Sei stranezze culinarie inglesi che ti ricordano che mangiare bene è un’altra cosa

L’Inghilterra, si sa, non gode della migliore reputazione culinaria, talvolta anche in maniera ingiustificata. Patria di decine di ristoranti stellati, è facile andare in giro per Londra e trovarsi a dover decidere tra una pizzeria napoletana, un ristorante fusion peruviano-giapponese o un barbeque coreano con le pareti tappezzate di ritagli di giornale e foto di cantanti K-pop. Eppure, ecco una lista di alcune delle stranezze culinarie inglesi:

Pane 

Se conoscete il pane tedesco, ricco di cereali integrali e semi, scuro come la notte, pesante e denso, ecco, il pane inglese è esattamente l’opposto. Spesso già affettato, bianco come la neve, morbido come una nuvola, privo di alcun tipo di resistenza – la mollica debole, pallida, che schiacciata tra le mani ritorna al precedente stato di impasto. Sebbene nelle panetterie artigianali si trovino filoni al lievito madre in tutte le combinazioni di cereali del mondo, venduti a peso d’oro e dai nomi altisonanti, il pane da toast è ancora il preferito della popolazione inglese, specialmente se ricoperto di burro: l’innocua morbidezza e l’odore dolciastro dei conservanti che agiscono un po’ come madeleines proustiane.

Bread and butter © Pixabay
Bread and butter © Pixabay

Marmite

Mai fu creato al mondo uno slogan tanto brutale e onesto. O la ami o la odi. Abituati a pubblicità dei prodotti alimentari che cercano di vendere l’idea di perfezione, di amore, di genuinità, di unità familiare, uno spot che dice: “potrebbe piacerti, ma potrebbe anche provocarti conati di vomito” è rivoluzionario. La Marmite è una crema a base di lievito. Ha il colore della pece e l’odore del catrame fresco. Il sapore è simile al lievito ma più concentrato e salato. Si spalma sul pane, sopra a uno strategico e generoso strato di burro, ma per qualche assurdo motivo finisce anche nei brodi, negli stufati, negli spaghetti (vedere questa ricetta della cuoca inglese Nigella). Nel suo innocuo vasetto dall’etichetta gialla fluorescente, la Marmite è un’arma potente che divide famiglie, amici, amanti. Ho sentito aneddoti di litigi nel caso uno dei due partner rifiutasse di comprarla; storie di gente che cerca di contrabbandarne confezioni in viaggio o quando si trasferisce in un altro Paese. Impossibile giungere a compromessi.

Marmite © meave CC By SA 2.0
Marmite © meave CC By SA 2.0

Non solo pesce fritto

Il fish and chip shop è un luogo ben più affascinante di quanto l’insegna al neon lasci indovinare. Certo, c’è il pesce fritto, soffice, bianco, caldissimo, la pastella color oro, croccante, da spiluccare con le mani, e le patatine fritte con l’aceto, servite in carta di giornale. Ma nei barattoli ai lati del bancone, che ricordano un po’ certe farmacie medievali, ci sono cipolle e uova in salamoia; e poi gravy, salsa di carne in cui annegare le patatine, hot dog fritti in pastella, salse i cui ingredienti non sono ben identificabili. Certo, c’è una certa tendenza, specialmente a Londra, a modernizzare i classici, a renderli trendy e modaioli, a concentrarsi sulla qualità degli ingredienti e sui mattoni esposti e le lampadine minimaliste. Ed ecco che Kerbisher and Malt, ad esempio, serve un purè di piselli cotto per 24 ore, pesce fresco, e l’opzione di averlo grigliato o ricoperto di farina panko. Eppure il fascino del chippy, l’insegna al neon dal font che fa un po’ WordArt, l’assenza di menù, l’odore di olio che frigge dall’inizio dei tempi, ecco, è un’altra cosa.

Fish and chips at Anstruther Fish Bar, con mushy peas
Fish and chips at Anstruther Fish Bar, con mushy peas

Le patatine fritte in busta sono un contorno

Se, come me, siete cresciuti con l’idea che le patatine fritte in busta fossero una cosa da riservare alle occasioni speciali – i compleanni dove venivano servite in grandi ciotole e afferrate velocemente da manine paffute che cercavano di riempire il più possibile il bicchiere di plastica; le merende comprate al bar il primo giorno in cui si poteva andare a scuola da soli – in un certo senso la cultura culinaria inglese ne svaluta la sacralità di rito di passaggio. Le patatine fritte sono un contorno. Cioè, proprio un contorno. Una cosa legittima. Nel meal deal da Tesco puoi prendere un panino, una bibita e un contorno a scelta tra bastoncini di carota raggrinziti e patatine da busta. Sottili, salate e dai gusti che mai avreste osato immaginare – cocktail di gamberi, cipolle sottaceto, manzo, cena di natale, brie e porto, pollo arrosto, wasabi e alga (e la lista continua) – completano perfettamente il quadro di un panino al formaggio e burro, per limitare al massimo il valore nutrizionale del pasto.

Chips
Chips

5-a-day

In perfetto contrasto con quanto scritto sopra, i generi alimentari inglesi si premurano di ricordarci che dobbiamo mangiare almeno cinque porzioni di frutta e verdura al giorno. Ogni succo di frutta, pasto pronto, insalata riporta una scritta con quante porzioni di frutta e verdura ci sono dentro. Le confezioni dei cibi in generale sembrano fornire molte più informazioni di quelle italiane. Prendiamo, ad esempio, una confezione d’uva – potreste pensare che stamparci su ‘uva’ sia abbastanza. Eppure è preferibile aggiungere ‘2 delle porzioni di frutta e verdura al giorno’, nonché un accattivante ‘succosa e croccante’, e istruzioni per l’uso: ‘perfetta da sola o per accompagnare formaggi’.

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Il cibo indiano, in fondo, è inglese

Perdonate l’ossimoro. Il fatto è questo: il cibo indiano è talmente radicato nella cultura britannica da essere considerato cibo nazionale. Il Balti, un tipo di curry cotto a fuoco alto e servito su riso, fu inventato a Birmingham; il pollo Tikka Masala fu sviluppato nel Regno Unito. Un curry è tanto tradizionale quanto l’arrosto della domenica, con la differenza che nessuno sembra mai prepararlo a casa. Il cibo indiano compare sempre in scatole di alluminio e buste di carta marrone che trasudano olio, oppure al ristorante servito in delicati piattini di metallo, e rigorosamente accompagnato da una pinta di King Fisher – forse la birra più gassata del mondo.

Tikka Masala
Tikka Masala

© Mats Hagwall CC BY-SA 2.0

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Sara Moreni

Nata a Roma, lavoro come traduttrice e project manager nel Regno Unito, ma Berlino ha un posto speciale nel mio cuore.

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