Perché trasferirsi a Berlino deve essere una scelta meditata e non una fuga da se stessi

viaggio

di Stefano Carpani*

Quanti sono gli italiani a Berlino? E cosa ci vengono (o sono venuti) a fare? Sono emigranti (non sopporto la falsità politically correct dell’aggettivo “migranti”)? Sono studenti Erasmus? Sono giovani lavoratori o artisti? Sono turisti a “lungo termine”?

Secondo alcuni dati statistici, la nostra è la seconda comunità straniera in Germania. Ma questo articolo non cercherà di guardare alle statistiche (anche perché le statistiche non contemplano le emozioni). Semmai cercheremo di chiederci perché – ad un certo punto – ce ne andiamo da casa.

Il viaggio

E riflettendo su questo tema non si può non indulgere nel luogo comune che noi italiani siamo sempre stati poeti, sognatori e navigatori. Non posso che ipotizzare che nella nostra storia collettiva (nei nostri geni?) ci sia un quid a priori che ci ha sempre connesso al viaggio. Quello di necessità e quello esplorativo. Marco Polo, Colombo, Dante, Ungaretti e molti altri ancora, giusto per fare alcuni nomi illustri. Ma, oltre a loro, ci sono i milioni di emigranti che sono partiti per le Americhe, la Germania, la Svizzera, l’Australia durante il secolo scorso. Milioni di italiani che sono partiti per cercare un lavoro. Un futuro per loro e per i propri figli. Per rincorrere un sogno e fare della propria vita una poesia.

Partire è un po’ sognare

Ma poi ci rendiamo conto che spesso c’è pochissima poesia nell’emigrare. Anzi, c’è molto dolore. E solo “uno su mille ce la fa”.  Non posso non pensare a quella che i sociologi chiamano tarda, o meglio, seconda modernità (La società post, 1989), Quella fase storica e sociale, in cui ci è stato insegnato – o meglio inculcato – che dovevamo diventare qualcuno anziché noi stessi. Dovevamo diventare ricchi, belli, famosi e competere con gli altri per batterli. E mi viene in mente quanto ha scritto Hillman in relazione al concetto di puer aeternus: «il puer aeternus preferisce vivere in un eterno stato-sognante che pone resistenza alla crescita. Inoltre la negazione dell’impulso alla maturazione porterà solo al fatto che essa avverrà comunque, ma in una forma negativa».
Rifletto quindi sulla mia esperienza personale e su quella di tanti amici. Siamo partiti per l’Erasmus. Poi siamo tornati “a casa”. Per laurearci. Per sposarci. Per vivere la nostra vita (ma vivere non è sopravvivere). In Erasmus ci siamo sentiti liberi, spensierati e felici. Ma, tornando a casa, la nostra spensieratezza è svanita. Alcuni si sono arresi e hanno represso il loro desiderio di continuare la navigazione. Si sono convinti che non c’era niente da fare, niente da scoprire oltre, più in là. Che era giusto così. Altri sono ripartiti. Anche senza avere un lavoro. Anche accettando i mestieri più umili e peggio pagati. Eppure – ci metterei la mano sul fuoco – sono ripartiti per cercare la felicità. Per trovare una casa. E forse pure sé stessi. Per liberarsi. Ma liberarsi da cosa?
Vivere lontano da casa può essere difficile. Molto difficile. E solo chi è stato lontano da casa sa cosa significa. Ma perché andiamo via? Perché non restiamo dove siamo cresciuti? Che cosa ci fa decidere di andarcene per sempre o per poco tempo? A volte è l’amore. A volte un desiderio. A volte non sappiamo cosa ci spinga lontano e a volte – semplicemente – scappiamo. Anzi, direi che il più delle volte scappiamo. Da cosa scappiamo – però – è qualcosa di molto personale. A volte riusciamo a identificarne il perché e così preferiamo cercare la nostra strada lontano.

Cercare fuori dopo essersi cercati dentro

La mia esperienza personale mi ha fatto capire (a posteriori) che, seppure fin da bambino avessi il desiderio di esplorare il mondo (come già aveva fatto mio nonno), non avrei potuto farlo liberamente (libero da ogni proiezione) se prima non mi fossi guardato dentro. E solo così sarei potuto ripartire libero (o forse semplicemente un po’ più sereno). Libero di cercare la mia strada senza inquietudini, senza sensi di colpa, senza aspirazioni che altri hanno coltivato per me a inquinare il mio percorso e i miei desideri. È solo rendendoci conto del fatto che c’è qualcosa da cui scappiamo che potremo vivere il nostro (nuovo) viaggio liberamente. Senza vergogna. Senza cercare il paradiso fuori da noi. Affinché la navigazione avvenga intorno al mondo e dentro di noi. È solo così che potremo tornare a casa un giorno, ovunque questa casa si trovi. Forse solo per Natale. Forse solo per le vacanze. Serenamente. Solo cercando di comprendere i motivi della nostra fuga e i desideri che ci portano ad andare via potremo vivere in armonia, almeno per un po’.
Probabilmente non è possibile fare di quanto sopra un teorema (e forse nemmeno una teoria), ma mi preme provare a creare lo spazio per una possibile opportunità di riflessione. Uno spunto che ci permetta di porci le seguenti domande: qual e’ la mia motivazione? Qual è la mia vocazione? E poi capire che c’e’ una grande differenza tra  “diventare qualcuno” e “diventare sé stessi”. Solo così potremo guardare alla “cose vere della vita”.
*Psicoanalista presso il Carl Gustav Jung Institut di Zurigo.

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Foto di copertina © Riccardo Cuppini

One Response to “Perché trasferirsi a Berlino deve essere una scelta meditata e non una fuga da se stessi”

  1. Matteo

    Bell’articolo Stefano! Ti posso chiedere a che fonte ti riferisci con “la società post (1989)”? Grazie

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