Un’italiana ha creato una app per scoprire i luoghi più tranquilli di Berlino

La ricercatrice italiana Antonella Radicchi, in collaborazione con la Technische Universität di Berlino, sta sviluppando un particolare progetto di mappatura e progettazione partecipata delle aree di quiete della capitale tedesca.

Il progetto si chiama Beyond the Noise: Open Source Soundscapes. Il suo scopo è analizzare un aspetto della qualità urbana solitamente sottovalutato dal cittadino comune e talvolta trascurato dalle istituzioni. L’idea su cui si fonda è che in un’epoca in cui il silenzio è diventato un bene di lusso, la quiete urbana dovrebbe essere accessibile a tutti. Ma che cosa si intende per quiete? E come può essere definita e identificata in città metropolitane come Berlino? Attraverso interviste, soundwalk (passeggiate sonore) e l’applicazione Hush City, l’italiana Antonella Radicchi, IPODI-Marie Curie Fellow presso la Technische Universität di Berlino, intende rispondere a queste domande lavorando sul campo con i cittadini e raccogliendo dati su come il paesaggio sonoro della capitale tedesca e di altre città viene percepito dai suoi abitanti. In un’intervista abbiamo parlato del suo progetto, di cosa significhi fare ricerca all’estero e chiaramente di Berlino.

Paesaggi sonori

«Negli ultimi secoli la cultura occidentale è stata caratterizzata dalla predominanza della percezione visiva. Specialmente nell’urbanistica e nell’architettura, l’interesse a tratti ossessivo per l’immagine fine a se stessa ha portato a dimenticare che l’esperienza che facciamo dello spazio coinvolge in realtà tutti i nostri sensi. Quando ho iniziato il dottorato al Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Firenze avevo ben presente queste problematiche e ricercavo un approccio olistico e sensoriale alla progettazione urbana con l’obiettivo di porre l’esperienza umana al centro del progetto. Mi interessavo dell’atmosfera dei luoghi urbani e di come questi fossero percepiti ed esperiti dai cittadini nella loro vita quotidiana. Quante volte capita di entrare in una stanza e di pensare che ci sia un’aria tesa o pesante? Quante volte non amiamo frequentare una bellissima piazza soltanto perché deserta o perché ci fa sentire alienati? Da che cosa dipendono queste sensazioni? Che relazione c’è tra le nostre percezioni e la qualità dei luoghi che frequentiamo? Durante l’anno che ho trascorso come studentessa di dottorato al MIT di Boston ho cercato di rispondere a queste domande, facendo ricerca sull’opera teorica e progettuale dell’urbanista Kevin Lynch, che in Italia è prevalentemente noto per le sue ricerche sulla percezione visiva della città, contenute nel suo libro “L’immagine della città”. Svolgendo ricerca di archivio, ho scoperto che i suoi primi lavori, svolti negli anni Cinquanta con l’artista G. Kepes, riguardavano l’analisi della città indagata però attraverso tutto lo spettro del sensorio. Inoltre, uno dei suoi studenti, Micheal Southworth, aveva fatto una ricerca sul soundscape (paesaggio sonoro, ndr) di Boston, per capire in che modo la qualità sonora della città influisse sulla percezione che di essa avevano i suoi abitanti e che relazione ci fosse tra le caratteristiche spaziali e quelle sonore urbane. Studi d’avanguardia, che si ponevano domande ancora oggi attuali. Affascinata da queste ricerche, ne ho fatto l’oggetto delle mie attività nella prospettiva di recuperare una visione e progettazione olistica e a scala umana della città e dell’architettura».

Il progetto Beyond the Noise: Open Source Soundscapes

«L’obiettivo che perseguo con il mio attuale progetto consiste nel validare una metodologia partecipata di analisi, mappatura e progettazione delle aree di quiete in città, attraverso lo sviluppo di un caso pilota nella capitale tedesca. Non intendo soltanto creare un database di aree “silenziose” di Berlino con l’aiuto della popolazione, ma soprattutto definire delle linee guida per proteggere queste aree ed eventualmente pianificarne di nuove. La ricerca intende inoltre esplorare il concetto di quiete urbana e comprendere come questa sia percepita e ricercata dai cittadini, per arrivare ad una definizione di tipo qualitativo, soggettivo. Il suono infatti non può essere definito solo in base alle sue qualità fisiche, non dovrebbe essere esclusivamente misurato ed oggettivato in decibel. Prendiamo per esempio il suono prodotto da una macchina: esso misura in genere 70 decibel, ma anche il suono di una fontana può produrre suoni di tale intensità. Tuttavia l’ascolto delle sonorità prodotte dall’acqua risulta piacevole e rilassante, quello del traffico in genere viene indicato come suono disturbante e sgradevole. Quello che sta emergendo dalla mia ricerca è che le persone non si aspettano di trovare il “silenzio” in città, ma una qualità sonora che permetta la vivibilità dei luoghi e non comprometta la salute dei cittadini. L’ipotesi su cui si fonda la mia ricerca è che la quiete urbana dovrebbe essere considerata come un bene comune e dovrebbe essere accessibile a tutte le persone: perché ciò avvenga ogni quartiere dovrebbe essere dotato di micro aree di quiete, raggiungibili a piedi dai luoghi dove le persone vivono e lavorano. Proteggere i grandi parchi come polmoni di quiete va benissimo, ma possiamo e dobbiamo fare di più! Il “silenzio” oggi è considerato un bene di lusso e dovremmo fare qualcosa perché venga salvaguardato e reso accessibile a tutti, non soltanto a chi può permetterselo. In questo la pianificazione urbana gioca un ruolo fondamentale. Partendo dall’obiettivo di rendere le aree di quiete accessibili a tutti, è possibile arrivare a livelli sofisticati di pianificazione integrata comprendenti le politiche di social housing e il controllo dei prezzi delle abitazioni. Bisogna tutelare le fasce più deboli, altrimenti si ottiene l’effetto contrario. Nel medio-lungo termine si corre il rischio che i prezzi delle aree di quiete salgano e alcune fasce della popolazione ne siano escluse».

Berlino

«Mi sono trasferita a Berlino ad aprile 2016 per sviluppare questo mio progetto alla TU Berlin come IPODI-Marie Curie Fellow. Dal punto di vista acustico si tratta di una città molto affascinante. Trovo che sia caratterizzata da ritmi sonori molto interessanti e che sia dotata di un buon  equilibrio tra spazi di quiete e spazi rumorosi. Tuttavia non definirei Berlino una città “silenziosa”: anche se potrebbe sembrarlo se paragonata ad altre città mediterranee, è una città in cui più di 200.000 persone sono affette da inquinamento acustico stradale! Io sto studiando in particolare il Reuterkiez, situato tra Kreuzberg e Neukölln, dove si trova l’area pilota del mio progetto. Sto lavorando con le persone che vivono e lavorano in questo quartiere. Chiedo loro che idea hanno della quiete urbana, ascolto le loro impressioni, cerco di capire come percepiscano la qualità sonora dei luoghi utilizzando tre metodi: le interviste, le soundwalk (passeggiate di ascolto) e la app Hush City che ho sviluppato appositamente. Tutte queste attività sono svolte in collaborazione con Rabea e Dominik dello Stadtteilbüro Reuterkiez che mi hanno accolto a braccia aperte. Senza il loro contributo e quello di tutti i partecipanti, il progetto non si sarebbe mai realizzato. Sento di dovere molto a Berlino e a queste persone e spero di poter ricambiare con il mio lavoro».

Fare ricerca in Italia e all’estero

«Una volta rientrata dagli Stati Uniti e terminato il dottorato, sono rimasta in Italia e ho continuato la ricerca in modo indipendente, lavorando allo stesso tempo come architetto freelance e insegnando a contratto all’università. Mi sentivo una giocoliera! Ma del resto i ricercatori in Italia si vedono spesso costretti ad affiancare lavori paralleli all’impegno accademico per sbarcare il lunario, se non hanno particolari protezioni. Ad onor del vero, devo dire che la mia ricerca è stata molto apprezzata anche in ambito accademico italiano ed è stata insignita di alcuni premi, tra cui il premio INU come miglior tesi italiana di dottorato in urbanistica dell’anno. Tuttavia non sembrava ci fossero le condizioni per poter continuare la mia ricerca all’interno dell’accademia italiana e così nel 2015 ho partecipato al concorso internazionale IPODI-Marie Curie bandito dall’università di Berlino per donne ricercatrici post-doc. Mi sono presentata con il progetto Beyond the Noise: Open Source Soundscapes e mi è stata offerta una borsa di ricerca della durata di due anni per svilupparlo sulle aree di quiete urbane. Non potevo rifiutare quest’occasione. E così ho fatto le valige e sono partita di nuovo. Certo l’Italia mi manca, ma penso che fare ricerca all’estero sia molto importante perché ti permette di crescere non solo a livello professionale ma anche umano, attraverso il confronto con diverse culture e la riflessione sulla condizione di “straniero” e “migrante”».

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Immagine di copertina: Antonella Radicchi © TU Berlin

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