Lettere dall’inferno dei Lager nazisti: la testimonianza di un prigioniero italiano a Berlino

Dopo la fine di una guerra, tante storie terribili si nascondono tra le pieghe del tempo che passa, rischiando di essere più o meno dimenticate, più o meno cancellate. È questo, forse, il compito più importante di chi viene dopo quegli anni: ritrovare quelle storie, ripulirle, comprenderle e mai lasciarle cadere nell’oblio. Perché solo in questo modo si modellano le coscienze, le si fa crescere, nella speranza che siano capaci di risvegliarsi al momento giusto quando ce ne sarà bisogno. Quando non sarà troppo tardi. La testimonianza che vi proponiamo ci è stata affidata da Davide Cuocolo, nipote di Mario Amore (soldato italiano prigioniero dei nazisti tra il ’43 e il ’44 e protagonista delle lettere) di professione avvocato, membro dell’Ordine degli Avvocati di Napoli e della Rechtsanwaltskammer di Karlsruhe.

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Amore Mario – Gefangennummer 68195, Berlino 1943/44

Lettere dall’inferno del Lager. «Cara madre, non appena ricevete questa mia pensate a quella bella e dolce canzone che ha cantato Beniamino Gigli, che fra non molto si avvera sempre se Dio mi dà la forza come tuttora…».«Adorabile madre… ciò che mi rallegra di più è che voi abbiate ricevuto il mio scritto, almeno sappiate che sono ancora fra i “Vivi”». Berlino, campo di prigionia M-Stammlager IIID 883. Era il 1944 e così scriveva il soldato Mario Amore, cittadino napoletano, prigioniero numero 68195. Il Kriegsgefangenenlager (campo per prigionieri di guerra) M-Stammlag III-D di Berlino, una prigione di fango e privazioni, ma soprattutto, di lavori forzati a stomaco vuoto, mansioni pesanti nell’industria bellica del Reich, aggrappati alla speranza di sopravvivere un giorno in più. Mario Amore si era arruolato nella Marina ed era uno degli 800mila IMI, internati militari italiani rastrellati dal Terzo Reich. Uomini, militari italiani, ma soprattutto eroi, dapprima piegati all’obbedienza in guerra come soldati e poi, dopo lo scioglimento dell’esercito italiano, obiettori che gridarono no all’esercito nazista, esprimendo in massa il sentimento del nostro Paese. Una vera e propria resistenza senza armi. La loro scelta fu ripagata con la schiavitù e molti perirono nei Lager.

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Gli internati militari italiani. La storia degli IMI incomincia con l’Armistizio di Cassibile dell’8 settembre del 1943 e la dissoluzione dell’esercito italiano. I militari italiani, sprovvisti di ordini e di ogni direttiva da seguire, finirono per essere rastrellati a tradimento dai tedeschi e deportati nel terzo Reich oppure in alcuni casi, vedi Cefalonia, Corfù, Egeo, fucilati sul posto, subito dopo la cattura. I tedeschi rastrellavano per vendetta, per odio e per indebolire il nemico, ma soprattutto per una ragione fredda, programmatica e sistematica: il Terzo Reich aveva bisogno di una ingente massa di manodopera da impiegare nelle fabbriche di produzione bellica o comunque connesse con le esigenze belliche.

Gli “schiavi di Hitler”. il 20 settembre 1943 Hitler, per poter schiavizzare i soldati italiani, li classificò come IMI “internati militari italiani” (Italienische Militär-Internierte). In tal modo non venne loro riconosciuto lo status di prigionieri di guerra (KFG) garantito dalla Convenzione di Ginevra del 1929 e la tutela della Croce Rossa. A tal proposito, in particolare, gli IMI non ricevevano integrazioni alimentari. Gli IMI erano considerati “disertori di Badoglio” e la loro condizione era chiaramente inferiore, quanto al trattamento e alle mansioni assegnate, a quella dei prigionieri di guerra, obiettivo questo perseguito dichiaratamente dal Reich. Questa distinzione e confusione di ruoli ha prodotto conseguenze sfavorevoli ieri come oggi. Mentre all’epoca dei fatti lo status di IMI privò i nostri soldati della tutela internazionale, dal dopoguerra ad oggi la Germania ha tentato di far passare gli IMI piuttosto come prigionieri di guerra, con l’intento di negare il diritto al risarcimento danni. Ma gli IMI non furono prigionieri di guerra, bensì schiavi, vittime di deportazione e sfruttamento al lavoro forzato, azioni queste giudicate come crimini contro l’umanità dal Tribunale di Norimberga.

Condizioni terribili. Dalla corrispondenza dei prigionieri, dalle foto e dalle testimonianze, emerge chiaramente che gli IMI avevano bisogno di tutto e vivevano in condizioni penose e miserevoli. Oltre alle fatiche fisiche, gli IMI venivano considerati traditori e per questo trattati con astio e sottoposti ad angherie e violenze. Gli IMI occupavano gli ultimi posti della scala economico-politica della penosa umanità schiavizzata dal Reich. Eppure, malgrado lo stato di miseria, non mancava nei nostri nonni quella magnifica purezza e nobiltà d’animo, quel rispetto dei propri genitori, che forse oggi si sono un po’ smarriti. Nel messaggio seguente, Mario Amore si scusa per aver chiesto la spedizione di un pacco di beni di prima necessità alla madre: «Fatemi sapere se avete ricevuto i moduli per pacchi perché finora ancora debbo ricevere niente. Mi dovete scusare se mi sono preso la libertà di chiedervi dei pacchi ma, come ben sapete, ho molto bisogno». Il numero stimato degli IMI che persero la vita nei campi ammonta almeno a 50.000 unità. Mario Amore, dopo due anni di campo di concentramento dal 1943 al 1944, riuscì a fare ritorno a casa, a Napoli. Nei giorni successivi alla liberazione, si prodigò molto per i suoi ex compagni di campo, invitandoli in primis a non mangiare avidamente. Infatti il fisico dei prigionieri, privato del corretto sostentamento per due anni, non avrebbe retto allo sforzo della digestione. Purtroppo aveva ragione: molti prigionieri suoi amici trovarono la morte paradossalmente dopo la liberazione. Lo stato di privazione e debolezza fisica era tale che gli IMI non erano più in grado di alimentarsi, ma la fame li spinse a divorare, e per questo, chi non riuscì a controllare il proprio istinto perì.

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La battaglia per il risarcimento. Gli IMI furono traditi due volte. Lo Stato italiano, infatti, nella lunghissima battaglia legale sul diritto al risarcimento, capitolo oggi non ancora concluso, ha fatto ben poco e non si è schierato al fianco delle famiglie e dei reduci contro il governo tedesco. Solamente a partire dal 2009 lo Stato italiano ha riconosciuto la medaglia d’onore a coloro che ne hanno fatto richiesta documentata. Tuttavia il riconoscimento ottenuto non esprime appieno il sacrificio dei nostri soldati. Piuttosto l’onore degli IMI sta tutto nel significato di quella loro scelta, quel no alle armi costato la prigionia, la schiavitù o la morte, quella resistenza passiva, con la quale si difese la dignità della nostra nazione.

«Questi giorni per me sono molto tristi, anzi dolorosi essendo lontano da voi. Vi bacio e v’abbraccio con tutto il cuore. Vostro aff.mo figliolo Mario». «Non potete credere che gioia sarà per me l’ora del ritorno».

Amore

Davide Cuocolo. Davide Cuocolo, nipote del protagonista delle lettere, ha studiato Giurisprudenza a Napoli (dove è nato) e a Tübingen. Si è specializzato in diritto privato internazionale, con particolare riferimento alle relazioni Italia-Germania e si occupa anche di diritto tedesco, offrendo assistenza legale agli italiani in Germania. Il suo ufficio si trova a Karlsruhe. Sul suo sito internet e su Facebook pubblica news legali in tema di diritto tedesco, italiano e diritto dell’Unione Europea.

Foto di copertina © Flickr – fedewild CC BY-SA 2.0.

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Gabriele Iaconis

Gabriele Iaconis è nato a Napoli nel 1985. È laureato al corso magistrale di Organizzazione e Gestione del Patrimonio Culturale ed Ambientale presso la Federico II di Napoli. È appassionato di lettura e scrittura e non osa immaginare un mondo senza libri. Ha pubblicato due romanzi: Un motivo in più per guardare il cielo (Boopen LED 2010) e Buenos Aires (Homo Scrivens 2012) nonché racconti in varie antologie. Vive a Berlino dal novembre 2013 e si trova benissimo. Spera di continuare a scrivere e leggere il più possibile.

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