I vincitori del concorso letterario Racconto Berlinese

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Il comitato di redazione di Berlino Cacio e Pepe Magazine composto da Silvia Fistetto, Mauro Mondello, Maria Severini e Andrea D’Addio ha deciso di assegnare la vittoria del concorso “Racconto Berlinese” a Nathan G. Calogeri, autore di un racconto dal tono surreale, poetico e un po’canzonatorio. Al secondo posto Davide Lisi, con un testo che ci riporta al muro di Berlino ed alle conseguenze “umane” che ne derivarono.
A Nathan G. Calogeri, vincitore del primo premio, vanno due biglietti per il concerto dei Black Spirits e dei Nidi D’Arac di questa sera, 5 maggio, al Kesselhaus in der Kulturbrauerai. Per Davide Lisi invece un ingresso gratuito per partecipare al workshop di giornalismo che si terrà sabato 10 maggio dalle 11 alle 13 all’Oblomov con il direttore della rivista Internazionale Giovanni De Mauro.
Di seguito, ecco i racconti vincitori!

Incipit: Frankfurter Tor, giovedì scorso, ore 11.00 del mattino. Ho un appuntamento di lavoro in un caffé all’angolo con il rappresentante di una vecchia falegnameria italiana che vorrebbe investire in Germania e ha bisogno di una consulenza. C’è il sole, non mi va di entrare, aspetto fuori. Davanti a me c’è un pannello che racconta la storia di quell’angolo di Berlino Est, lì dove a più riprese, dal 1953 in poi, sfilarono cittadini che chiedevano più libertà e diritti. Ho già letto quella storia, ma la rileggo con piacere. Mentre scorro le righe sento la presenza di un’altra persona accanto. Mi volto leggermente, il tanto che basta per capire chi sia, senza però cercare di mostrargli che lo sto osservando. E’ un uomo anziano, più di settant’anni, non molto alto, una decina di centimetri meno di me, ma magari un tempo era diverso, con l’età si invecchia. Porta gli occhiali, ha rimboccate le maniche della camicia azzurra e sull’avambraccio destro è posato un maglione, forse un gilet. Fa caldo, e sicuramente se l’è levato da poco mentre passeggiava lungo la Frankfurter Allee.

Dietro di noi sento la voce di una donna. “Sono stanca, prendo qualcosa da bere, tu vuoi qualcosa?”. Mi volto. La signora è italiana e si sta rivolgendo all’uomo accanto a me. “No, entra pure, voglio rimanere fuori e prendere un po’ d’aria”. Lei entra.

Sono curioso e così, dopo aver intercettato per un attimo il suo sguardo, nonostante sappia bene che sta per rimettersi a leggere il pannello, chiedo a lui se sono turisti e se gli piaccia la zona.

-Non tutti vengono a vedere la vecchia Berlino Est

-Ma io l’avevo già vista, venni qui sul finire degli anni ‘80.

-Ah. E com’era?

-A suo modo affascinante. Era estate e furono solo giorni di sole. Siamo abituati a pensare alla Germania dell’est grigia e triste, ma c’erano i colori anche all’epoca, il verde e l’azzurro erano gli stessi che ora puoi vedere qui accanto a noi. E per me erano giorni speciali

-Ci venne per turismo? Lavoro? Un vecchio amore?

Racconto Berlinese di Nathan G. Calogeri VINCITORE DEL PRIMO PREMIO
– Senti una cosa ragazzino, ma tu come ti chiami?
– Paolo mi chiamo, perchè?
– Paolo come?
– Paolo Pienozeppi, di anni 27, e non sono un ragazzino.
– Te la posso fare io una domanda, carissimo Paolo Pienozeppi, di anni 27?
– Prego!
– Ma perchè non la smetti di scassarci la minchia e ti fai una carrettata di affari tuoi? Ti pare che sono intronato? Tu hai preso sottocchio a mia moglie e con la scusa della Berlino dell’Est, dei ricordi, speri di prendere tempo e di parlarci. Perchè a modo tuo saresti un tipo troppo cool ah? Ti pare che siccome vivi a Berlino conosci tutte le cose del mondo? Ti piace la mia signora? E vai, diglielo, diglielo se hai il coraggio.
– Ma…io….ma quindi…era così chiaro? Posso andare a dirlo? Sicuro?
– Certo, sicuro. Come le bastonate che ti do se non te ne scappi adesso. Ma guarda questo, levati di mezzo prima che ti corco come non ti puoi nemmeno immaginare.
Tramortito dall´imbarazzo mi allontano. Dimentico il mio appuntamento e comincio a vagare per le strade del quartiere. Ho in testa l´odore di quella donna e le parole del marito cosí potenti che mi viene paura soltanto a pensarle. Ho deciso: da grande voglio fare il suggeritore di insulti. Sarebbe una vita fantastica e potrei inventarmene sempre di nuovi.
A Berlino poi, si continuerebbe per sempre ad insultare le persone. I ciclisti soprattutto. Io insulto e insulterei i ciclisti sempre e comunque. A volta mi sveglio nel sonno e sto declamando delle ingiurie favolose ai danni di ignoti ciclanti che non mi hanno fatto nulla, ma che odio lo stesso per il semplice motivo di aver appoggiato il loro sedere su un tubo d´acciaio ricoperto di plastica.
La signora, dicevo. Piú ci pensavo e piú me ne innamoravo, riflettevo. Ormai i miei passi si perdevano, uno dietro l´altro, fra i palazzi antichi e decaduti di Boxhagener e Kretziger strasse, ero così invaghito di quei capelli color prugna che avrei fatto qualsiasi cosa per poterle stringere le mani, per poter ascoltare il suono del suo respiro. Allora penso di tornare indietro, ma prima compro al Crazy Box di Kretziger una maglietta piena di teschi, cosí mi sento piú giovane e pronto e pieno di forza per affrontare quell´uomo cosí minaccioso e poter stringere da vero duro berlinese la donna dei miei sogni.
Corro all´impazzata e sento il cuore che mi batte forte e supero gli incroci senza stare a guardare e a un certo punto sono cosí veloce che non sto piú camminando, no, sto volando su Friedrichshain e vedo le punte dei palazzi ed i balconi di fiori e bottiglie di plastica ed i bambini sulle biciclette e il parco verde sul lato di Gartnerstrasse che si fa sempre più piccolo ed io non ho mai desiderato nient´altro, soltanto questo. La mia maglietta piena di teschi è la cosa piú bella che abbia mai indossato e per la prima volta, per la primissima volta in tutta la mia vita, scopro di essere felice, qui a Berlino, senza sapere perché.
È tutto quello che non ho mai voluto, ma che ho sempre creduto di aspettare.
La felicitá lettera morta che non si completa. Il culmine lascivo di un´esistenza abbandonata e via lontano a cercare di capire il mondo che poi resta silenzioso a guardarti.
Trovo la vita fuori dalle cose.
A Berlino.

Racconto Berlinese di Davide Lisi VINCITORE DEL SECONDO PREMIO
-Turismo ? No, no, non era tempo di essere turisti. Gli anni 80, caro mio,
Fece una pausa, sorseggiando lentamente il suo caffè, poi riprese da dove aveva interrotto,
-Sono stati anni di merda, di un falso e pomposo benessere. La TV iniziò a diventare un potere centrale, un mezzo bestiale, perverso, e tutto intorno ne diventò una copia sgualcita.
Pensai un attimo prima di rispondere, feci mente locale, anche se, all’epoca, non ero ancora nato.
Girovagai per le vie semibuie del cervello e correndo tra immagini, titoli, canzoni e film, fui pronto a rispondere.
-Bè, gli anni 70 credo, sono stati così pesanti, così intensi, specie per l’Italia, che forse era necessaria un po’ di polvere negli occhi, un lassativo, un oppiaceo che andasse bene per tutti.
Lui accese lo sguardo su di me, quasi mi fulminò, ma poi aprì il sipario ad un sorriso
-L’unica polvere fu la cocaina, a tonnellate. Tu dici che era necessaria, quindi credi che anche le due bombe atomiche furono necessarie, anche la peste bubbonica, il fascismo da cui poi è sbocciata la costituzione più bella del mondo. “dal letame nascono i fiori”, giusto ?
-Esatto, era quello che intendevo.
Prese un altro sorso di caffè, il sole fuori cercava di farsi spazio tra le nuvole e alcune macchine scorrevano sommessamente, guardai l’orologio e mi accorsi del tempo che era passato, cazzo, avevo un appuntamento e il tizio non si è neanche presentato. Poco importa, oggi è andata così, domani chissà.
-Quando tirarono il muro giù, ne raccolsi un sasso, sai. C’è l ho ancora a casa.
Gettò questa frase sul tavolo d’istinto, si vede che la voleva tirare fuori da un bel po’, un fiume in piena.
-Davvero ?
-Dividere una città con muro, che follia. La gente si faceva ammazzare tentando di scavalcarlo. Io avevo il mio amore ad Ovest, lei era, oh.
Alzò lo sguardo verso l’alto, chissà quale immagine, quali odori stava rivivendo in quel preciso istante.
-Non ci vedemmo più, le scrissi una lettera al giorno, cercai in tutti i modi di fargliele avere.
Non saprò mai se le arrivarono. Quel maledetto sasso! E’ assurdo, quando tutto cadde, niente era come prima. Siamo passati dai muri ai mass media e spread, caro mio, dai fucili alle parole.
Quando prima di andare a dormire, guardo quel sasso, il suo sorriso, d’estate, in una viuzza colorata di alberi e fiori, poco distante da qui, mi pugnala l’anima, ciò che resta di questo cuore malandato.
-E perché non lo getta via, perché farsi del male, in questo modo ?
-Si vede che sei giovane. Ma non capisci ? E’ tutto quello che ho, che ho mai voluto avere.
A quel punto si rimise il gilè e mi diede una pacca sulle spalle prima di voltarsi e lentamente andarsene, chissà dove.
Forse tornava da quel sasso.
E ora una domanda mi tormentava, io dove ho messo il mio sasso ?
peggio ancora, ne ho mai avuto uno ?

Foto di copertina: © Federica Segarelli

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