«Berlino mi ha dato rifugio durante l’esilio dal mio Paese»

Ho tre case: la mia terra bielorussa, la patria di mio padre dove ho vissuto tutta la vita; l’Ucraina, la patria di mia madre, dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Tutte mi sono molte care. Ma in quest’epoca, è difficile parlare d’amore.
Svetlana Aleksievič, “Discorso per il conferimento del Premio Nobel per la letteratura 2015”

Lo scorso giovedì 3 marzo 2016, il Literarisches Colloquium di Berlino ha ospitato Svetlana Aleksievič, giornalista e scrittrice bielorussa vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 2015, in un appuntamento dedicato alla sua opera omnia. Durante l’incontro la scrittrice ha parlato della sua attività letteraria fino a oggi, rivelato i suoi progetti futuri, ma soprattutto si è pronunciata riguardo l’attuale situazione nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, in cui nulla sembra essere cambiato dal 1991 (anno della dissoluzione dell’Impero Sovietico, n.d.r.): «ho la sensazione che il nostro Paese sia malato, già da molto tempo» ha dichiarato la scrittrice. Il dibattito è stato accompagnato dalla lettura di passi salienti di alcuni dei suoi romanzi e del discorso pronunciato dalla scrittrice in occasione del conferimento del Premio Nobel.

Svetlana Aleksievič a Berlino. Si tratta della prima visita di Svetlana Aleksievič in Germania dopo il Nobel. Ma Berlino, così come la Svezia ed altri Paesi europei, è già stata in passato luogo di residenza della scrittrice, costretta a lasciare la Bielorussia perché perseguitata dal regime del presidente Aleksandr Lukašenko. Dopo 12 anni di esilio all’estero, Svetlana Aleksievič è tornata a Minsk. I suoi libri, prima banditi dal Paese, sono stati pubblicati e tradotti in oltre 40 lingue. L’appuntamento di giovedì sera era volto a illuminare l’attività letteraria di Svetlana Aleksievič degli ultimi decenni. A moderare l’incontro è stata la sua editrice, Elisabeth Ruge. Presenti anche la traduttrice Ganna-Maria Braungardt, e l’attrice Janina Meißner. Durante la serata la scrittrice ha parlato dei suoi romanzi “La guerra non ha un volto di donna”, “Ragazzi di zinco”, “Preghiera per Černobyl’. Cronaca del futuro” e “Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo”.

Il significato del Premio Nobel. In Russia e Bielorussia il Nobel a Svetlana Aleksievič è stato trattato dai media e dalla politica come un premio qualsiasi. «Le congratulazioni di Lukašenko sono arrivate per ultime: prima si è congratulato il presidente tedesco, poi quello francese, successivamente Gorbačëv e solo per ultimo Lukašenko. Solo due giorni dopo essersi congratulato mi ha però accusato di ripudiare il popolo bielorusso.» La cerimonia di conferimento del Premio Nobel a Svetlana Aleksievič non è stata trasmessa né dalla televisione bielorussa, né da quella russa, poiché la scrittrice aveva condannato l’intervento russo in Ucraina, riferendosi in particolare alla regione Donbass, parlando di “annessione”. L’accoglienza dell’evento da parte della gente invece è stata incredibile: «ho sentito che ci si abbracciava e baciava per strada, che lo spumante era esaurito nei negozi per i troppi brindisi. Ogni volta che mi trovo in un luogo pubblico vengo fermata da persone che non conosco e che in lacrime mi ringraziano.» Il Premio Nobel per la scrittrice non è soltanto un riconoscimento, ma significa anche protezione: «in Bielorussia dire ciò che si pensa continua a essere difficile: non tutti possono permettersi di dire la propria come faccio io.» Il Nobel ha tuttavia anche delle ripercussioni negative per l’attività della scrittrice: «in questo senso mi associo semplicemente a tutti gli altri vincitori di questo Premio che si sono opposti al sistema.»

L’opera. Svetlana Aleksievič è stata premiata con il Nobel per la “sua polifonica scrittura nel raccontare un monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi”. Ai suoi romanzi è stata attribuita l’etichetta di “romanzi documentaristi polifonici”, ma lo stile di Svetlana Aleksievič va ben oltre il documentario: le sue opere non sono semplici raccolte di voci, di racconti, di storie. La sua scrittura crea una verità che supera la rappresentazione. I frequenti dialoghi danno vita a “collage letterari, cori documentari”: «il romanzo polifonico raccoglie migliaia di voci, migliaia di suoni, alla stregua di una sinfonia. Questo genere letterario può essere applicato soltanto a grandi temi epici, come per esempio la guerra, la tragedia di Černobyl o il declino dell’Unione Sovietica.» Nei suoi romanzi Svetlana Aleksievič tratta di ideologia, colpa e peccato, riconducendo sempre la grande storia a quella del piccolo uomo, narrando di persone vissute in Unione Sovietica, ma rivolgendosi allo stesso tempo all’umanità intera.

La guerra. Il tema della guerra è centrale in tutti i romanzi di Svetlana Aleksievič, a partire da “La guerra non ha un volto di donna” sull’esperienza delle donne sovietiche al fronte durante la Seconda Guerra Mondiale, passando per “Ragazzi di zinco” sulla prima guerra dell’Unione Sovietica in Afghanistan, fino a “Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo” sul declino del socialismo. Anche “Preghiera per Černobyl’. Cronaca del futuro”, opera dedicata all’incidente nucleare, sottolinea la reazione militare dello Stato nei confronti di un nemico invisibile. «In questo senso è come se avessi scritto un unico romanzo e non cinque» ha spiegato la scrittrice all’incontro di giovedì sera. Svetlana Aleksievič è nota per essere stata testimone diretta degli eventi di cui narra nei suoi romanzi, sintesi di approfondite ricerche storiche e soprattutto della sua esperienza “sul fronte”, sia in Afghanistan sia presso Černobyl. La sua attività si colloca dunque a metà strada tra quella di cronista e di scrittrice. Nelle sue opere la guerra appare sempre legata al tema dell’uomo che cresce all’interno di un’ideologia, che glorifica la guerra e la morte dell’eroe e idealizza la figura del soldato. Le pagine dei suoi romanzi raccontano di ragazzini catapultati dai banchi di scuola al fronte, a uccidere altri uomini, come se fosse qualcosa di normale; dell’indottrinamento militarista dell’Unione Sovietica secondo cui l’uomo non conta nulla; della reticenza del “piccolo uomo” circa questioni come colpa e peccato, considerate prerogativa dello Stato. «Sin dalla mia infanzia si è sempre parlato di guerra. All’epoca lo spirito militarista veniva inculcato nei bambini sin dai primi anni di vita. Tutte le guerre condotte dall’Unione Sovietica, sia in Afghanistan sia in diversi Paesi africani, venivano raccontate come guerre di liberazione, come lotte volte al raggiungimento della rivoluzione mondiale che avrebbe avuto luogo. L’Unione Sovietica era un Paese militarista. E anche se questo Paese non esiste più da oltre 20 anni, mi sembra che da allora non sia cambiato nulla.»

La situazione odierna nell’ex URSS. Il fatto che il 96% della popolazione della Federazione Russa sostenga Putin e la sua politica dimostra che lo spirito militarista continua ad avere presa sul territorio dell’ex Unione Sovietica. «Putin ha spinto e spinge la gente a riunirsi in nome di un’ideologia militarista secondo cui la Russia era e deve tornare a essere un grande Paese, mentre Ucraina, Europa e America sono nemici. Le parate militari di oggi servono proprio a far rivivere i pensieri e le idee di un tempo, a fare sentire l’individuo meno solo in quanto parte dell’idea collettiva che concepisce la guerra come ideale. Il prezzo da pagare per questo, ossia il sacrificio di innumerevoli vite, non viene invece mai tematizzato. Noi donne e uomini della Perestrojka pensavamo che si potesse diventare liberi da un giorno all’altro, ma la libertà si è rivelata essere un strada molto lunga. Sognavamo di libertà e democrazia, senza sapere esattamente cosa si nascondesse dietro questi concetti. E oggi paghiamo per il nostro “romanticismo” di allora. Viviamo costantemente con una sensazione di sconfitta.»

Progetti futuri. «Oggi non potrei più andare in zone di guerra, per esempio in Siria. E tutto quello che avevo da dire riguardo questa follia umana l’ho già scritto: sono convinta che si debbano uccidere le idee, non le persone» ha spiegato la scrittrice. Al momento Svetlana Aleksievič si sta dedicando a uno dei temi più importanti per l’umanità in assoluto, l’amore: «ma anche in questo caso non si tratta necessariamente di un argomento felice.» L’altra tematica su cui sta lavorando la scrittrice bielorussa è quella dell’invecchiamento: «oggi viviamo molto più a lungo che in passato, ma non sappiamo esattamente come, non abbiamo una filosofia che ci guidi nell’affrontare la vecchiaia.»

Di recente il re svedese mi ha domandato a cosa stessi lavorando. «A un libro sull’amore» ho risposto. A questo punto il re ha ribattuto: «Svetlana, a me sembra che anche l’amore sia guerra.»
Aneddoto raccontato da Svetlana Aleksievič durante l’incontro del 3 marzo 2016 presso il Literarisches Colloquium di Berlino

HEADER SCUOLA DI TEDESCO

Foto di copertina © Rita Kabakova-Mesherskaya CC BY-SA 2.0

Related Posts

Gloria Reményi

Italiana per parte di mamma, ungherese per parte di papà, mi piace definirmi 50/50 a tutti gli effetti. Il mio anno di nascita – il 1989 – ha probabilmente deciso il mio destino berlinese. Mi sono trasferita a Berlino nel 2012 per conseguire la laurea magistrale in "Culture dell'Europa centrale e orientale" e ci sono rimasta. Amo la letteratura, da accanita lettrice e aspirante scrittrice.

Leave a Reply