Cronaca di una notte al Kit Kat Club di Berlino

(quel che segue è un racconto di eventi realmente successe, ma non è una recensione del locale Kit Kat che, sia chiaro, non è un bordello o un luogo in cui tutto è permesso. «Il Kit Kat è un’istituzione» si dice spesso, in fondo è vero, è ancora una delle poche isole di “libertà” di costumi della Berlino che fu.

Sono le due e mezzo del mattino di sabato. Entriamo o non entriamo?

Nel frattempo continuiamo la preparazione. Davanti a noi si ferma un taxi, scendono in cinque, tre lui e due lei, parlano inglese, ma sono un gruppo mix. Calze a rete, gonne di pelle, uno dei “lui” ha un cappello nero con una piuma gialla di pappagallo mentre sotto è vestito con una di quelle salopette che fa tanto hipster anni ’60, l’amico sta in jeans sotto e camicia rossa con quadretti verdi sopra, una di quelle che andranno anche tanto di moda a Londra, New York, ma che a te continuano a ricordare il tavolo del pranzo della domenica di tua nonna quando tutta la famiglia aspetta che citofoni il solito zio ritardatario e nel frattempo stai seduto e non sai dove guardare e così alla fine guardi la tovaglia, la fissi così tanto a lungo che alla fine ci vedi dentro anche un disegno in 3d che esce fuori.

L’altro lui è pessimo, non lo lasceranno mai entrare, giacca jeans, capelli impomatati con frangetta da falso nerd. “Per me non ce la fanno”, “Si che ce la fanno, entrano sicuro”. Partono le scommesse, il gruppo si mette in fila, passano cinque minuti ed eccoli di nuovo davanti a noi a cercare di intercettare un altro taxi. Non ridono più, sono stati rimbalzati. Guardo negli occhi Luca, lui guarda me. L’intesa è istantanea: dobbiamo fare di più. La fermata della metro di Heinrich Heine Strasse sta davanti a noi, meglio fare gli ultimi accorgimenti lì sotto, senza prendere freddo.

Scendiamo, Luca si toglie anche l’ultima maglietta e rimane a torso nudo.

È avvolto solo da un elegante gilè di un vecchio vestito di Armani arrivato nel suo armadio chissà come. Io ho la mia camicia di raso nera, attillata come nelle migliori tradizioni coatte di roma e dintorni, così inguardabile che mi dovrebbero fare passare solo per non dovermi fissare un’altra volta il tempo per dirmi un jannacciano «no, tu no». Non basta, non ancora. Una volta che ci proviamo dobbiamo farlo al meglio, o la va o la spacca, siamo qui, fa un freddo cane, siamo vestiti così male che se non entriamo qui l’unica cosa che ci rimane è andare di corsa a casa.

Arriva la coppia che stavamo aspettando Christoph e la sua ragazza. Lei è vestita sadomaso, lui come un gangster americano degli anni ’20, vestito grigio con cappello a falde larghe, gli manca solo il sigaro e poi gli chiederei dov’è la bisca più vicina. Lui è cool, lui entra sicuro, lei pure, asiatica bondage e pure una bella ragazza, sono la coppia perfetta. Noi, dobbiamo fare di più, ancora di più. Ecco allora una matita per gli occhi, rimmel e fard. Ci trucchiamo a vicenda. I patti sono chiari: entriamo a coppie e chi ce la fa si gode la serata. Lui e lei, io e Luca. Usciamo in strada, attraversiamo, ci mettiamo in fila. Loro entrano. Tocca a noi. Ci teniamo la mano. Ci hanno detto che più sembri gay più hai possibilità di farcela e noi due sembriamo proprio una coppia. Io sono del tipo orso, niente pancia, ma barba e capelloni ricci, Luca invece con quel suo visino da venticinquenne ancora da svezzare, il sorriso naif e quel gilè che nulla copre sennò qualche pelo sul torace è una perfetta ragazza in divenire.

«Entrate, sì, ma solo se vi levate i pantaloni».

Forse eravamo pronti anche a darci un bacio a stampo pur di entrare, levarci giusto i pantaloni ci va benissimo. E così eccoci seminudi davanti al guardaroba a dare giacca, cappello, guanti, maglioni e pantaloni. Accanto a noi c’è Chris che ride: il suo è un look da o tutto o niente e così ora sta dentro vestito di tutto punto mentre io sotto la camicia ho le mutande e le scarpe, nulla più, tanto che mi rendo conto che non so dove mettere i soldi per bere e il cellulare, ma è meglio non approfondire questo punto cercando di capire quale soluzione (l’unica possibile) abbia adottato. Ce l’abbiamo fatta, dai dai dai. Ci guardiamo intorno. Accanto a noi passano due omaccioni a torso nudo, di quelli che ti immagini che fino ad un paio d’ore prima mentre noi stavamo a casa a bere una tazza di thé giocavano a mortal kombat con i lupi della Spreewald. Il loro busto da solo è un abbigliamento e così i pantaloni attillati sotto con tanto di anfibioni sembrano un’unica divisa indivisibile, come quella dei pompieri.

Camminano diritti davanti a noi, finché uno dei due si gira e guarda teneramente Luca come si guarderebbe un piccolo scoiattolo appena nato e caduto da un albero. Osservo bene Luca, il suo malcelato imbarazzo, e in un attimo rivedo in lui il Semola trasformato da Merlino in scoiattolino e l’insistente corteggiamento della scoiattolina che non lo vuole capire che lui non è di quella pasta, ma che alla fine un bacio riesce pure a strapparglielo. Luca si rende conto che il pericolo di passare una serata da obiettivo numero uno è molto alto. «Levati almeno il fard e la matita sotto gli occhi».

E così eccoci in fila al bagno del Kit Kat Club

In pratica, uno di quei luoghi mistici di cui senti a lungo parlare e ti immagini che vi succeda di tutto e così difatti è. Molti ragazzi vi ci entrano ed escono in coppia, le teste pelate sono tante (non so se è un discorso legato agli ormoni, una moda o semplicemente mi lascio suggestionare dai cliché, ma davvero in quel preciso momento realizzo che sono davvero tanti gli omosessuali calvi), la fila è lunga e solo il ragazzo dietro di noi ci rivolge la parola chiedendoci se siamo in fila («No, ci piace passare le serate davanti ai cessi»).

Ci piazziamo finalmente davanti ai lavandini, ci strucchiamo, ma per Luca il rischio che nessuna ragazza lo guardi con interesse permane. Usciamo e finalmente mettiamo ordine alle impressioni sul locale. E’ diviso in tre ambienti principali. Uno è una sorta di salone con tanto di bar, ci sono divanetti dove sedersi e osservare chi entra e chi esce. Su una poltrona un uomo sui sessanta è completamente nudo e tiene freneticamente il proprio pene tra le dita. Lo eccita l’atmosfera e per le successive tre ore in cui rimaniamo nel locale lo troveremo sempre lì, sempre intento nello stesso movimento. La barista è scazzata, ci serve con un fare talmente antipatico che anche se ha un bel seno (nudo) e inizialmente i nostri occhi si soffermano solo su questo e quasi ci viene voglia di chiederle di shakerarci le birre, ad un certo punto alziamo anche lo sguardo e memorizziamo il suo viso mettendolo nell’archivio delle persone da cui è meglio stare alla larga per non farsi andare la serata di traverso.

Accanto a questa sorta di ingresso/salone c’è un’altra sala da chillout con divanetti e luci soffuse dove però il riscaldamento non funziona bene e ci mettiamo piede giusto un paio di secondi prima di capire che non fa per noi, nudi come siamo dalle mutande in giù.

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La terza sala è quella in cui si balla, il locale “vero”.

Ci sono donne ovunque e sono in molti casi bellissime.Forse in alcuni casi sono prostitute in attesa di turisti ed imbucati come noi, gente che si accontenta della parvenza della trasgressione pur di sentirsi sull’onda degli eventi e della vita, ma che in realtà di tutta quella realtà prende giusto la dose per dummies, ma sono così sexy che poco importa, stasera ci accontentiamo di guardare e qui di cose da guardare ce ne sono parecchie e non parlo solo delle espressioni preoccupate di Luca di cui sorrido sotto i baffi.

Entriamo nella sala da ballo. La musica è elettronica, c’è spazio per tutti, ognuno balla per conto suo, escluse le coppiette che, come noi, sono lì per la prima volta ed è chiaro che sono solo curiosi, non si metteranno alla prova, non almeno questa volta, ma anche loro hanno fatto le cose per bene, si sono vestiti alla Kit Kat e girano mezzi nudi per la sala. Una ragazza dai boccoli rossi balla estasiata guardando in alto. Delle bretelle le tengono l’ampia gonna, una di quelle che di diametro misurano un metro e che lei tiene aperta con entrambe le mani, come un Heidi che canta Holalaidi Holalaidi con le caprette che gli fanno ciao. Sembra stia godendo di chissà quale strana sostanza ingerita, ma quando nel passarle accanto pesto le dita di una ragazzo sotto di lei mi rendo conto che la situazione è un po’ diversa, c’è qualcuno che sta facendo un servizio là sotto e qualche minuto dopo, quando mi rigirerò nella sua direzione, mi renderò conto che quel lavoro è fatto a turno da più ragazzi che si danno il cambio probabilmente illusi dall’idea che prima o poi la gentilezza diventi reciproca.

Due ragazze, anche loro completamente nude, ballano davanti a noi.

Una delle due ha una corona hawaiana e nient’altro, è anche a piedi nudi. Un vecchio, ma vecchio davvero, direi più di settant’anni, balla lentamente accanto a loro cercando di strusciarsi in ogni modo a loro due che già sono abbastanza intime, si abbracciano e ogni tanto si baciano anche, dando comunque l’idea di guardarsi intorno alla ricerca di un terzo o forse anche quarto compagno di giochi.

Non scommetterei un centesimo sull’uomo che invece alla fine, a forza di insistere, riesce ad infilarsi tra le due e a divertirsi a suo modo. «Le conosce già» è l’unica tacita spiegazione che io e Luca riusciamo a darci incrociando lo sguardo. Balliamo, siamo circondati sia da ragazze più o meno disinvolte che dai due Ivan Drago incrociati all’ingresso.

Una bionda mi viene a chiedere qualcosa che non capisco.

Va bene la musica alta, va bene che lei forse è un po’ brilla e il mio tedesco non è il massimo, ma quando alla fine capisco cosa mi sta chiedendo, ovvero se sono amico della ragazza con le ali tatuate dietro le spalle, mi rendo conto che la qualità del no-sense della sua domanda è tale che tutte le altre giustificazioni passano in secondo piano. «No», «Io sì, vuoi che te la presenti?», «Grazie, semmai dopo».

Sono qui solo per guardare, ho chi mi aspetta a casa e non sono il tipo che fa certe cose in pubblico, mentre lo è Chris che, quando cerchiamo di capire dove sia finito lo troviamo in piedi di spalle schiacciato sul muro con la sua ragazza sedutagli davanti sul divanetto. Buon per lui.

In fondo alla sala, su di un letto matrimoniale, un omaccione nero, un Mike Tyson dei tempi d’oro, tiene ben aperte le gambe della ragazza bianca in carne che gli sta stesa davanti dando a tutti gli astanti una dimostrazione di come alcuni cliché quantitativi siano assolute verità. Su di un palo una biondona alta, corposa, ma alla fin fine perfetta nella sua imponenza da moglie di Odino, si atteggia attorno un palo mentre un uomo, un altro zerbino, si fa mettere il tacco lucido nero in bocca, felice di quell’umiliazione mentre con due dita si fa spazio tra le gambe e le mutandine di lei.

Le scene cult sono così tante che alla fine ti sembra tutto normale.

Anzi, quasi rimani deluso dalla quantità di gente che non fa nulla, ti avevano parlato del Kit Kat come della fiera della trasgressione, ma vabbè, queste cose le ho già viste e di peggio da altre parti, anche se effettivamente, se devi essere onesto con te stesso, è la prima volta che non le vedi davanti ad uno schermo.

Alla fine gli etero sembrano molti di più degli omo. C’è chi ha fatto finta di non sentire il richiamo al levarsi i pantaloni e sembra appena uscito da un laboratorio di fisica dove ha studiato tutto il pomeriggio e chi, soprattutto spagnoli, è arrivato con carovane di amici e passa la serata complottando sul come entrare la prossima volta nel locale portandosi dentro qualche bottiglia alcolica che senza proprio non si sente nel mood per la festa. Luca ha capito che la serata non gli sorriderà, è single e se gli capitasse un’occasione di buon livello non se la lascerebbe scappare (è uno dei pochi ragazzi che dovunque vada normalmente rimorchia, ha il fascino di un Di Caprio ante Titanic, ma moro).

A forza di sorridere imbarazzati, a richiamarci l’attenzione a vicenda dicendo «oh, guarda lì», «oh, guarda là», il tempo passa senza che succeda niente di eclatante.

sono già le cinque e mezza.

Chris se ne è già andato da un po’ e noi ci dirigiamo verso il guardaroba. Mentre ci rivestiamo vedo la biondina e l’amica con le ali che se ne stanno andando via con uno dei due Ivan Drago. Lui non sorride, non fa parte del suo stile, ma lo sguardo è quello di chi ha appena fatto bingo e sta per andare alla cassa a ritirare. E’ felice, ma vuole che gli altri che lo osservano rosichino senza prenderlo in giro, come se fosse normale che alla fine vincesse lui. E la soluzione per me e Luca è solo una: da domani si inizia con la palestra…

Kit Kat Club Sage

Köpenicker Str. 76
10179 Berlino

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Andrea D'Addio - Direttore

A Berlino dal 2009, nel 2010 ha fondato Berlino Magazine prima come blog, dopo come magazine. Collabora anche con AGI, Wired, Huffington Post, Repubblica, Io Donna, Tu Style e Panorama scrivendo di politica, economia e cultura, e segue ogni anno da inviato i maggiori festival del cinema di tutto il mondo.

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