Meno ore di lavoro, ma niente social e pausa pranzo. La proposta diventa realtà in Germania

L’azienda bavarese Jobroller ha introdotto un interessante modello di lavoro grazie al quale i dipendenti lavorano meno ore in nome di una maggiore produttività.

In Baviera, uno degli Stati con il più alto tasso di occupazione in Germania, Guenter Dillig, a capo di Jobroller, ha lanciato un nuovo esperimento in merito all’organizzazione lavorativa della sua azienda. Questa nuova politica prevede che i suoi dipendenti lavorino 30 ore a settimana invece delle canoniche 40, il tutto ad una sola condizione: evitare l’utilizzo dei social network (Whatsapp incluso) così come l’invio di e-mail personali durante gli orari di lavoro. Allo stesso modo, anche la pausa pranzo è stata eliminata. Tutto questo in nome della massima produttività dei lavoratori.

L’idea di Dillig e perché renderebbe i lavoratori più produttivi

Jobroller è un’azienda bavarese con sede a Straubing che ad oggi conta dieci dipendenti. Il servizio che offre è una piattaforma online per la ricerca di lavoro. Da ottobre l’azienda ha introdotto una nuova politica grazie alla quale i suoi dipendenti lavorano meno ore della media: sei ore invece di otto. Questi hanno inoltre la possibilità di scegliere tra due turni: dalle 8 alle 14 oppure dalle 11 alle 17. Secondo l’idea di Dillig meno ore di lavoro corrispondono a maggior tempo libero per il lavoratore e, dunque, a meno stress e più produttività. Lo stipendio rimane invariato, ma ai lavoratori viene chiesta la massima concentrazione durante l’orario lavorativo.

Cosa ne pensano i tedeschi

Secondo un sondaggio condotto da YouGov in Germania, il 53% degli intervistati sarebbe favorevole a una riduzione del proprio orario lavorativo, anche se ciò comportasse una riduzione dello stipendio. Inoltre, secondo lo IAB (l’Istituto per le ricerche sul mercato del lavoro di Norimberga) il 50% dei uomini e il 40% delle donne in Germania sarebbe a favore di una riduzione di 2,5 ore di lavoro. Intervistato dal quotidiano Die Welt Guenter Dillig ha affermato: “Quello che conta, alla fine, è il risultato. Il tempo libero nella vita è il bene supremo. Se i miei dipendenti si divertono di più, sul lavoro portano anche maggiori risultati. Vorrei che anche altre aziende avessero il coraggio di tentare questa strada. E per quanto ci riguarda, finché il fatturato è garantito, noi andiamo avanti”. La flessibilità oraria sul luogo di lavoro è una questione presa sul serio in Germania  e in Austria, dove dal primo settembre 2017 è stato introdotto un tetto massimo di 60 ore settimanali.

©HolidaysExtra, Working Environment, CC BY 2.0

Flessibilità oraria, maggiore concentrazione e più produttività

La Germania è una delle principali potenze industriali d’Europa, nonché Paese leader nella produzione di beni che vengono esportati verso nazioni in via di sviluppo. Allo stesso tempo è il Paese in cui i lavoratori godono di maggiori tutele e di un orario lavorativo ridotto rispetto ad altri Paesi del mondo. Come può un Paese in cui si lavora una media settimanale di 35 ore e che garantisce 24 giorni di ferie pagate ai suoi lavoratori essere così produttivo? Nella cultura aziendale tedesca quando un dipendente si trova sul luogo di lavoro non dovrebbe far altro che fare il proprio lavoro e farlo bene. Chiacchiere e pettegolezzi in ufficio non sono in alcun modo ammessi. L’idea è chiara: più ore di lavoro non si traducono necessariamente in una maggiore produttività.

La proposta degli altri Paesi

La Germania non è l’unica ad aver proposto dei cambiamenti all’interno dell’ambiente lavorativo. La Corea del Sud, ad esempio, si colloca quasi al fondo dei Paesi OCSE per produttività lavorativa, nonostante la loro cultura preveda lunghe ore di lavoro. Il Giappone è un altro esempio di paese in cui le lunghe ore lavorative non coincidono con un aumento della produttività. Ci sono stati anche una serie di esperimenti nei quali si è tentato di  aumentare la produttività accorciando la giornata lavorativa piuttosto che la settimana lavorativa. In Svezia, ad esempio, il governo ha sperimentato il permesso ai lavoratori di una casa di riposo di lavorare per sei ore al giorno. Sebbene i dipendenti abbiano riportato un miglioramento della qualità della vita, con meno stress e più tempo da trascorrere con le loro famiglie, è stato anche un esperimento costoso per la necessità di assumere lavoratori extra per compensare il deficit. L’Islanda ha condotto un processo simile, consentendo ad alcuni lavoratori della città di Reykjavik di ridurre la loro settimana lavorativa di quattro o cinque ore. In quell’esperimento, la produttività è continuata allo stesso livello, il che significa che i costi sono rimasti uguali. In definitiva è ormai chiaro che meno ore di lavoro corrispondano a meno stress e più produttività. I dipendenti avendo una maggiore soddisfazione sul lavoro prendono anche meno giorni di malattia. 

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Foto di copertina: ©Cathryn LaveryCC0

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