Yolocaust, il progetto fotografico che ridicolizza chi non rispetta l’Olocausto

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«Negli ultimi anni ho constatato un interessante fenomeno all’interno del Memoriale dell’Olocausto di Berlino: molte persone lo usano come sfondo per le loro foto profilo Facebook, Instagram, Tinder o Grindr. Ho raccolto questi selfie e li ho combinati con immagini di archivio dei campi di concentramento. Il risultato lo potete vedere suYolocaust».

Scrive così sulla sua pagina Facebook Shahak Shapira, autore satirico israeliano in Germania dal 2002. Il post, pubblicato mercoledì, ha già raggiunto le diecimila condivisioni e il sito di Yolocaust è andato più volte in crash per i troppi tentativi di accesso. Il tema non è nuovo, ma Shapira lo affronta in modo decisamente provocatorio: sempre più persone si scattano selfie inopportuni – quando non del tutto irriguardosi – all’interno del Memoriale degli ebrei assassinati d’Europa a Berlino. Shapira ne ha raccolti diversi con tanto di hashtag e numero di like – una ragazza che fa yoga, un ragazzo che esegue numeri di giocoleria, altri che saltano sui cubi commentando «jumping on dead Jews» –  e li ha combinati con immagini durissime dei campi di sterminio, che appaiono quando si passa il cursore sulla foto originaria. Alcuni dei fotomontaggi li abbiamo riportati alla fine dell’articolo, in modo da non urtare la sensibilità di chi volesse evitarli.

Il senso del progetto

Con la sua provocazione Yolocaust si propone di «indagare la nostra cultura della commemorazione». Ogni giorno, spiega Shapira sul sito, «circa diecimila persone visitano il Memoriale di Berlino. Molti scattano foto grottesche, c’è chi salta, chi fa skate o va in bici sui 2.711 blocchi distribuiti su una superficie di 19.000 metri quadrati. Il significato preciso del Memoriale dell’Olocausto è controverso: per molti, i grandi blocchi grigi rappresentano delle tombe per i sei milioni di ebrei uccisi e gettati in fosse comuni, o la cenere cui vennero ridotti all’interno dei campi di sterminio». L’autore israeliano non si esprime su quale sia il comportamento più consono da tenere all’interno Memoriale («ognuno dovrebbe stabilirlo da sé», scrive) e puntualizza che chiunque si riconoscesse in una delle immagini da lui pubblicate e desiderasse la sua rimozione può semplicemente comunicarglielo via mail.

I tedeschi e la Vergangenheitsbewältigung

Yolocaust, dunque, più che una demonizzazione di chi ha scattato quelle foto, vuole essere un tentativo di riflessione sulla superficialità del turismo di massa e sul rapporto tra memoria e prosecuzione della vita. A questo riguardo la lingua tedesca ci viene in soccorso con due parole molto belle: la prima è Vergangenheitsbewältigung, vale a dire quel lungo e doloroso processo che consente a individui e popoli di fare i conti con il proprio passato, con un male che a volte è talmente radicale da risultare inconcepibile; la seconda è Aufhebung, un sostantivo che tiene sempre insieme concetti apparentemente inconciliabili come il superare e il conservare, il togliere e l’elevare il negativo su un superiore piano di sintesi. Secondo la filosofa ebrea-tedesca Hannah Arendt instaurare tale faticoso confronto dialettico con la Storia, con gli altri e soprattutto con sé stessi è il miglior antidoto alla banalità del male. In questo senso saltellare ignari su un memoriale che simboleggia uno spaventoso sterminio su scala industriale non rende certo di per sé dei mostri, ci mancherebbe, ma testimonia un ottundimento della propria capacità di giudizio e del proprio senso morale che poi, nei casi in cui il male prende il sopravvento, può rendere difficile riconoscerlo in tempo e opporvisi.

Chi è Shahak Shapira

Shahak Shapira è nato in Israele nel 1988 e all’età di 14 anni si è trasferito con la madre in «una roccaforte dell’NPD» (partito tedesco spesso accusato di neonazismo) in Sachsen-Anhalt, regione tedesca spesso al centro di episodi di xenofobia ed estremismo di destra. Nel 2015 è salito agli onori della cronaca dopo essere stato aggredito nella metro di Berlino per aver filmato dei cori antisemiti. Da allora Shapira, che è molto critico verso Israele («soprattutto negli ultimi anni, soprattutto nei confronti dell’attuale governo»), utilizza le armi dell’ironia e del paradosso per promuovere un messaggio di pace e antirazzismo. «Yolocaust», scrive ad esempio su Facebook, «lo dedico al mio neonazista preferito, Björn Höcke». Martedì scorso Höcke, presidente della sezione Turingia di Alternative für Deutschland, ha sollevato un polverone con delle esternazioni riferite, tra le altre cose, anche al Memoriale berlinese: «I tedeschi sono l’unico popolo al mondo capace di piazzare un monumento della vergogna nel cuore della propria capitale», ha dichiarato durante un convegno a Dresda, aggiungendo che a suo modo di vedere la Germania perseguirebbe una politica di confronto con il passato (Vergangenheitsbewältigung, appunto) «imbecille».

Yolocaust
© Yolocaust
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© Yolocaust

Foto di copertina © Screenshot Yolocaust

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Gianpaolo Pepe

Laureato in filosofia politica e giornalista pubblicista, i suoi interessi spaziano da Hegel alle pagelle ignoranti di Calciatori Brutti. Dal 2014 coltiva un'insana passione per la cultura e la lingua tedesche, ancora non del tutto ricambiato.

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