in Sicilia, un posto dove non c’è nulla e ti devi inventare tutto. Una palestra ineguagliabile, per certi versi. Così, in pochi mesi, mi sono successe cose straordinarie: durante una proiezione de La voce del corpo all’Istituto Italiano di Cultura di Londra era seduto tra il pubblico, per una combinazione magica, un producer del National Theatre. È stato un attimo, e mi sono ritrovato a fare da coach di gestualità italiana agli attori di un mostro sacro del teatro britannico come Richard Eyre, che all’epoca stava allestendo Liolà di Pirandello. Il punto è che in paesi come l’Inghilterra non vige la logica italica del chi è questo? a chi appartiene?, bensì un’altra, molto più pragmatica e meritocratica: è esperto in materia, pur non avendo un curriculum altisonante? Lo prendiamo. Va detto che anche un pizzico di buona sorte non guasta mai. Per un’altra assurda coincidenza, in quei giorni il The Guardian decide di dedicare un pezzo alla gestualità italiana e così contatta l’Istituto Italiano di Cultura, che fa il mio nome. Così finisco sul The Guardian e, da quel momento in poi, inizio a girare il mondo presentando il film, ma anche tenendo workshop sulla gestualità italiana.

Docente di comunicazione non verbale italiana. «A Londra, ormai, di fatto sto pochissimo. Negli ultimi tempi ho collaborato con Oxford, Cambridge, il King’s College, ma anche con i dipartimenti di linguistica delle università tedesche, norvegesi, belghe, statunitensi. Gli spettatori dei seminari spesso non sanno che la gestualità non è semplice folklore o teatralità, bensì un’autentica forma di comunicazione. Nei miei workshop osservo facce perplesse, quando dico che noi italiani possiamo arrivare a 250 gesti al giorno, tutti con un significato ben preciso. Il fraintendimento della gestualità può essere esilarante, ma a volte anche problematico nella nostra società globalizzata. La cosa che mi piace di più, comunque, è constatare la curiosità degli stranieri su questo nostro inimitabile codice. Una volta che lo scoprono, ne vogliono sapere sempre di più. Durante i workshop si divertono molto, ma il primo che si diverte sono proprio io, così si crea un’empatia fortissima».

Influx, il progetto sulla comunità italiana a Londra. «In tutto questo non ho smesso di fare il regista, e nel 2016 uscirà un mio nuovo documentario, Influx, su un tema molto caldo, l’emigrazione degli italiani in Inghilterra e in particolar modo a Londra. Siamo la seconda popolazione straniera a Londra, un villaggio di 350.000 persone che ormai costituisce la sesta città italiana al mondo. Ogni mese 2.000 persone cambiano residenza e si trasferiscono dall’Italia nella capitale inglese. Sono numeri enormi. Ultimamente, in Gran Bretagna, il clima nei confronti degli stranieri non è dei migliori, e ormai monta un po’ di insofferenza anche verso di noi, non sempre ingiustificata. Attraverso il tema dell’emigrazione, Influx si propone di osservare gli italiani da un punto di vista direi psicoanalitico. Spesso noi accusiamo la classe politica per le cose che non vanno nel nostro paese e che hanno costretto molti di noi a emigrare, ma ormai sono arrivato alla conclusione che buona parte delle colpe sono imputabili proprio al cittadino. La classe politica che abbiamo è quella che ci meritiamo».

Gli emigranti italiani a Londra, specchio del nostro bipolarismo. «Così Londra – ma immagino valga lo stesso anche per Berlino – diventa una sorta di specchio in cui tutti i nostri pregi e difetti emergono in modo quasi parossistico. E questo nostro bipolarismo è davvero interessante, proprio da un punto di vista antropologico: siamo straordinari e tocchiamo vette insuperate di eccellenza, ma al contempo siamo anche grandissime teste di cazzo. Difatti nel documentario non parlo mai di fuga dei cervelli. Quella italiana è una fuga, punto. E fuggono tutti, anche persone che danneggiano fortemente la nostra reputazione all’estero. Partendo, portiamo dietro tutto il nostro retaggio culturale, nel bene e nel male, dunque è normale che vada così. Il contesto separato poi, che spinge spesso anche a forme di auto-ghettizzazione, accentua tutte queste caratteristiche e così Londra è diventata per me un laboratorio privilegiato per studiare gli italiani. D’altronde ho una grande passione per l’antropologia e la sociologia, è un taglio che non riesco a non dare ai miei documentari. Sono quasi ossessionato dall’analisi della – per così dire – natura italiana e dall’incidenza che essa ha sulla nostra situazione attuale, definibile solo come tragicomica».

Trentenne, laureato, inglese debole? Londra può triturarti. «In ogni caso la percezione che gli inglesi hanno di noi è molto varia. Storcono il naso di fronte a certi nostri difetti, ma amano il nostro senso del gusto nello stile, in cucina, nella moda e nel design e non a caso molti italiani ricoprono ruoli importanti nelle istituzioni culturali. Si è integrata bene anche l’emigrazione vecchio stampo, quella che ha portato tanta forza-lavoro a basso costo arricchendo il paese ospite (un po’come i Gastarbaiter italiani in Germania, ndr). E ancora oggi molti giovani più o meno specializzati contribuiscono alle fortune della Gran Bretagna. Arrivano, però, anche ragazzi di 30 anni che hanno studiato tutta la vita, non hanno mai lavorato e non parlano bene l’inglese. Magari vanno ancora avanti con la Postepay e gli aiutini della famiglia, mentre i ragazzi inglesi a 16 anni cominciano spesso a lavorare per condividere le spese di casa o pagarsi la vacanza da soli. C’è un’altra cultura del lavoro, una mentalità che responsabilizza moltissimo. L’impatto di molti nostri giovani, indubbiamente preparati ma senza alcuna esperienza professionale, può essere perciò scioccante e il mercato inglese li boccia come poco appetibili o troppo vecchi. A partire da queste premesse, e considerando anche le difficoltà linguistiche, logistiche e piscologiche che l’ambientamento in una metropoli straniera comporta, non c’è da stupirsi che Londra possa triturare le speranze di chi arriva. Anche a me, all’inizio, ha dato degli schiaffoni importanti. Poi però mi ha accolto, sospinto, valorizzato. In tal senso mi hanno salvato gli anni di gavetta di cui ti parlavo prima, probabilmente più utili del pezzo di carta che non ho mai preso. E, in generale, sconsiglio fortemente di partire all’avventura, sprovveduti, senza un minimo di pianificazione strategica su come muoversi appena arrivati».

L’Italia è bellissima, se non ci vivi. «In Italia ho sofferto molto quelle sabbie mobili di cui discutevamo. Al momento, a tornare, non ci penso neanche. Mi viene una morsa allo stomaco solo all’idea. Nel mio nuovo film, tra gli intervistati, c’è anche Gianluca Vialli, che a un certo punto dice: l’Italia è bellissima, se non ci vivi. È un’osservazione giusta. L’Italia è meravigliosa da turisti, ed è in quella veste che ci torno volentieri. Due settimane mi rigenerano e, certo, a volte mi manca il saper vivere italiano inteso come ritmo lento, luoghi straordinari, cucina ineguagliabile, amicizie di una vita. Ma se poi penso di dover restare in pianta stabile, mi sento come in carcere e penso che finirei soltanto per castrarmi in tutti i progetti che ho avviato. Così mi accontento di tornare anche solo ogni tanto. D’altro canto, uno degli scopi che muovono il mio lavoro è raccontare cose che servono, che facciano riflettere, ma che al contempo riescano ad emozionare tanto me quanto lo spettatore. Mi sono occupato di miniere, di carceri, di Alzheimer, di emigrazione, di mimica siciliana. Tutte storie “locali” che il cinema ha però la forza di universalizzare. Anche per questo sono aperto all’idea di vivere ovunque, in modo un po’ nomade magari, purché dove vado ci sia qualcosa di interessante da raccontare».

Foto di copertina © Patrizia Scilla

Gianpaolo Pepe

Dottorando di ricerca in scienze sociali e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

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