#RefugeeCameras: vecchie macchine fotografiche raccontano i rifugiati di ora. La mostra di Berlino

Kevin McElvaney ha 29 anni e nella vita fa il fotogiornalista, come tanti altri. Verso la fine del 2015 però, con nessuna esperienza pregressa nel documentare la crisi dei rifugiati e le loro rotte di viaggio, si trovava ad Amburgo, la città dove ha studiato e vive, durante uno dei tanti eventi organizzati da associazioni no profit per aiutare i rifugiati. Parlando faccia a faccia con gli stessi, ha pensato che a nessuno gli fosse mai venuto in mente di far raccontare, in prima persona, cosa volesse dire scappare dal proprio paese e mettersi in ‘viaggio’ attraverso una delle rotte dei migranti.

Il progetto. È così che è nato il progetto di Kevin, dal titolo #RefugeeCameras, che lo ha portato a Smirne, Atene ed Idomeni per ‘distribuire’ 15 macchinette fotografiche dismesse, non alla moda, ma con un rullino dentro e il desiderio di raccontare la crisi dei migranti sotto un’altra prospettiva. «Quattro giorni dopo aver partecipato ad un evento di cucina per rifugiati ad Amburgo ero già su un aereo verso Smirne con una borsa piena di 15 macchinette fotografiche», racconta in un’intervista a Berlino Magazine durante la presentazione della mostra che porta lo stesso nome del progetto, #RefugeeCameras appunto. Quando è arrivato ad Smirne, in Turchia, non ha subito distribuito le macchine fotografiche, «ho iniziato a parlare circa un’ora con alcuni migranti che si trovavano lì per capire quale storia potesse essere più ‘interessante’, quale fosse il loro background ma anche per capire se potevano restituirmi le macchinette», puntualizza Kevin. La reazione della maggior parte dei migranti con cui ha parlato Kevin è stata positiva, mi racconta, per quanto alcuni, prima che gli parlasse del progetto, gli hanno chiesto chi fosse, cosa facesse e se volesse semplicemente fotografarli. Nessuno ha mai proposto a dei migranti di passare dall’altra parte dell’obiettivo ed è forse questa una delle peculiarità del progetto, ogni singola foto è struggente, spesso sfocata e non precisa ma assolutamente toccante e vera. Di quelle 15 macchinette fotografiche, dopo tre mesi, solo sette sono tornate indietro a Kevin, una è andata persa, due confiscate dalle autorità di frontiera, due sono ancora in Turchia e di tre camere e rifugiati non si sa ancora niente.

#RefugeeCameras

Le storie dei migranti. Zakaria, Mohammad, Saeed, Dyab, Amr, Firas, Amza + Abdulmonem, sono questi i nomi dei rifugiati che hanno accettato la proposta di Kevin. Ognuno con una storia diversa eppure tutti in fuga, dalla Siria, dall’Iraq e dall’Iran, in fuga dall’Isis, dal Governo siriano, dal non poter professare una religione diversa dall’Islamismo. Tutti, oggi, sono riusciti a raggiungere la Germania e nei loro diari, fotografati anch’essi, si leggono pensieri di speranza in un paese al collasso ma che non smette di accoglierli. «Quando sono arrivato a Smirne non pensavo già alla mostra, a che titolo potessi dargli o a quanti visitatori potesse interessare il progetto», rivela Kevin che continua «quello che vedo in queste fotografie è che queste persone sono umani, delle belle persone che dobbiamo accogliere, umani e non persone che ci vogliono ‘invadere’».

La mostra. Partita proprio da Amburgo lo scorso aprile, la mostra si è ‘fermata’ nella capitale tedesca solo per questo week end. È lo Spreewerkstätten di Berlino ad ospitare le foto scattate dai rifugiati e da fotografi professionisti, da Jacobia Dahm ad Alessandro Penso, tutti parte integrante del progetto. Dal 15 al 19 giugno sarà la volta di Hannover per concludere ad Edinburgo dove la mostra si fermerà più a lungo: dal primo al ventuno luglio sarà infatti visitabile presso la Retina Scottish International Photography Festival. Con 4000 visitatori ad Amburgo in soli tre giorni, la mostra continua il suo viaggio e Kevin, disponibile a riadattare l’idea e ridistribuire ancora fotocamere a migranti, mi dice che se qualcuno volesse ‘copiarlo’ ne sarebbe addirittura felice, «alla fine vorrebbe dire che sono stato un’ispirazione», dice, concludendo che l’importante è che per la prima volta qualcuno abbia svelato un’altra prospettiva della migrazione e delle sue conseguenze.

Ad ingresso gratuito, negli spazi de lo Spreewerkstätten sarà possibile fare una donazione all’associazione umanitaria indipendente SOS MEDITERRANEE che ha come obiettivo primario quello di organizzare il salvataggio dei migranti in pericolo di vita nel mare Mediterraneo.

#REFUGEECAMERAS

fino al 12 giugno

aperto dalle 12:00 alle 18:00

presso Spreewerkstätten

Molkenmarkt 2,

10179 Berlino

 

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Maria Michela D'Alessandro

Nata a Roma nel lontano '93, è laureata in comunicazione con una tesi sulla semiotica dei musei. Attualmente vive tra Berlino e San Pietroburgo dove frequenta una doppia laurea in giornalismo internazionale. Giornalista pubblicista, scrive di arte e cultura. Ama le mostre, i musei, la radio, l'As Roma e la neve.

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