USA, negato ingresso alla band italiana Soviet Soviet: «Trattati come immigrati clandestini»

soviet soviet

Spiacevole esperienza quella dei Soviet Soviet, la band italiana caduta vittima della sempre più rigida politica d’immigrazione statunitense dopo l’insediamento di Donald Trump: nonostante i permessi in regola, alla band è stato vietato l’ingresso negli Stati Uniti.

«Siamo diventati tre immigrati clandestini e siamo stati trattati come criminali» queste le parole con cui i Soviet Soviet descrivono l’esperienza vissuta negli Stati Uniti in un post pubblicato su Facebook il 10 marzo 2017. Per promuovere l’ultimo disco, la rock band di Pesaro aveva organizzato un tour promozionale negli Stati Uniti. Il tour avrebbe dovuto durare otto giorni durante i quali i membri della band avrebbero calcato i palchi di quattro città statunitensi (Seattle, Long Beach, Los Angeles e Austin) senza percepire alcun compenso. I Soviet Soviet si sarebbero dovuti esibire anche all’SxSv Festival. Tutto era stato organizzato e preparato con largo anticipo richiedendo un visto turistico visto che non ci sarebbe stata retribuzione per le loro performance. Questo però non è stato abbastanza per le autorità americane: atterrati all’aeroporto di Seattle mercoledì 8 marzo 2017, i tre membri della band sono stati fermati immediatamente dopo il loro arrivo, sottoposti ad ore di interrogatorio e costretti a trascorrere una notte in cella prima di essere etichettati come “immigrati clandestini” e venire rispediti in Italia con il primo aereo. I Soviet Soviet hanno raccontato questa spiacevole storia in un post su Facebook che riportiamo di seguito e che offre un ritratto preoccupante delle derive drammatiche che sta prendendo l’America di Trump.Ciò che stupisce non è tanto la negazione dell’ingresso, discutibile, ma comunque da sempre anche con Obama presidente oggetto di storie assurde (anche se con Trump sta diventando una costante, ricordate quanto successo lo scorso febbraio ad un’italiana?), ma il trattamento ricevuto dalla band.

Comunicato ufficiale della band postato su Facebook in data 10 marzo 2017:

«Siamo atterrati a Seattle il pomeriggio dell’8 Marzo.

Ci siamo presentati ai controlli possaporti muniti dell’Esta, della lettera della nostre etichetta americana (con la quale il proprietario della label dichiarava che avremmo avuto una serie di concerti solo a scopo promozionale e non percependo pagamento) e l’invito scritto del SxSw di Austin. Il primo ad essere controllato e ad aver superato i controlli, è stato Ale (batterista) che ha spiegato al poliziotto la motivazione del viaggio promozionale.

Ale (Chitarrista) e Andrea, con la stessa versione dei fatti, sono stati bloccati e portati all’ufficio controlli. Di conseguenza siamo stati tutti richiamati e sottoposti a tre interrogatori divisi in tre piccole stanze dell’ufficio. Abbiamo fatto in modo che gli agenti parlassero direttamente anche con il proprietario dell’etichetta americana senza ottenere alcun successo. Dopo quasi 4 ore di domande ci hanno letto il verdetto. Avevano deciso di rimandarci in Italia e di negarci l’entrata negli Stati Uniti. Ci hanno dichiarato immigrati clandestini anche se la nostra intenzione non era quella di trovare lavoro sul suolo americano nè tantomeno quello di non tornare in Italia.

Abbiamo accettato la decisione ormai presa, ci hanno preso le impronte digitali e fatto le foto per il fascicolo. Ci hanno sequestrato il cellulare e non ci hanno dato la possibilità di avvisare parenti e familiari. Verso le 22.30 si sono presentati due ufficiali carcerari che ci hanno perquisito, ammanettato e portato in carcere tramite camionetta. Abbiamo passato la notte in cella scortati come alla stregua di tre criminali. Il giorno seguente, dopo aver sbrigato la procedura del carcere (foto, dichiarazione di buona salute e firme), altri due agenti ci sono venuti a prelevare. Perquisizione, manette e camionetta. Ci hanno portato all’ufficio controlli del giorno precedente dove abbiamo atteso il nostro volo di ritorno che era verso le 13.00 ora locale. Solo in prossimità della partenza ci sono stati ridati i cellulari e le borse e siamo stati scortati fino all’entrata dell’aereo. Siamo stati sollevati di esser ripartiti e di esserci allontanati da quella situazione violenta, stressante ed umiliante. Siamo partiti con tutti i documenti del caso, i passaporti e le varie dichiarazioni con le quali chiarivamo che il nostro tour era solo per promozione e non per guadagno. Sapevamo che se avessimo percepito un compenso avremmo dovuto fare il visto lavorativo. Non era questo il caso e le fonti che avevamo consultato ci avevano tranquillizzato al riguardo. Non avevamo nessun fee concordato e il concerto alla radio KEXP non era di certo a pagamento. Il punto è che gli agenti controllori, facendo un rapido check dei concerti, si erano accorti che l’entrata a due di essi era a pagamento e questo fatto bastava per obbligarci a presentarci con i visti da lavoratori invece che con gli Esta.
Abbiamo accettato questa decisione anche se abbiamo provato in tutti i modi a spiegargli che la situazione economica concordata era diversa ma non c’è stato modo di convincerli. Da quel momento siamo diventati tre immigrati clandestini e siamo stati trattati come criminali.

Questo è quello che è accaduto mercoledi e giovedi scorso. Ringraziamo tutte le persone che ci hanno supportato e aiutato in questi momenti, da Alessio Antoci, Owen Murphy a John Richards.

Ci scusiamo con tutti i fan, i gestori dei locali, la radio KEXP e il festival SxSw.

Ci scusiamo per il tour che abbiamo dovuto annullare e speriamo di tornare al più presto.

Soviet soviet.»

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 Foto di copertina:  © Facebook Page

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