Innamorarsi di un vegano a Berlino

La Panna Bio – di Claudia Valentini (dal Workshop di Scrittura Creativa “Scrittori Emigranti”, racconto scritto in occasione della Passeggiata Letteraria)

Ciao, sono la panna da cucina di soia e a te che mi stai per comprare chiedo: “Ma che campi a fa’?” Eh c’hai ragione, cara mia. Mi sono ridotta a comprare la panna di soia. Che campo a fa’? Ma guarda te, 27 giorni che non mangio carne e già parlo con la panna al supermercato. Bio, ovviamente. L’ho dovuto cercare su internet. Non sapevo proprio dove trovarne uno in questa zona, che pare essere la più conosciuta al mondo, tranne per me, che abito in culonia e che qui non ci vengo quasi mai. Ma stasera mi aspettano 5 bocche vegane da sfamare e non so proprio da dove cominciare. A casa di Hans. E Hans abita da queste parti: Oberbaumstrasse numero 7.

L’ho conosciuto si può dire per sbaglio quattro o cinque mesi fa. La storia è nata così, senza infamia e senza lode. Un breve corteggiamento e poi boh…siamo arrivati a essere noi. Non ci capisco molto. Lui non parla italiano, io non parlo tedesco. L’inglese è la lingua franca, ma una mia amica una volta mi ha detto: “Mai fidanzarsi con qualcuno che non è in grado di capire che lo stai mandando a quel paese nella tua lingua!” E aveva ragione. Così è tutto più distaccato, nessuno dei due riesce davvero a dire ciò che ha dentro. E io non sono stata in grado di dirgli che a me la carne piace. Che da dove vengo io la carne è la base di tutto, pure delle verdure! Che questa storia dell’essere vegetariana l’ho cominciata un po’ per scherzo, per lui, che in fondo volevo solo dimostrargli che le sue cause mi interessano e che ciò per cui si batte è importante anche per me. Ma tra il dire “bello, quello che fai, piacerebbe anche a me” e dover comprare la panna di soia biologica mi pare ci passi un oceano.

Mi ha trascinata in questa voragine etico-morale-politica-bio talmente profonda che ormai pure mentre respiro mi chiedo quante specie animali staranno morendo per causa mia. Il guaio più grande poi, se si toglie che Hans è in trepidazione cosmica da giorni per questa cena, perché pare che venga pure Michelle, quella che potrebbe aprirgli le porte della tanto agognata GreenPeace, quella che è sempre la più brava, sempre la più preparata, sempre la più etica, sempre la più bio… Sì va bene sono gelosa. Ah! L’ho detto! Ma non tanto di lei in sé, ma di quanto deve essere perfetta la sua immagine agli occhi di Hans. E chissà quanto imperfetta invece sarà la mia…L’ho vista di sfuggita un paio di volte, mai presentate ovviamente. Magari non sono all’altezza. Anzi, sicuro, visto che sfiora il metro e novanta. Sì lo so che non ho finito la frase di prima, e che non vi ho detto qual è il guaio più grande. Ma adesso sto qui al banco frigo del supermercato bio, e come tutte le volte che devo preparare da mangiare o che devo riflettere sulla mia condizione di donna moderna, mi vengono in mente le mie nonne materne. E sì, ce ne ho due. Che è? Non si possono avere due nonne materne? Qui possono fare tutti i fighi bio vegan e io non posso avere due nonne materne!? Ce l’ho. Punto. Una sta nel cuore, seduta su una poltrona stupenda, con la camicetta bianca di seta e i capelli raccolti in una acconciatura semplice ma graziosa. La pelle è liscia che sembra porcellana, e nello spazietto che ho riservato solo per lei regna una luce stupenda, color seppia misto al rosa antico che si trova solo lì. In realtà ce l’ho anche in testa, nei capelli proprio. Ormai iniziano a soccombere sotto il peso del grigio che avanza, ma se si guardano bene, contro sole, riescono ancora a mandare dei riflessi rossastri che nessuna tinta (naturale, ovviamente, non scherziamo!) sarà mai in grado di eguagliare. Ecco quelli sono i suoi.

L’altra, invece, è in Italia, a casa sua, dove ho pranzato tutte le domeniche piovute in terra da quando sono nata fino ai 13 anni penso. Non che dopo non ci sia più andata, anzi, ma purtroppo non più così sempre come avrei voluto… Ormai capita solo nelle festività. E infatti mi immagino già la scena a Natale. La nonna che mi accoglie a braccia aperte, seppur piegata dall’artrosi, e che mi indica contenta il tavolo imbandito con ogni ben di Dio. Come a dire: “Guarda! È proprio tutto come quando eri piccola. Ho fatto le cose che piacciono a te, a te più di tutti gli altri. Perché sei tornata e oggi non si festeggia Natale, chissenefrega del Natale, oggi festeggiamo te, che sei di nuovo con noi.” E io che le dico: “Ehm nonna, sono vegetariana, pescetariana per l’esattezza, ma punto al veganismo, sai i cappelletti che hai fatto tu a novant’anni suonati, uno a uno, con le dita tremanti e sottomesse all’artrite non posso proprio mangiarli.” Penso mi guarderebbe come se le avessi appena detto che sono caduta dalla bicicletta. Mi accarezzerebbe la testa, mi farebbe sedere e mi porterebbe un bel panino col salame, lardellato come piace a me. “Non è niente, amore mio, mangia che poi ti passa. Quando ti sposi non te lo ricorderai più!” Lo diceva sempre quando mi facevo male da piccola. Ecco chissà che direbbe ora nonna, nel vedermi così davanti a un cartone di panna bio. Quella nonna che al telefono mi saluta sempre urlandomi “Auguri!” anche se è il 20 ottobre e non è il compleanno di nessuno e Natale è lontano un bel po’. E che poi ci pensa un secondo e torna a urlare: “Ma tanto a te non servono! Tu sei brava, sei sempre stata brava e sempre lo sarai!”. Adesso me lo dice anche su skype. Anche se fa una fatica boia a capire come riesca ad entrare tutta dentro al telefonino di mia madre, considerando che se vede Mike in TV ancora si chiede come faccia a essere così giovane anche dopo morto. Ecco chissà cosa direbbe nonna a sapere che invece brava non mi sono mai sentita, che dentro ho un magma di insicurezze che divora tutto, che la determinazione che avevo un tempo si è disintegrata qualche anno fa e che le schegge di quell’esplosione sono ancora tutte ben conficcate negli organi vitali della mia autostima. Tanto che da una confezione a settimana di mascarpone ora sono arrivata a comprare la panna bio!

Ecco, chissà che penserebbero le mie nonne, me lo chiedo sempre, appunto, quando sono in crisi, quando non so cosa cucinare o quando devo pensare alla mia condizione di donna moderna. E ora mi sa tanto che se pago distratta e prendo le mie quattro buste biodegradabili stracolme di roba sana e mi avvio verso la metro di Warschauer strasse in direzione Schlesisches Tor e attraverso l’Oberbaum Bruecke con le mie nonne ancora arzille in testa… mi sa tanto che non è perché non so cosa cucinare o non so come interpretare la mia condizione di donna moderna (e tre, sì non lo so nemmeno io che vuol dire, ma facciamo finta che ci siamo capiti), ma forse è perché sono in crisi. Mi chiedo che cosa deve aver provato la mia nonna, quella che vive in Italia, quando da un paesino di poche centinaia di persone si è trasferita in un paese che ne aveva poche migliaia per seguire quel marito con già due bimbe piccole, che va bene sì l’avrà pure sposata per amore, ma di sicuro in casa mancava un tocco femminile e qualcuno che badasse a quelle cose lì. Chissà se anche lei si è mai trovata un giorno al supermercato a comprare qualcosa che nel suo paesino non si sarebbe mai sognata di comprare, o di trovare addirittura. Chissà se avrà mai sbuffato davanti all’ennesimo letto da rifare o all’ennesima domenica in cui preparare le tagliatelle a mano anche a novant’anni. Se non si sia mai una sola volta fermata a riflettere sulla sua condizione di donna moderna che non doveva chiedere una famiglia sua, perché la famiglia se l’era già trovata bell’e fatta e quella era. Chissà se non ha mai pensato anche lei che in fondo in fondo quel paesino dal quale era scappata con il miraggio della cittadina più grande non era poi così male, e che magari lì avrebbe potuto trovare una vita un po’ più sua invece che al servizio del marito, e delle figlie del marito e dei figli delle figlie del marito.

Nella mia testolina romantica, però, mi rispondo di no, altrimenti dovrei smetterla di colpo di invidiarla per il modo in cui senza vacillare nemmeno di un’ombra si è assunta quel ruolo lì e non se lo stacca di dosso nemmeno adesso a novant’anni, quando con il sorriso sempre sulle labbra qualsiasi cosa accada, mi dice “fino a qui ci sono arrivata, grazie a Dio sto bene, (non so se avete colto che è piegata in due dall’artrite, dall’artrosi, è sorda ecc…) non mi manca nulla, e allora vado avanti, tanto indietro mica ci posso andare!” Che spirito! Vorrei avercelo io, che mi lamento sempre di tutto. E che basta una mollica per mandarmi in pasto ai dubbi e ai se e ai ma e ai però. Allora forse è proprio per questo che mi viene in mente sempre lei quando non so che cosa cucinare, quando non so definire la mia condizione di donna moderna o soprattutto quando mi lamento di tutto perché in crisi con il mondo intero. E chissà che cosa direbbe la nonna, stavolta l’altra, quella che abita nel cuore, nel vedermi in questo trenino giallo che passa sul ponte, che guardo la Sprea fuori dal finestrino con l’aria da cane bastonato aggrappata alle guance. Lei che anche senza conoscerla mi ha insegnato la grazia e la lotta. Chissà se anche lei avrà mai avuto paura, quando vedeva mio nonno di nascosto perché l’amore le diceva così, quando la macchina per cucire comprata con i risparmi di una famiglia intera non riusciva più a nascondere il pancione che avanzava, quando tre anni dopo anche mia mamma ha deciso di scegliere lei per venire su questa terra, e quando alla mia età si è trovata due bimbe in braccio e la morte che la guardava dritta negli occhi.Nella mia testolina romantica, però, mi dico di no, altrimenti dovrei smetterla di prendere coraggio dall’unica foto che ho di lei, ogni volta che la vita mi rimette in ginocchio proprio quando avevo trovato la forza di rialzarmi.

Per tutte queste cose meravigliose, quando ero un po’ più piccola e vedevo la vita soltanto a colori, avevo deciso che se mai nella vita avessi avuto una figlia, le avrei dato un nome che richiamasse quello della nonna, o meglio ancora, di tutte e due. Ma poi mi son venuti risultati come Rosa Lia o Rosa Ada, e riuscendo soltanto a richiamare vagamente una malattia esantematica, nel peggiore dei casi, o un vino rosé spagnolo nel migliore, mi sono detta che era meglio evitare di complicare l’esistenza della piccola sventurata già fin dall’inizio. Oggi che mi sento più che mai figlia, mi chiedo come abbia fatto un tempo a immaginarmi madre. Pensarmi nonna, poi, è davvero paradossale. Ma ve l’immaginate che succede se due come noi dovessero mai disgraziatamente diventare nonni? Che gli dico al nipotino di turno? “Amore di nonna bello, vieni che ti ho preparato il tofu come piace a te!”. Oppure: “Metti il cappottino che il nonno oggi ti porta a fare il giro della fattoria, così vedi come uccidono tutti gli animali belli e se finora sei scampato ai sensi di colpa del cattolicesimo, mo’ ti becchi tutti quelli bio!” Maddai, è ridicolo

Quanti modi diversi di essere donna, però. E guarda dove è riuscita ad andare a scavare questa spesa bio, mi dico scendendo le scale della stazione di Schlesisches Tor. Ed è qui che arriva il guaio più grande che prima non vi ho raccontato. Vi ho detto che la carne mi fa impazzire, che però sto cercando di diventare vegetariana e che stasera ho una cena vegana. E voi avete presente che cosa c’è al numero 8 della Oberbaumstrasse? Spero sia superfluo, ma ve lo dico io: C’è il Burgermeister!!! Uno dei pochi motivi al mondo che mi spingevano a venire fin qua dalla culonia di cui sopra. Quanti momenti impressi in maniera indelebile nella memoria dall’unto di quegli hamburger e delle patatine al formaggio. Quante risate fatte con qualsiasi clima sotto a quelle rotaie, seduti sulle casse di birra; quanti amici portati a mangiare fin lì dopo aver raccontato e straraccontato che quello prima era un bagno pubblico. Quanti concerti iniziati con un bel doppio cheesburger. E adesso mi tocca guardarlo dall’altra parte della strada, sudata sotto il peso del piumino sintetico, che quello di piume l’ho dovuto sacrificare sull’altare dell’amore bio, con quattro buste di roba vegana che mi tagliano le mani, e gli occhiali ancora appannati. Che beffa del destino! Proprio qui davanti doveva abitare il più estremista dei vegani berlinesi? E proprio di lui, un vegano a Berlino, mi dovevo andare a innamorare? Con il suo mondo agli antipodi del mio, con tutte queste cose sulle quali non si può transigere, con tutte queste abitudini che non sono le mie… Attraverso la strada con gli occhi piantati sull’asfalto e il bavero del piumino tirato fin sopra al naso per non farmi tentare dal profumino celestiale.

Arrivo davanti al portone. Al numero sette. Suono. Non succede nulla. Suono. Nessuno risponde. Suono. Niente. E allora è un segno del destino. Appoggio le buste a terra, la panna bio scivola fuori dal sacchetto e rotola sul marciapiede. Non me ne preoccupo, mi lascio la porta alle spalle, e attraverso la strada senza nemmeno guardare. Il veganismo ha aspettato tanto, penso proprio che potrà attendere ancora una bella mezz’ora!

 

Foto di copertina: Frutta e verdura © paPisc CC BY-SA 2.0

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2 Responses to “Innamorarsi di un vegano a Berlino”

  1. agata

    molto dolce, scorrevole e pieno di spunti interessanti. brava lo sei ancora 🙂

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