Gli italiani delusi da Berlino – Il reportage per Il Fatto Quotidiano

Qualche settimana fa Il Fatto quotidiano mi ha chiesto di realizzare un reportage sugli italiani delusi da Berlino, analogo a quello realizzato dalla stessa testata per Londra. Ho cercato di concentrarmi soprattutto su quelle storture del mercato del lavoro di cui spesso non si parla, mitizzando un sistema che, per quanto comunque superiore a quello italiano, non è comunque perfetto come spesso si dipinge (come Berlino Cacio e Pepe Magazine pensiamo di averlo messo in chiaro fin dai nostri primi articoli). La differenza rispetto forse a quanto raccolto dall’autore dell’articolo sugli italiani a Londra è che anche chi è rimasto ingannato dai datori di lavoro, a Berlino prova comunque a viverci. Faccio questa doverosa premessa per rendere più chiaro il contesto e le finalità dell’articolo che segue.

Berlino, gli italiani disillusi dal “mito” Germania: “Pagati in nero e sfruttati”

E’ dal 2010 che aumenta il numero di connazionali emigrati nella capitale della Germania. Ma spesso il lavoro che trovano non è all’altezza delle aspettative. Ecco alcune storie, dal settore della ristorazione alle startup, tra salari insoddisfacenti e sensazione di sradicamento

Berlino? Un mito, ma non per tutti. Il numero degli italiani nella capitale tedesca continua a crescere dal 2010 raggiungendo nel2013 lo 0,7% del totale ed il 4,2% tra tutta la comunità straniera. Si tratta di 22mila persone, senza contare chi non è registrato all’ambasciata. Non sono però tutte storie di successo. E sono sempre più i casi di chi deve mettere da parte le illusioni e confrontarsi con una realtà meno accogliente di quel che si pensa.

“Lavoro a Kreuzberg in un bar tedesco: sfruttato e pagato in nero” – “Il 18 febbraio 2015 dopo aver pagato 600 euro di caparra mi ritrovo senza lavoro con la prima rata dell’affitto al 3 Marzo”, racconta Luca, 23 anni, di Livorno. Per “un mese e mezzo” gira “con curriculum nello zaino” senza trovare niente. “Ho sempre lavorato come barista e cameriere ed ho fatto un corso base di tedesco – spiega – Dopo una ventina di tentativi falliti entro in bar-ristorante di Kreuzberg. Ci sediamo subito ed il gestore mi offre di lavorare dal lunedì al sabato dalle 10 alle 20 per 900 euro al mese”. E non netti, perché “200 andrebbero per la mia assicurazione medica”.

La retribuzione oraria? “2.91 euro, ben al di sotto degli 8.50 lordi all’ora lordi garantiti dalla nuova legge in vigore da gennaio scorso“. Luca a quel punto vorrebbe andarsene, ma ha bisogno di soldi. Subito. Quindi accetta “con l’idea, nel frattempo, di cercare altro”. Ed ecco la giornata tipo: “Apro il locale la mattina alle 10, pulisco tutto, anche i bagni. Faccio il servizio a pranzo e il bar il pomeriggio fino alle 20 quando comunque comincia il lavoro per la cena”. Luca è spesso solo e, sottolinea, “la responsabilità è enorme”. Dopo una settimana di prova “decidono finalmente di assumermi. Per aggirare il salario orario minimo mi vorrebbero in parte in nero“. E mentre prende tempo, lo contatta un altro ristorante per una prova. “Anche con loro però – conclude – è la stessa cosa: parte dello stipendio è in regola, parte no. Non posso però che accettare. Lo sfruttamento? In maniera diversa, ma esiste anche qui”.

“Nella catena italiana di pizzerie otto ore senza pausa. E buste paga ‘false’” – Non va meglio ai dipendenti dei ristoratori italiani a Berlino. Una storica catena di tre pizzerie – a Kreuzberg, Friedrichshain e Prenzlauer Berg – è il bersaglio di un appello lanciato da un gruppo di ex dipendenti stanchi di vessazioni e condizioni di lavoro. Chiedono alla Banda Bassotti e ai 99 Posse di non esibirsi in concerto il 17 aprile, perché quell’evento è organizzato anche dai gestori dei locali. “Nella Berlino ‘dei sogni e delle speranze’ – scrivono – ogni immigrato italiano è passato per uno di questi tre ristoranti a chiedere lavoro”. E questo anche perché “si è attratti dalle bandiere rosse e dalle foto di Che Guevara appese alle pareti”. Ma “la realtà che si trova lì dentro è diversa”.

Ecco, nello specifico, cosa intendono: “I ritmi di lavoro sono di otto ore ‘alla catena’ senza pausa“. In più “le paghe sono da miseria, ma soprattutto i soldi ti vengono dati spesso in nero”. E a fine mese spesso viene consegnata ai lavoratori una “busta paga falsa che ti invitano a firmare”, in cui l’importo scritto non corrisponde a quello erogato al lavoratore. In più “ti tolgono 90 euro per il cibo e le bevande consumati nel mese precedente”. Ferie e malattie? “Bisogna combattere per farsele pagare”. E “quando uno chiede spiegazioni rimangono vaghi, ma se si insiste possono arrivare al sequestro di alcuni documenti presi al momento dell’assunzione. Rossi? A parole. La cosa più triste è che loro da quelle idee di sinistra ne traggono immagine e profitto”.

“Laureati? Sei mesi di corsi intensivi non sono sufficienti per il mercato del lavoro” – Sono parole di chi lavora nella ristorazione, ma non si tratta di casi isolati. Gli ostacoli per gli italiani a Berlino sono tanti e creano la condizioni per lo sfruttamento. Il primo – e più importante – è la lingua. “Ci si trasferisce senza parlarla e sei mesi di corso, anche intensivi, non sono abbastanza per proporsi veramente nel mercato del lavorodei laureati”, ci racconta Lucia Cocci, docente di tedesco freelance e reclutatrice per tre anni di personale per un’importante azienda berlinese. “Ingegneria, economia, pubbliche relazioni, architettura: a volte è possibile riuscire a lavorare con l’inglese, ma la concorrenza è alta. A Berlino non arrivano solo italiani, ma giovani e meno giovani da tutto il mondo. Quindi una buona conoscenza del tedesco è un punto in più che fa la differenza”.

Servizio clienti, paga giusta. Ma nessuna possibilità di carriera – Ecco quindi che molti si riciclano nella gastronomia, tra camerieri, aiuti cuoco baristi fino ad arrivare, se si hanno un po’ di soldi da parte e una famiglia in grado di aiutare, a un caféo un ristorante di proprietà. Per tutti gli altri l’alternativa che va per la maggiore è il servizio clienti: l’Arvato, Zalando (e tutto il gruppo Rocket), Booking ed eBay sono solo alcune delle grandi società internazionali che da Berlino gestiscono le relazioni con la clientela di mezzo mondo, compresa l’Italia. E allora sì che la nostra lingua serve, anche se deve sempre essere associata almeno all’inglese. Paga oraria giusta e vita dignitosa? Sì, ma meglio non farsi illusioni, di carriera da fare ce n’è poca.

Startup, tra rischio e paga a progetto – La capitale tedesca negli ultimi anni è diventata anche uno dei principali incubatori europei di startup. Che spesso, però, aprono (e chiudono) dopo aver provato a lanciare l’ennesimo prodotto digitale. La paga? Minima, del resto chi può investire davvero quando è all’inizio? Racconta Enrico Sinatra: “Dopo vari lavori in ostello a 6 euro l’ora, finalmente trovo lavoro in un startup berlinese parzialmente finanziata dal governo tedesco. Il salario è a progetto. Prima mi offrono 8 euro l’ora per 20 ore settimanali, poi 450 per 40 ore settimanali. Rifiuto, ma in giro non c’è molto di meglio”.

Patrizio A., fotografo, 32 anni, veneto, ha invece commesso l’errore di fidarsi delle parole dei suoi datori di lavoro, a capo di un’agenzia berlinese che realizza foto per esercizi commerciali: “Con la scusa che il progetto era all’inizio, ho gradualmente accettato paghe sempre più basse rispetto a quelle contrattate all’inizio. Lavoravo con la mia attrezzatura e inizialmente gli ho portato anche la mia clientela. Nonostante tutto avrei potuto resistere, amo il mio lavoro a prescindere dalla paga, sempre che riesca a mangiarci”. La svolta arriva con una lettera da parte dell’assicurazione medica. “Scopro che i miei capi non solo non mi avevano pagato la copertura sanitaria, ma nel contratto c’era una clausola che non avevo letto bene e che li esonerava dal farlo. A parole, però, mi avevano garantito il contrario”.

“I tedeschi? Grande senso civico. E spesso famiglie disgregate” – A fronte di chi decide comunque di rimanere, c’è anche chi fa la scelta opposta: quella di tornare in Italia. ComeLuigi Cornaglia, che ha vissuto a Berlino dal 2006 al 2010. Poi è rientrato nella sua Genova….

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Photo: © Lau Svensson – Brandeburger Tor – Berlin –  CC By SA 2.0

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Andrea D'Addio - Direttore

A Berlino dal 2009, nel 2010 ha fondato Berlino Cacio e Pepe prima il blog, dopo il magazine. Collabora anche con Wired, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Io Donna, Tu Style e Panorama scrivendo di politica, economia e cultura, e segue ogni anno da inviato i maggiori festival del cinema di tutto il mondo.

9 Responses to “Gli italiani delusi da Berlino – Il reportage per Il Fatto Quotidiano”

  1. Striped Cat

    …peccato che l’articolo non citi il fatto che in molti casi chi parte ha delle aspettative un po’ sconnesse dalla realtà.
    …e poi a Berlino (e in Germania) mica tutti gli Italiani fanno
    a) i camerieri
    b) i developer
    c) gli operatori di call center
    c’è anche gente che ha cercato lavoro nel proprio settore e lo ha trovato. e con le inevitabili iniziali difficoltà di adattarsi ad una nuova cultura (non dico lingua: dico cultura), si è trovato bene. per capire come si arriva a berlino occorre chiedersi anche come si “parte” per berlino.

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    • Andrea D'Addio - Direttore

      Buongiorno,
      l’articolo è dedicato agli italiani delusi. Si dice fin dall’inizio, parlando degli italiani a Berlino “non sono solo casi di successo”, dando quindi per scontato che i casi di successo ci siano e siano probabilmente la maggiore parte come del resto si è a lungo detto e scritto in passato su tutti i media italiani. Attraverso storie personali: italiano nella ristorazione tedesca, italiano nella ristorazione italiana, italiano nella startup berlinese, italiano che è tornato in Italia e psicologa italiana per italiani, si cerca di offrire un campione generale dei casi più ricorrenti delle delusioni. Il che non significa tutto. È una sintesi di un fenomeno, non il fenomeno in forma completa.

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      • Thomas

        Sbagliano i nostri connazionali a non reperire le necessarie informazioni in maniera preventiva. Ripeto, Berlino è una città che si adatta esclusivamente ad un pubblico prevalentemente under 25 (massimo under 30) o ad un pubblico non lavorativamente attivo (progetto Erasmus, studenti non erasmus,ambito universitario) ma assolutamente è il peggior luogo in quanto ad Aufstiegsmöglichkeiten nel mondo del lavoro. Inutile continuare a sognare come fanno i nostri che vanno a Londra e poi si ritrovano a fare i camerieri. Così non solo non impareranno mai un inglese fluente ma neppure un tedesco sufficientemente valido per poter lavorare in un’azienda dell’Ovest. Se vuoi lavorare come Vertriebsmitarbeiter o Customer-Service-Mitarbeiter o Sachbearbeiter in BMW, piuttosto che in VW , devi CANTARE in tedesco. E a cantare in tedesco in Germania saremo giusto in 50 su non so quanti (in merito a quelli trasferiti, altro paio di maniche per coloro i quali sono nati là).

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  2. Striped Cat

    fair enough…ma resta il punto: la delusione deriva anche da
    – aspettative culturali distorte (“non occorre parlare il tedesco a Berlino vero? va bene un po’ d’inglese?)
    – aspettative economiche a dir poco naives (vengo su…poi qualcosa trovero’…)
    – una certa ingenuità (sì caro, anche a Berlino ci stanno i datori di lavoro disonesti – mica è il paese dei balocchi)
    – quindi da una certa improvvisazione e mancanza di progettualità, preparazione, e realismo da parte di “chi parte” e poi resta deluso/a

    o no?

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  3. Striped Cat

    la chiosa sulla famiglia poi non c’entra nulla.
    – esistono forse famiglie perfette in Italia? (e come la mettiamo con tutti gli omicidi di mogli/fidanzate/ex? volemmose bbbene?)
    – non esistono famiglie disfunzionali ovunque, US, UK, Tonga etc?

    insomma ci sono un bel po’ di luoghi comuni sui quali forse valeva la pena spendere due parole:
    – i Tedeschi sono tutti onesti bravi e ti aspettano per un lavoro (falso)
    – inotlre parleranno “un po’ d’Inglese” e magari ti fanno pure il contratto in inglese (falso)
    – pero’ sono così freddi e in famiglia sono astiosi (falso)
    – ma invece coi dipendenti si comportano come dei lord (falso)

    l’articolo ha un tema interessante pero’ poi perde di mordente, aveva piu’ potenziale.

    (dài D’Addio, non trincerarti….accetta la critica costruttiva/propositiva…in fin dei conti siamo in Germania ….la patria della critica propositiva…. 😉 )

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    • Andrea D'Addio - Direttore

      ma la critica ci sta, quelli che lei cita sono argomenti interessanti e che varrebbe la pena approfondire, ma, come detto, questa è una sintesi circostanziata di un discorso su cui varrebbe scrivere un libro.

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      • Armand Milieu

        Mettiamola ancora meglio (insistendo sul caveat iniziale):

        Questo è un articolo su commissione. Punto e basta.

        Sicuramente alla Redazione del Fatto volevano una lista di casi specifici e un quadro generale degli insoddisfatti.

        Personalmente, l’articolo mi è piaciuto e, tutto sommato, mi sembra in linea con il commento di Striped Cat (non una critica, semmai un’integrazione).

        Dall’Australia, vorrei aggiungere due parole: qui accadono le stesse cose che ha detto striped cat e che in parte sono riportate nell’articolo.

        L’unica differenza è la crescita economica e un gap linguistico che si colma in tempi più brevi.

        Anche qui accade che arrivino Italiani che hanno confuso un Working Holiday Visa per un visto di lavoro, che sanno male l’Inglese, che si fanno occasionalmente truffare dalle agenzie di immigrazione e che finiscono per lavorare nella ristorazione italiana (proprietà di oriundi o di immigrati sia di breve che di lunga data).

        Tuttavia, talvolta mi chiedo se il vero stereotipo non sia quello del “Paese dei balocchi”, ma quello del “ragazzino che crede di essere nel Paese dei balocchi”.

        In fin dei conti, fare la figura dell’ingenuo è il terrore di ogni migrante ed è per questo che articoli così hanno successo e sono apprezzati dai quotidiani che li commissionano.

        Quindi, anche in Australia, direi quanto segue:
        – Va bene avere mille attenzioni (e frequentare le community on-line anti-scam)
        – Importante rivedere le aspettative al ribasso, etc.

        Ma, per l’appunto, questo stereotipo degli “sprovveduti” andrebbe rivisto anch’esso. In particolare, non è nota la dimensione del fenomeno.

        La storia che ho menzionato (poca conoscenza dell’Inglese, sfruttato dagli imprenditori locali nella ristorazione) è un mantra che ripetiamo tutti spesso. Tuttavia, ripeto: qual è la dimensione del fenomeno? A dire il vero, gran parte dei miei conoscenti italiani qui non rientra affatto nella categoria degli “sprovveduti”. Occasionalmente si sentono storie identiche a quelle descritte nell’articolo… ma per fortuna non sono così tante come si crede.

        Ciò non toglie che i migranti hanno sempre il massimo interesse nella legalità e, nella mia modesta ipotesi, sono talvolta invisi ai nativi proprio in quanto promotori di legalità (e questa è una conseguenza del loro esser popolazione vulnerabile e priva della previdenza sociale di cui beneficiano i cittadini).

        Perciò concludo: è giusto che si parlo di questi stereotipi negativi del migrante sprovveduto, ma sarebbe anche giusto (e non so se i quotidiani lo fanno) che si collocasse meglio il fenomeno nella sua dimensione minoritaria — senza per questo rinunciare all’incitamento alla legalità.

        Rispondi
    • Thomas

      Ho vissuto 8 anni in Germania ed in merito ai temi citati posso dire quanto segue (vale per ogni luogo nel quale sono stato). Famiglia: non hanno mai avuto alcun senso, in generale, dell’appartenenza familiare, non amamo la loro madre come, in media, accade da noi, non hanno il senso dei pranzi domenicali, non sanno cucinare, si trattano come bestie a vicenda il più delle volte, eccezioni permettendo. In 8 anni di residenza in Germania ho pranzato e cenato dozzine di volte coi tedeschi, di famiglie “in bolla” ne ricordo forse 3. I tedeschi parlano, mediamente, inglese meglio di noi italiani ma non aspettatevi di incontrare William Sheakspeare per strada. Vi sapranno giusto dire come orientarvi ma nessuno si attenda contratti in lingua inglese, laddove questo tuttavia viene sempre testato in fase di colloquio. Sul comportamento coi dipendenti posso dire quanto segue: Io ho fatto una vita da Signore / Lord perchè ho sempre parlato perfettamente la loro lingua, anzii molto meglio di loro, facendo presente loro la quantità di castronerie grammaticali che commettevano, pertanto mi hanno sempre parlato e trattato con rispetto. Altrimenti scordatevi la galanteria sbandierata, ma immaginatevi semmai una sorta di “diplomazia forzata di facciata” e sappiate che ancora nel 2017, non per tutti ma per moltissimi, un Ausländer resta e rimarrà sempre un “Scheissausländer”, soltanto che lassù non possono dirtelo poiché in Germania, come è noto, non solo c’è il maggior numero di assicurazioni d’Europa ma anche il maggior numero di querele per offesa ed insulti. Sappiate che là vige il principio della delazione: prova a parcheggiare in città a Monaco soltanto 3 minuti in doppia fila, ci sarà una signora pensionata dal balcone che chiamerà subito die Polizei facendo la spia perchè siete in doppia fila. MI direte, da amante dell’ordine anche a me dà eccessivamente fastidio quando in qualsiasi città italiota, qualsiasi cretino parcheggia la macchina in doppia o tripla fila, ma magari per soli 3 minuti non monterei su una fillippica pazzesca chiamando i “Bullen” che peraltro, specialmente in questo periodo preciso, avranno il loro ben da fare con tutta la feccia e i pericoli di attentati presenti in Germania.

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  4. Thomas

    Ho vissuto 8 anni in Germania, nei Bundesländer dell´Ovest e posso garantire, da ex impiegato d’ufficio qualificato, laureato ecc. conoscenza perfetta del tedesco, che non andrei MAI e poi MAI in qualsiasi zona della ex Germania dell’Est a lavorare, tanto meno a Berlino. Berlino va bene per studenti Erasmus o frickettoni in cerca di avventure semestrali, oppure per under 25 in cerca di esperienze lavorative (simili a Londra) ma non certo per chi intende domiciliarsi lassù sine die credendo di far carriere……Ein absolutes NO-GO a Berlino. Chi desidera trasferirsi in Germania per lavorare, scelga solo le seguenti città: Stuttgart, Monaco di Baviera, Hamburg, Hannover, Bremen, in parte Düsseldorf, Karlsruhe e forse Saarbrücken. Altrimenti meglio starsene a casa o cercare lavoro in Austria nelle città più note, vedi Innsbruck, Salzburg, Linz, Graz, Wien.

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