«La zona maledetta di Berlino»

Die Verrecke

Ci sono posti a Berlino nei perimetri dei quali il tasso di mortalità tra la popolazione eccede di diverse centinaia di volte la media delle zone circostanti. Una di queste oasi di distruzione è il cosi detto “Trinkecke”, da me prontamente ribattezzato “Verrecke” (dall’unione spuria di “Ecke”, angolo e di “verrecken”, crepare miseramente), per via dell’alto numero di decessi che tra i suoi avventori si registra.

Sebbene lo frequenti da pochi mesi ho già dovuto ascrivere nel novero dei defunti che ho conosciuto in vita diverse personalità piuttosto interessanti, tutte dipartitesi da questa valle di lacrime in maniere piuttosto eterodosse.

Suicidi, overdose o morti naturali sono estremamente rari nella popolazione del Verrecke; tra le cause di decesso che vanno per la maggiore si annoverano, invece, omicidi, distrazioni, malattie incurabili e scurrili incidenti.

In certe giornate particolari d’alta estate capita di assistere a un susseguirsi pressoché ininterrotto di ferimenti più o meno gravi generati, la maggior parte delle volte, da banali cadute sul cemento o sulla pietra di individui di tutte le età così pieni di alcool, psicofarmaci e polveri da avere reali difficoltà a mantenersi seduti in posizione stabile; d’inverno, per via del gelo che tiene lontani molti, gli incidenti diminuiscono di numero, ma aumentano drammaticamente d’intensità.

Il via vai di ambulanze e pattuglie è continuo; accanto all’agorà principale vi è infatti un ambulatorio, molto frequentato, addetto alla distribuzione di terapie sostitutive dell’eroina.

Nonostante le evidenti difficoltà della gente che si frequenta in quell’angolo di via Cuvry con la Schlesische Straße, la società estemporanea che si forma e si dissolve ogni giorno in quei paraggi è molto laboriosa, vivace e indipendente.

Nel perimetro del Verrecke vige ancora il baratto: i soldi sono solamente un mezzo come tanti altri per scambiarsi favori; riparare una foratura di bicicletta, per esempio, costa tra le due Sternburg e un pacchetto di würstel (materiali a parte); cinque grammi di hashish si possono avere per un coltello serramanico o un set di corde per chitarra, volendo si arriva a barattare anche qualche semplice emozione di bassa lega, come l’entusiasmo o l’amore spicciolo, per altre tenui vicissitudini che, nel loro ripetersi stanco, confondono la mente con l’insopportabile disagio dell’eterna continuità.

Per fortuna, puntuale come un avido creditore alla scadenza del termine, si ripresenta ogni tanto la morte, inevitabile variabile, a riscuotere il suo pegno di presenza, sennò l’impressione fugace di vita, a queste latitudini, sarebbe insostenibile.

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Foto di copertina: © Luc van Loon, Person, colour, color and wall, BY-SA CC 0.0

Ismaele Rossi

La vita sgangherata e unica di Carlo a Berlino ti porta nei bassifondi, tra i barboni, i ricchi rampolli decaduti, le mense dei poveri, gli Hartzer che vivono di sussidi, quella Berlino che per molti è cool ma che pochi conoscono davvero

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