La giovane palestinese che ha pianto vivrà in Germania. E la Merkel non ha così torto.

La giovane palestinese Reem Shawil, scoppiata a piangere lo scorso giovedì a Rostock dopo che Angela Merkel le ha ricordato che la Germania non è in grado di accogliere tutti i richiedenti asilo, potrà continuare a vivere in Germania. Non è una notizia dell’ultim’ora, ma la semplice applicazione di una legge già vigente e che, in maniera abbastanza incomprensibile, la cancelliera tedesca non ha citato durante il dibattito. Come ricordato al Der Spiegel da Aydan Özoğuz, portavoce del governo per la questione rifugiati, tutti i minori che abbiano studiato e vissuto almeno per quattro anni in Germania hanno il diritti di rimanere. Del resto, come si vede nel video qui sotto (se non conoscete il tedesco  guardate il video su Youtube e, dove c’è la rotellina dentata, selezionate i sottotitoli in inglese), la ragazza parla perfettamente tedesco. È la sua famiglia a rischiare un rimpatrio (o nella natia Palestina o in Libano, dove era stata accolta anni fa in un campo profughi). Una situazione senza dubbio ugualmente drammatica, ma comunque diversa da come apparsa all’inizio. La stessa Shawil – undici anni di cui gli ultimi 4 anni da studente presso la Friedrich-Scheel Schule di Rostock – ha difeso successivamente la Merkel in un’intervista alla rete nazionale ARD: “Mi ha ascoltato e mi ha dato la sua opinione, come è giusto che sia” 

Schermata 07-2457222 alle 10.04.54

“Merkel nazista”. Lo si legge su Facebook, commenti nei forum e a margine degli articoli che si sono occupati della vicenda. Ma è davvero così? Con le sue parole Angela Merkel ha sia dimostrato di non avere una spiccata intelligenza emotiva che scarsa conoscenza delle stesse leggi del suo Paese (la ragazza può rimanere in Germania, non ci sono dubbi), ma a vederla da un’altra prospettiva si può dire che ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno. Non come pensiamo sia giusto dovrebbero essere, ma come di fatto sono. La Germania non è in procinto di varare una legge che accetti automaticamente le richieste di tutti i richiedenti asilo. Solo nei primi tre mesi del 2015 ne sono arrivate 85.394. Se ne prevedono 300.000 entro la fine dell’anno. Molte di queste vengono dai paesi balcanici: Serbia, Bosnia, Kosovo. Alcune sono motivate, altre no. Sono i cosiddetti “turisti del welfare”. Sfruttano il periodo di valutazione delle richieste per potere usufruire di rimborsi, tra i 340 e i 370 euro mensili più l’alloggio, per mettere da parte un po’ di soldi e poi fare ritorno nel proprio Paese. Non è questo il caso della ragazzina. Palestina e Libano (e ancor peggio la vicina Siria) vivono, ognuna a proprio modo, una situazione drammatica ed è per questo che chi proviene da lì ha molte più possibilità di vedere la propria richiesta accettata, ma non si può pretendere che la Germania (così come l’Italia e i Paesi del resto dell’Unione Europea) accetti sempre tutto e comunque. Non è questo il mandato dato dagli elettori tedeschi alla Merkel. Sottolineare  lo status quo  significa essere nazisti? Il nazismo si fondava sulle bugie, qui la Merkel ha dato prova di grande onestà intellettuale, forse la stessa che le è mancata – e con lei a buona parte della Germania – quando si è espressa sul recente credito da accordare alla Grecia. La ragazzina piangente e la Grexit sono situazioni diverse che hanno in comune il desiderio della Germania di preservare la propria ricchezza, ma non nasconde nessun proposito imperialista né tantomeno razzista. Accusare Angela Merkel e i suoi concittadini di rigurgiti nazisti non fa altro che spostare il problema su un piano dialettico sono nazisti/non sono nazisti evitando di mettere a fuoco i veri problemi e le giuste critiche che si possono muovere alla politica europea tedesca. C’è più nazismo nelle parole di Salvini (gli ultimi sondaggi lo danno al 16.5% in Italia)  o nelle bugie di tanti nostri politici che nelle parole non belle, ma quantomeno autentiche, della cancelleria. Volere sostenere il contrario può farci sentire meglio, ma non dimostra nessuna nostra superiorità. I fatti, purtroppo, sono altri.

Andrea D'Addio - Direttore

A Berlino dal 2009, nel 2010 ha fondato Berlino Magazine prima come blog, dopo come magazine. Collabora anche con AGI, Wired, Huffington Post, Repubblica, Io Donna, Tu Style e Panorama scrivendo di politica, economia e cultura, e segue ogni anno da inviato i maggiori festival del cinema di tutto il mondo.

Leave a Reply